Carolyn Parkhurst.
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I cani di Babele.
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Titolo originale: The Dogs of Babel. 2003.
Traduzione di: Monica Pavani.
2004. Fazi Editore, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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La vita di Paul Iverson viene sconvolta improvvisamente quando un giorno, tornando a casa, scopre che la moglie, Lexy Ransome,  morta in circostanze singolari. Nessun testimone, solo gli occhi vigili del loro cane, Lorelei, hanno assistito alla scena. Convinto che la morte di Lexy - artista sensibile e tormentata, capace di creare maschere cos espressive da risultare inquietanti - non sia dovuta a un incidente, Paul comincia subito a notare strani indizi: i libri disposti diversamente sugli scaffali della loro libreria, una misteriosa telefonata e altre possibili prove che quel pomeriggio qualcosa deve aver scosso la consueta routine. Determinato
a conoscere la verit ad ogni costo, Paul si imbarca in un'impresa tanto disperata quanto bizzarra: insegnare a Lorelei a comunicare, affinch sciolga i suoi dubbi rispetto all'accaduto. Le sue investigazioni lo porteranno a confrontarsi con situazioni inaspettate e, soprattutto, a trasformare il lutto in un cammino di conoscenza della moglie, forse tanto amata quanto poco compresa.
Carolyn Parkhurst tiene avvinto il lettore con una storia profondamente toccante e originale, ricca di suspense e di sorprese. Vero e proprio bestseller negli Stati Uniti, I cani di Babele  stato riconosciuto anche dalla critica come uno dei migliori romanzi di esordio degli ultimi anni.
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L'autrice.
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Carolyn Parkhurst ha pubblicato racconti su varie riviste, fra cui la North American Review e la Crescent Review. Vive a Washington D.C. I cani di Babele  il
suo primo romanzo.
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NOTA: Nel testo vi sono versi tratti dalle seguenti canzoni: Mrs. Robinson. scritta da Paul Simon. 1968. It's a Small World. scritta da Richard e Robert Sherman, 1963. A Day in the Life. scritta da John Lennon e Paul McCartney, 1967. I Got You Babe. scritta da Sonny Bono, 1965. FINE NOTA.
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I cani di Babele.
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CAPITOLO 1.
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Ecco cosa sappiamo, noi che possiamo parlare per raccontare
una storia: nel pomeriggio del 24 ottobre, mia moglie, Lexy
Ransome, si arrampic in cima al melo nel giardino dietro casa
e precipit morendo sul colpo. Nessun testimone, a parte il
nostro cane Lorelei; era un pomeriggio infrasettimanale, e nessuno
dei vicini era a casa, seduto in cucina con la finestra aperta,
per sentire se mia moglie, in quel breve attimo a mezz'aria,
grid, boccheggi o non emise alcun suono. Nessuno di loro
era in giardino a lavorare, godendosi l'ultimo tepore di fine stagione,
per vedere se il corpo di Lexy si accasci prima che lei
si abbattesse al suolo, se tent di raddrizzarsi nell'aria, o se
semplicemente spalanc le braccia al cielo.
Quando accadde mi trovavo nella biblioteca dell'universit,
impegnato nelle mie ricerche per un saggio su cui stavo lavorando,
destinato a un convegno imminente. Poi avrei dovuto
tenere un seminario serale e, se non avessi chiamato Lexy a
casa per riferirle una cosa interessante che avevo letto su un
film che desiderava vedere, allora avrei potuto fare la mia lezione,
poi uscire, come facevo tutte le settimane, per andarmi
a bere una birra con i miei studenti laureati e trascorrere cos
l'ultimo pugno di ore nella normalit pi assoluta, felicemente
ignaro che il mio giardino intanto pullulasse di poliziotti inginocchiati nel fango.
Tuttavia il caso volle che digitassi il numero di casa e sentissi
un uomo rispondere al telefono. Casa Ransome.
Restai un attimo interdetto, in preda alla confusione. Passai
velocemente in rassegna il mio catalogo mentale di voci maschili,
amici e parenti che potessero trovarsi a casa mia per una
ragione o per l'altra, ma non mi riusc di riconoscere nessuno
nella voce all'altro capo del filo. Rimasi un po' turbato anche
dall'espressione Casa Ransome; il mio cognome  Iverson e
sentire uno sconosciuto riferirsi alla mia casa come se ci abitasse
solo Lexy mi diede la strana sensazione di essere stato in
qualche modo estromesso, nel corso della giornata, dal copione della mia vita.
Potrei parlare con Lexy?, dissi finalmente.
Potrei chiederle chi parla?, domand l'uomo.
Sono suo marito, Paul. Iverson.
Signor Iverson, qui  il detective Anthony Stack. La pregherei
di tornare a casa immediatamente. C' stato un incidente.
A quanto risulta  stata Lorelei a mandare a chiamare la polizia.
Di ritorno dal lavoro, uno dopo l'altro, i nostri vicini udirono
il suo ululato lamentoso e incessante venire dal nostro
cortile. La conoscevano benissimo, Lorelei, ed erano abituati
a sentirla abbaiare, con quel suono profondo che le fuoriusciva
dal torace ampio e prominente, quando cacciava uccelli e
scoiattoli in giro per il giardino. Ma non l'avevano mai udita
emettere un gemito del genere. Il nostro vicino dalla parte sinistra,
Jim Perasso, fu il primo a sbirciare sopra la staccionata
e scoprire l'accaduto. Fuori era gi buio - le giornate si stavano
accorciando e cominciava a imbrunire sempre pi presto -
ma mentre Lorelei correva spiritata dal melo alla porta posteriore
della casa, i suoi andirivieni avevano attivato le luci sul retro,
che vengono azionate da un sensore di movimento. Ogni
volta che completava un cerchio, Lorelei si arrestava per dare
dei colpetti al corpo di Lexy con il naso, fermandosi quanto bastava
per consentire alle luci di spegnersi; poi, appena riprendeva
la sua corsa forsennata per raggiungere ogni angolo del
giardino, le luci si riaccendevano. Fu nel mezzo di quel surreale
baluginio che Jim vide Lexy distesa sotto l'albero e chiam la polizia.
Quando arrivai, c'era il nastro della polizia che demarcava
il cancello del giardino posteriore, e l'uomo con cui avevo parlato
al telefono mi venne incontro mentre attraversavo il prato.
Si present di nuovo e mi invit a sedermi in soggiorno. Lo
seguii in silenzio, tutte le domande che avrei voluto rivolgergli
soffocate dalla paura che sembrava bloccare l'aria nei miei polmoni.
A quel punto credo mi immaginassi gi quanto stava per
rivelarmi. La casa sembrava quieta e vuota, quasi fosse stata
sgombrata di tutto il subbuglio vitale che ancora la abitava nel
momento in cui ero uscito per andare a lavorare. Anche Lorelei
era sparita: le avevano somministrato dei sedativi e gli addetti
del canile se l'erano portata via per quella notte.
Il detective Stack mi disse cos'era successo, mentre rimanevo l seduto in preda allo stordimento.
Ha idea di cosa ci facesse sua moglie su quell'albero?, chiese.
Non lo so, risposi. Da quando la conoscevo non aveva
mai manifestato nessuna smania di arrampicarsi sugli alberi, e
quello che aveva scelto per iniziare non era certo il pi facile.
Il melo nel nostro cortile  eccezionalmente alto, un mostro in
confronto alle variet nane che si vedono nei meleti e nelle fattorie
dove vai nella stagione autunnale e paghi quello che raccogli.
L'avevamo trascurato, non avendolo potato una sola volta
da quando abitavamo l, ed era cresciuto informe fino a
raggiungere un'altezza di otto o nove metri. Non riuscivo nemmeno
lontanamente a immaginare cosa ci fosse andata a fare
lass. Il detective Stack intanto mi scrutava con grande attenzione.
Forse voleva raccogliere un po' di mele, dissi poco convinto.
Be', questa sembra l'ipotesi pi plausibile. Il detective
guard prima me e poi il pavimento. Sembra piuttosto indubbio
che la morte di sua moglie sia stato un incidente, ma
in casi cos, in cui non ci sono testimoni, dobbiamo fare una
breve indagine per scartare l'ipotesi del suicidio. Sono costretto
a chiederle se per caso sua moglie negli ultimi tempi apparisse
depressa. Ha mai accennato al suicidio, anche cos, in mezzo a un discorso?.
Scossi il capo.
Proprio come immaginavo, disse. Solo che era mio dovere chiederglielo.
Appena gli uomini ebbero finito di scattare le foto e raccogliere
le prove in giardino, il detective Stack parl con loro e
torn per riferirmi che non occorrevano ulteriori conferme.
Era stato un incidente, senz'ombra di dubbio. A quanto pare
ci sono due modi di cadere, ciascuno dei quali la dice lunga su
come sono andate le cose. Chi salta da notevole altezza, anche
da sette o otto piani, riesce a controllare la caduta; se atterra
in piedi, pu riportare gravi ferite alle gambe e alla spina dorsale,
ma  possibile che sopravviva. E se non sopravvive, il
modo in cui le ossa si spezzano, le caviglie e le ginocchia si
frantumano nell'impatto ci fa capire se il salto nel vuoto sia stato
intenzionale. Ma una persona che semplicemente raggiunge
i rami pi alti di un melo, a otto metri da terra, e perde l'equilibrio,
non ha alcun controllo su come cade. Pu precipitare e
schiantarsi sbattendo la pancia, la schiena o la testa, o magari
atterrare con la pelle intatta pur essendosi massacrata tutto il
resto, ossa e organi interni. Sulla base di questi principi possiamo
stabilire se si  trattato di un incidente oppure no. Quando
trovarono Lexy, era distesa a faccia in su, e aveva il collo
spezzato. Da ci si deduce che non si  buttata.
Pi tardi, appena la polizia se ne fu andata e il corpo di
Lexy portato via da l, uscii in giardino. Sotto l'albero c'era un
cesto con dentro parecchie mele. Mia moglie si era arrampicata
per raccogliere le ultime rimaste prima che marcissero sui
rami. Forse aveva intenzione di cucinare qualcosa; oppure di
disporle in una ciotola graziosa e sistemarle in un angolino al
sole perch potessimo sgranocchiarle. Le raccolsi con cura e
le portai in casa. Le tenni sul tavolo della cucina finch l'odore
che saliva dal putridume dolciastro cominci ad attirare le mosche.
Fu solo qualche giorno dopo il funerale che cominciai a trovare
certi indizi... be', uso la parola con una certa titubanza,
perch esclude l'eventualit che il tutto sia avvenuto per
pura combinazione o che io possa peccare di eccessivo accanimento
analitico. Dire che trovai degli indizi lascerebbe intendere
che qualcuno avesse tracciato una pista con informazioni
frammentarie allo scopo di condurmi a una conclusione
cos ben celata e allo stesso tempo cos ovvia da non poter essere
contestata. Non mi aspetto di essere cos fortunato. Dir
piuttosto che cominciai a scoprire certe anomalie, certe incongruenze
da cui ho dedotto che il giorno della morte di Lexy non fu un giorno qualsiasi.
La prima di queste anomalie riguardava le librerie. Io e Lexy
siamo sempre stati due lettori accaniti, e le nostre librerie, come
quelle di tutti, immagino, erano organizzate alla bell'e meglio
secondo un certo numero di sistemi diversi. Su alcuni scaffali
i libri erano raggruppati a seconda delle dimensioni, i tomoni
pi spessi tutti ammucchiati sul ripiano pi basso e i tascabili
in edizione super economica stipati dove non ci sarebbe stato
modo di infilare nient'altro. C'erano enclave di volumi riuniti
per argomento - i nostri libri di cucina, per esempio, erano
tutti sullo stesso ripiano - ma tale classificazione era troppo
meticolosa per rivestire qualsivoglia significato. Infine, c'erano
i suoi libri e i miei libri: libri il cui argomento rifletteva i nostri
personali interessi, e libri che ciascuno di noi possedeva prima
di sposarsi, arrivati in scatoloni separati quando eravamo andati
ad abitare insieme in quella casa, che erano finiti dritti sugli
scaffali. Al di l di questo, era un guazzabuglio. E comunque
ero giunto ad avere la percezione di dove si trovavano i vari
volumi. A registrare l'immagine mentale del mio romanzo preferito
a vent'anni bello nascosto fra una raccolta di poesie che
avevamo ricevuto come regalo di nozze e un thriller di fantascienza
che avevo letto un'estate in spiaggia. Se mi aveste chiesto
dove si trovava un particolare libro di testo di cui ero coautore,
avrei potuto indicarvi precisamente il suo posto fra una
biografia dei Beatles e un manuale su come produrre la birra
in casa. In questo modo scoprii che Lexy aveva riordinato gli scaffali prima di morire.
La seconda anomalia riguarda Lorelei. Stando alla mia ricostruzione
dell'accaduto, Lexy prese dal frigo una bistecca,
quella che avevamo pensato di fare al barbecue per cena, la
cucin e la diede al cane. In un primo tempo pensai che se la
fosse mangiata lei e a Lorelei avesse solo dato da rosicchiare
l'osso - che poi trovai diversi giorni dopo, nascosto in un angolo
della camera da letto - ma il fatto  che non c'erano piatti
o posate sporchi, solo la padella piazzata sul fornello dove
Lexy l'aveva lasciata. La lavastoviglie era chiusa e pulita, essendo
stata azionata la sera precedente, e quando l'aprii, dal
modo in cui erano disposti i piatti negli appositi spazi riconobbi
benissimo la mia mano. La lavastoviglie non era stata
toccata, lo scolapiatti era vuoto e gli strofinacci da cucina non
erano nemmeno umidi. Ne deduco che ci sono due possibilit:
o Lexy ha sorpreso Lorelei con una profusione di carne senza
precedenti, oppure il suo ultimo giorno di vita lo ha passato in
cucina a mangiarsi un'intera bistecca da mezzo chilo con le mani.
Adesso che ci penso, mi viene da ipotizzare un terzo scenario, e
magari il pi plausibile: forse se la spartirono fra loro due.
Pu darsi che questi fatti non significhino niente. Dopo tutto
sono un uomo in lutto e sto cercando in tutti i modi di attribuire
un senso alla morte di mia moglie. Ma le prove che ho
raccolto sono abbastanza incongrue per indurmi a interrogarmi
su cosa accadde effettivamente quel giorno, se fu davvero
la voglia di mangiarsi le mele che spinse la mia graziosa moglie
ad arrampicarsi in cima a quell'albero. Lorelei  la mia testimone,
non solo della morte di Lexy, ma di tutti i fatti che la
condussero a compiere quel gesto. Ha osservato Lexy attraversare
i suoi giorni e le sue notti. E stata presente per tutta la
durata del nostro matrimonio, dal primo all'ultimo giorno. In
altre parole, sa cose che io ignoro. Sento che devo fare il possibile per dare voce a quella conoscenza.
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CAPITOLO 2.
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Forse alcuni dei pi rinomati casi di apprendimento linguistico
canino non vi giungeranno del tutto nuovi, ma, prima di
cominciare, fornir comunque una breve panoramica per rinfrescarvi
la memoria. In primo luogo, naturalmente, c' il caso
del cucciolo di Lione, nel sedicesimo secolo. Questo cane, che
i pi ritengono un keeshond portato l da mercanti olandesi,
fu adottato alla nascita da una donna, in lutto perch aveva
perso il figlio subito dopo il parto. La donna lo allatt come un
neonato e lo vest con camicine da notte e cuffiette. Man mano
che il cucciolo cresceva, la madre si diede un gran daffare per
insegnargli a parlare e in qualche misura ci riusc grazie alla
sua infaticabile perseveranza, per quanto gli ascoltatori spesso
dovessero chiedere alla donna di tradurre. Il cane divenne un
celebre membro della comunit, ma non impar mai a giocare
allegramente come gli altri cani. Data la differenza fra la durata
media di vita di un essere umano e quella di un cane, i
due invecchiarono insieme e quando la madre giacque distesa
sul letto di morte l'animale non abbandon mai il suo capezzale.
La notte in cui la donna chiuse gli occhi per sempre, il
cane pronunci le sue ultime parole: Senza il tuo orecchio, io
non ho pi lingua. (Non occorre certo che sottolinei il doppio
senso della parola lingua, che anche in francese, langue, si
riferisce sia alla lingua come organo che al linguaggio). Il cane,
per, sopravvissuto un anno al decesso della madre, non emise
pi alcun suono, n canino n umano. Dopo la sua morte,
gli abitanti di Lione eressero una statua in suo onore, con le parole
estreme della bestia incise sul basamento.
Penso che questa storia, cos intrisa di incanto fiabesco e
tristezza, eppure cos ben documentata dalle pi illustri menti
scientifiche dell'epoca, possa costituire l'apertura ideale del
mio libro, ovvero l'opera scrupolosa ed erudita in cui cerco di
spiegare ai miei perplessi colleghi perch, dopo vent'anni in
cui ho dedicato il mio tempo allo studio della linguistica, io
abbia deciso di impiegare le mie energie per insegnare a un
cane a parlare.
Mi toccher cominciare con la casistica per provare che almeno
qualche libro l'ho aperto prima di uscire completamente
di testa. Pretenderanno che rispolveri per loro lo strano caso
di Vasil, l'ungherese del diciottesimo secolo che, influenzato
da un filosofo di nome Geoffrey Longwell, secondo il quale i
cani erano la trib perduta di Israele, esegu una serie di esperimenti
su una cucciolata di bracchi ungheresi. Vasil trasse ispirazione
dalla storia biblica del Giardino dell'Eden; per quanto
la Bibbia in realt resti sul vago rispetto al fatto che i cani ci
fossero o meno nell'Eden, Vasil concluse che Dio sicuramente
non si sarebbe dimenticato 'di una specie cos raffinata di animali.
Citando a comprova della sua teoria il discorso del serpente
a va, Vasil postul che nel Paradiso Terrestre tutti gli
animali fossero dotati della parola, facolt che persero quando
Adamo ed va furono cacciati dall'Eden. Vasil riteneva che se
fosse riuscito a ripristinare quella capacit, di cui gli animali
erano stati ingiustamente privati, avrebbe scoperto il primo linguaggio
parlato al mondo.
Intenzionato a recuperarlo, Vasil piazz ciascun cucciolo,
separato da fratelli e sorelle, in un giardino cinto da mura, nel
tentativo di ricreare le condizioni dell'Eden. Forn loro una
gran quantit di cibo e acqua, e massaggi giornalmente la gola
a ognuno per incoraggiarlo a parlare. Ottenne vari riscontri positivi.
Un cucciolo non pronunci parola, uno emise suoni che
rievocavano la lingua francese borbottata (per quanto ricercatori
successivi scoprirono trattarsi di un creolo alsaziano), e uno
impar solo il termine ungherese corrispondente a roast beef.
I restanti cinque cuccioli si limitarono ad abbaiare, anche se sembravano
capirsi benissimo fra loro.
Le teorie di Vasil gli valsero la scomunica da parte della
Chiesa, in particolar modo per quanto riguardava la sua
considerazione che Dio aveva agito ingiustamente revocando ai
cani la facolt della parola, e trascorse gli ultimi vent'anni della
sua vita in prigione. I bracchi ungheresi furono determinanti
per il suo arresto: scapparono e corsero per le strade, con quello che parlava francese impegnato ad abbaiare forte limerick
sconci e offensivi, e l'altro che parlava ungherese l a chiedere
roast beef, finch la folla sbalordita li segu fino a casa di Vasil.
L'argomentazione decisiva, credo, sar il tragico caso di
Wendell Hollis, il quale, come i miei colleghi certamente ricorderanno,
 l'esempio classico di questo tipo di ricerca in
epoca moderna. Nel corso di diversi anni, Hollis fece interventi
chirurgici a pi di cento cani, alterando la forma dei loro
palati in modo da renderli maggiormente idonei all'articolazione
delle parole. Diversi cani morirono a seguito dell'operazione,
eseguita da Hollis nel suo appartamento di New York,
e molti altri fuggirono di corsa. Hollis fu arrestato a seguito di
una denuncia per disturbo della quiete pubblica pervenuta alla
polizia; dopo anni in cui aveva sopportato quel latrare straziato,
un vicino la chiam appena uno dei cani ebbe imparato a
gridare per chiedere aiuto. Fu proprio lui, con la gola sfregiata
e la bocca deformata, a testimoniare al processo. Per quanto
non fosse in grado di pronunciare frasi compiute, riusc a
dire odio, fuoco tanto male, e fratelli andati via. La giuria
impieg soltanto un'ora per emettere il verdetto e Hollis fu
condannato a cinque anni.
Nessuno di questi casi pu essere considerato un successo,
certo. Ma  precisamente la forma che assunsero tali fallimenti,
la qualit approssimativa di ogni successo parziale che mi
induce ad approfondire l'esplorazione di questo campo.
In effetti, ultimamente mi rendo conto di non riuscire a pensare
ad altro.
Ma se devo difendere il mio buon nome dalle critiche all'interno
della comunit accademica, cosa di cui non sono pi
sicuro mi importi davvero, non posso abbandonarmi a una tale
soggettivit. Innanzitutto dovr riferire ai miei colleghi che su
questo argomento esiste gi un intero corpus di studi, che vanno
indietro nel tempo quasi quanto quelli sull'origine del linguaggio.
Devo assicurare loro che non sto scoprendo proprio
niente di nuovo.
Potendo, per, esordirei come facevano i poeti quando raccontavano
le loro storie d'amore, di guerra e di guai piovuti
dal cielo. Comincerei cos: Canto di una donna con l'inchiostro
sulle mani e disegni nascosti sotto i capelli. Canto di un cane
con il manto come velluto accarezzato nel senso sbagliato. Canto
della forma che un corpo precipitato compone nel fango
sotto un albero, e canto di un uomo qualunque che voleva venire
a conoscenza di cose che nessun essere umano poteva rivelargli.
Questo  il vero inizio.
Consentitemi di tornare un attimo ai miei commenti introduttivi
riguardo il progetto che sto per intraprendere. Come ho
gi accennato, ho un cane di nome Lorelei, un ridgeback. Era
il cane di mia moglie prima di appartenere a me. Mi propongo
di lavorare con Lorelei su una serie di esercizi ed esperimenti
pensati apposta per aiutarla ad apprendere il linguaggio con
qualunque metodo, date le sue capacit mentali e fisiologiche.
Lo scopo del mio progetto  insegnare a Lorelei a parlare.
So benissimo quanto ci debba suonare assurdo. Un anno
fa sarei stato scettico al pari di tutti voi. Ma immagino sarete
in grado di capire quanto gli eventi accaduti negli ultimi mesi
abbiano cambiato il mio modo di pensare. Permettetemi di ricordarvi
che noi scienziati di questo secolo abbiamo assistito
allo strano spettacolo delle scimmie che compongono intere
frasi con le mani. Abbiamo visto pappagalli che hanno imparato
a riprodurre le battute mordenti di barzellette sporche,
con grande spasso degli amici dei proprietari. Abbiamo osservato
cani guida addestrati ad accendere gli interruttori della
luce e a sentire il pianto dei neonati di genitori sordi. Io stesso
ho visto, durante la proiezione di un video amatoriale, un
cane che  riuscito a emettere i suoni per dire ti amo.
Non sto suggerendo che qualcuno degli esempi sopra citati
fornisca la prova decisiva che la mia impresa  destinata al
successo. Tanto per cominciare, sono del tutto consapevole che
i cani hanno una capacit cranica considerevolmente inferiore
a quella dei gorilla e degli altri primati superiori, e non mi illudo
certo che i cani capaci di dire ti amo e i pappagalli sboccati
come marinai stiano facendo nulla di pi dei classici numeri
che sanno valer loro elogi e contentini di cibo.
Tuttavia, di sera, quando me ne sto qui seduto con Lorelei,
e capita che lei alzi il muso e mi guardi con i suoi occhioni imperscrutabili,
mi chiedo cosa mi direbbe, se solo potesse. A
volte scendo accanto a lei sul tappeto e le parlo sommessamente,
porgendole le mie domande mentre poso la mano sulla
sua enorme testa corrugata. Pi di una volta, al mio risveglio,
ho scoperto di essere scivolato nel sonno con la testa sulla spianata
grinzosa del suo fianco.
La conclusione a cui sono giunto  che i cani, prima di tutto,
sono dei testimoni. Hanno libero accesso ai nostri momenti
pi privati. Sono presenti quando pensiamo di essere soli.
Pensate cosa potrebbero dirci. Siedono sulle ginocchia dei presidenti.
Assistono ad atti d'amore e di violenza, a litigi, a faide,
e ai giochi segreti dei bambini. Se potessero raccontarci le scene
che hanno visto, le lacune delle nostre vite si colmerebbero
una a una. Sento di non avere scelta: devo fare un tentativo.
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CAPITOLO 3.
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C' una barzelletta su un cane parlante che fa cos: Un uomo entra in un bar con un cane. Il barista lo rimprovera: Mi dispiace, amico, i cani non possono entrare. L'uomo replica: Ah, ma lei non ha idea: questo  un cane molto speciale. Sa parlare. Il barista ha l'aria scettica ma si arrende: Okay, sentiamo.
L'uomo mette il cane su uno sgabello e lo fissa nel profondo degli occhi. Come si chiama quella cosa in cima alla casa?, chiede. Roof, roof!, abbaia il cane. E com' la carta vetrata al tatto?, continua l'uomo. Ruff, ruff!, risponde il cane. E chi  stato il pi grande giocatore di baseball di tutti i tempi?. Rooth, Rooth!, dice il cane.
...
NOTA: La barzelletta gioca sulla somiglianza fonetica di roof (tetto), ruff (rough, ruvido) e del cognome Rooth con il suono del latrato canino. FINE NOTA.
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Benissimo, amico, si spazientisce il barista, basta cos. Fuori di qui, tutti e due. L'uomo prende gi il cane dallo sgabello e insieme si avviano
fuori dal bar. In procinto di uscire, il cane si volta verso
l'uomo e si stringe nelle spalle. DiMaggio?, domanda.
Ecco cosa penso mentre me ne sto seduto sul pavimento
con Lorelei e la fisso nel profondo degli occhi castani. Sono
due ore buone che lavoro con lei, conducendo alcuni test preliminari
d'intelligenza, e devo lottare contro l'impulso di abbandonare
il mio ruolo didattico per attaccare a parlarle in quel
modo idiota che viene spontaneo con i cuccioli. Dove sei sparito,
Joe DiMaggio?, vorrei mormorarle in tono infantile,
prendendole le zampe anteriori e sollevandogliele finch crolla
sulla schiena, giocando a inscenare una zuffa come facciamo
spesso. Eh, piccola? vorrei dirle, mentre le sfrego la pancia,
dov' Joe DiMaggio?. Ma ho un altro po' di lavoro da portare
a termine, cos mi limito a darle un buffetto sulla testa e le
dico: Brava la mia piccola, con un tono di voce autoritario.
I ridgeback sono cani di grossa taglia; la testa di Lorelei mi
arriva un bel po' sopra il ginocchio quando siamo entrambi in
piedi. Originariamente venivano allevati per cacciare i leoni, e
sono estremamente forti e agili quando si lanciano all'inseguimento
di conigli o altre piccole prede (essendo i leoni abbastanza
rari nella nostra cittadina universitaria), ma in ambito
domestico sono incredibilmente coscienziosi e sensibili. Devono
il loro nome a una cresta di pelo in rilievo che attraversa il
centro della schiena e sembra crescere in senso contrario, dritta
come un lungo ciuffo ribelle contro il lucente manto castano.
Ad accarezzarla con la mano da una parte all'altra, la cresta
 ispida al tatto, come i capelli a spazzola che andavano di
moda fra i ragazzini quand'ero piccolo. La prima cosa che mi
viene in mente  una rigida sedia di velluto che mia nonna aveva
in casa sua; la stoffa pizzicava contro la pelle in qualsiasi
verso la si sfregasse - era impossibile sedercisi sopra con le
braccia o le gambe nude - ma se spianavi un po' la peluria con
il dito, sentivi la morbidezza nascosta tra un filo e l'altro.
Questa mattina abbiamo cominciato ripassando una lista da
me compilata, con tutte le parole che secondo me Lorelei conosce.
Sa come si chiama, naturalmente; ho fatto un piccolo
esperimento pronunciando altre parole a voce alta - broccoli,
letto ad acqua, Babbo Natale - con lo stesso tono che normalmente
uso quando la chiamo per nome. Lei si rizzava a sedere
e mi fissava quando sentiva la mia voce, e sembrava ascoltare
in una sorta di rapimento, ma non si  alzata n  corsa
verso di me finch non ho chiamato forte Lorelei. Brava piccola,
le ho detto. Brava piccola.
Poi siamo passati agli ordini. Vieni qui, gi e buona. Cuccia.
Zampa e l'altra zampa. Vieni su (pronunciato tastando il
cuscino del divano in segno di invito). Vuoi uscire?
Nei primi tempi del nostro matrimonio, Lexy le aveva insegnato
ad ubbidire quando le dava l'ordine Dov' Paul? Va' a
cercare Paul; e il sabato mattina, quando io dormivo fino a
tardi e Lexy si stufava di aspettare che mi alzassi, al risveglio
mi ritrovavo Lorelei che troneggiava sopra di me, le zampe anteriori
sul letto e gli occhi puntati gi dritti nei miei. Stranamente,
non sono mai stato capace di rivalermi; non sono mai
riuscito a far capire a Lorelei Va' a cercare Lexy. Reagisce
splendidamente a Va' a prendere la palla, e a Va' a prendere
la giraffa - un pupazzetto imbottito che le piace perch il collo lungo si presta perfettamente a giochi tipo tiro alla fune - ma
mai a Va' a cercare Lexy. Forse semplicemente non sapeva
il nome di Lexy? Oppure mi capiva benissimo ma si rifiutava
di obbedire, decisa a non violare il giochino privato che condivideva
con Lexy, suo primo amore e padrona?
Complessivamente, Lorelei conosce il significato di circa
cinquanta parole, diverse. Pranzo e bocconcino. Auto e giro.
Brava e cos non si fa. Il che corrisponde approssimativamente
al numero di parole che un cucciolo di uomo comprende
quando ha tredici mesi. Questo paragone pu lasciare il tempo
che trova, dal momento che un bambino di sedici mesi avr
gi raddoppiato o triplicato quel numero e avr cominciato a
formare frasi rudimentali tipo Mama succo, o camioncino e vruum, mentre per un cane la lista di parole conosciute,
una volta apprese, rimarr pi o meno quella per tutta la vita.
In pi, naturalmente, almeno agli occhi di un osservatore esterno,
la capacit di collegare parole e concetti componendo frasi
cos come noi le intendiamo resta fuori dalla portata del cane.
E tuttavia, ci che suscita il mio interesse  che nei bambini
la comprensione linguistica comincia molto prima dell'apprendimento
linguistico: nell'et compresa fra uno e tre anni,
i bambini capiscono circa cinque volte tanto le parole che sono
in grado di dire. Grazie a quale meccanismo il bambino di tredici
mesi fa il salto dalla comprensione all'articolazione? Credo
si tratti della questione fondamentale attorno a cui ruota il
mio progetto.
Il grande vantaggio di Lorelei rispetto ai neonati  che l'acutezza
dei suoi sensi le consente di cogliere cenni non verbali
che noi, in quanto umani, stentiamo a distinguere. Lei riesce
a sentire i lacci che vengono annodati due stanze pi in l, e si
tira in piedi e si stiracchia, certa che qualcuno sta per uscire di
casa, e che forse sar chiamata ad andare. Percepisce il tintinnio
dell'argenteria in un cassetto e il fruscio di qualcuno che si
accomoda sul divano a leggere il giornale. Sa cosa significava
per Lexy mettersi in piedi davanti allo specchio del bagno per
truccarsi, e lei, Lorelei, quando annusava la particolare combinazione
di effluvi che si sprigionava durante quel fatidico
evento - forse l'odore delle setole dei pennelli da trucco di
Lexy, cui si andava ad aggiungere l'argilla profumata del fondotinta
e l'odore penetrante e carico del mascara - allora sbucava
dal nulla, faceva la sua comparsa davanti al bagno e, trovando
la porta appena socchiusa, ficcava il naso dentro la
fessura, ansiosa di vedere se sarebbe stata invitata a partecipare
a quella ignota avventura per la quale Lexy si stava mettendo
in ghingheri.
Procedendo con i miei test preliminari per misurare l'intelligenza
di Lexy, prendo un bocconcino per cani, glielo mostro,
poi lo nascondo sotto una tazza. Lei la annusa, la ribalta e recupera
il bocconcino in sei secondi, stando al mio cronometro.
Ottimo risultato: dimostra un'abilit impressionante nella risoluzione
dei problemi. Successivamente verifico la sua memoria
facendo finta di nascondere un bocconcino in un angolo mentre lei mi guarda, poi la porto in un'altra stanza per
cinque minuti. Quando torniamo in soggiorno, lei corre dritta
a prenderlo. Sono molto soddisfatto.
Accade qualcosa di strano durante il terzo test. L'esperimento
consiste nel coprire la testa del cane con un asciugamano
e cronometrare quanto impiega a scrollarselo di dosso. E
un'altra prova che comporta la risoluzione di un problema, e
mi aspetto che Lorelei la superi con successo. Ma quando le
poso l'asciugamano sulla testa, lei se ne sta l ferma, la testa
leggermente china sotto il peso. Aspetto un minuto buono, poi
un minuto e quindici secondi. Lei non fa il minimo movimento
per sfilarsi da sotto, e la forma inarcata del suo corpo, il
grosso asciugamano verde che le copre completamente il muso
come un velo da vedova, all'improvviso mi sembra l'immagine
della tristezza. Sto per toglierle io l'asciugamano quando suona
il telefono. Mi volto per sollevare la cornetta, e quando mi
giro di nuovo - qualcuno che ha sbagliato numero, per cui la
chiamata non dura pi di cinque o dieci secondi - Lorelei si 
scrollata di dosso l'asciugamano e si  rizzata a sedere, intenta
a osservarmi. Mi sfiora il pensiero che forse la ragione per cui
non cercava di liberarsi mentre la guardavo  che non era sicura
di cosa mi aspettassi da lei. Forse ha pensato che volessi
farla stare l buona con un asciugamano sulla testa. Fra tutti,
questo  il gioco pi strano che abbiamo fatto e, per una volta,
Lorelei non  riuscita a capire le regole.
Tutt'a un tratto mi sento sfinito; penso che entrambi ne abbiamo
abbastanza. Mi inginocchio per terra e circondo Lorelei
con le braccia. Dai, piccola, dico. Andiamo a fare una passeggiata.
...
.
...
CAPITOLO 4.
...
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...
Un mio amico dei tempi dell'universit viveva al diciannovesimo
piano di un palazzone di New York. All'epoca in cui vi
si trasfer, i vicini della porta accanto erano una coppia dall'aria
giovanile, che aveva un cane. Ricordo di essere rimasto seduto
sul balcone del mio amico, a bere con lui fino a notte fonda,
e di aver visto la donna della coppia uscire sul balcone,
proprio l di fianco, con il cane, un piccolo carlino. Avevano coperto
i lati del balcone con della rete metallica, di modo che il
cane potesse starsene seduto fuori al sicuro, senza correre il rischio
di scivolare gi dalle sbarre.
Il mio amico viveva l da circa un anno, quando l'uomo della
porta accanto scavalc l'inferriata del balcone e si butt. Il
mio amico era a letto quando accadde - era circa l'una del mattino
- e sent un breve urlo lacerante e poi pi nulla. Solo il
giorno successivo, mentre suonava musica a volume altissimo,
e uno dei famigliari in lutto, riuniti nell'appartamento accanto,
venne a chiedergli di abbassare, seppe cos'era stato quel
tonfo la notte prima.
Circa un mese dopo mi trovavo in citt, e rimasi a dormire
sul suo divano: in effetti, quello era un periodo della mia giovent
in cui ero contento di dormire sul divano a casa di qualcun
altro. Mentre ce ne stavamo seduti sul balcone a bere, non
riuscivamo a smettere di parlare di quella tragedia. Ci ossessionava,
e ogni nuovo spunto di conversazione sembrava riportarci
l. Verso la fine della notte, quando ormai avevamo
bevuto un bel po' e attraversato velocemente tutti gli stadi di
cordoglio per quell'uomo che non avevamo mai conosciuto,
cominciammo a scherzarci sopra. Guardammo gi dal balcone
cercando di immaginare la traiettoria che il corpo dell'uomo
con ogni probabilit aveva compiuto durante la caduta.
Speculammo sul punto esatto in cui forse era atterrato - c'era
un edificio con il tetto che si stendeva proprio sotto di noi,
qualcosa come dieci piani pi gi, ma pensammo che forse il
vento aveva spostato il corpo in caduta, facendolo precipitare
sul marciapiede - e fu solo all'alba che ci rendemmo conto del
nostro volume di voce piuttosto alto, e che la giovane vedova
dormiva proprio l accanto. Non scoprii mai se quella notte la
donna ci avesse sentiti davvero - immagino di no, perch, pi
o meno un mese dopo, quando si trasfer, si premur di ringraziare
a tutti i costi il mio amico per la sua cortesia durante
quel periodo terribile - ma la remota possibilit che non sia
cos, ancora oggi mi riempie di terrore. Se dovessi incontrare
di nuovo quella donna (e non so nemmeno se la riconoscerei
dopo tutti questi anni), cadrei in ginocchio e implorerei il suo
perdono; solo adesso mi rendo conto, le direi, che la mia insensibilit
in quel momento, sia che lei ci avesse sentiti o meno,
 la pi grave mancanza della mia vita.
Avevo trentanove anni quando incontrai Lexy. Prima di allora
ero stato sposato a lungo con una donna la cui voce riempiva
la nostra casa come un pesante bombardamento di mortai,
tappando ogni crepa e ogni cantuccio. Maura, mia moglie,
parlava cos tanto dicendo cos poco che a volte mi sentivo
come se stessi annegando nell'impasto greve delle sue parole.
I dettagli pi insignificanti delle nostre vite erano continuamente
scomposti e rielaborati; in ogni conversazione dovevo
stare attento a come sceglievo le parole, perch sapevo che una
qualsiasi di esse, per quanto innocua mi sembrasse, avrebbe
potuto impantanarmi in una conversazione fino all'alba sulle
ragioni che mi avevano indotto a pronunciarla. Era come se
Maura fosse continuamente in ansia, presa dal timore che forse
non faceva le cose come andavano fatte, e il solo modo in
cui riusciva a mantenere il controllo di tutti i pezzi della sua vita
consisteva nell'analizzarli fino a svuotarli completamente di significato.
In auto, a volte, ce ne stavamo in silenzio, allora io
le lanciavo un'occhiata nel momento in cui la sua faccia, come
accadeva assai di rado, aveva un'aria indifesa. Cosa ti preoccupa
in questo preciso istante?, le chiedevo. E lei aveva sempre
la risposta pronta.
Verso la fine, dopo che avevo cominciato a rifiutarmi di partecipare
a tutti quei dialoghi con lei, cominci a scrivermi dei
messaggi. All'inizio le solite cose - Per favore compra il latte,
o Non dimenticarti la cena da Mike e Jane stasera - man
mano per che passava il tempo diventarono sempre pi complessi e ostili.
Il nostro matrimonio fin una notte tardi quando, di ritorno
a casa, trovai un messaggio che diceva: Ti ho chiesto un
mucchio di volte di farmi il favore di mettere i piatti della colazione
nella lavastoviglie prima di uscire per andare al lavoro
la mattina, e invece sono tornata e per l'ennesima volta ho trovato
la tua tazza di caff l sulla tavola. Immagino di aver sbagliato
a presumere che tu, in qualit di mio consorte, mi ascolti
quando esprimo le mie necessit e possa soddisfare i miei
desideri mostrando sensibilit e rispetto. Bisogna che parliamo
di tutto questo IL PRIMA POSSIBILE. Le ultime tre parole
erano sottolineate con una doppia riga.
Presi una penna - quella non fu certo la mia uscita pi encomiabile,
lo ammetto - e, di traverso in fondo al foglio, scrissi:
Vaffanculo. Non ne posso pi dei tuoi fottuti messaggi.
Lo lasciai sul frigorifero perch lo trovasse la mattina dopo. Ci
lasciammo il giorno successivo, non senza che prima Maura
cercasse di invischiarmi in un'ultima discussione. Uscii senza
proferire parola.
Incontrai Lexy meno di un anno dopo e fin dalla prima conversazione
intuii immediatamente che quando parlava lei era
una cosa semplice, chiara e comprensibile, priva delle disquisizioni
bizantine e delle trappole in cui mi trovavo schiacciato
quando interagivo con Maura.
Ci incontrammo perch lei aveva organizzato una vendita
nel suo giardino e mi capit di seguire i suoi cartelli fatti a
mano che invitavano a svoltare dalla strada principale. Andare
alle vendite di quel genere era un'attivit che avevo intrapreso
dopo il divorzio. Mi piaceva guidare come in una caccia
al tesoro per quartieri che non avevo mai visitato e adoravo indagare
i piccoli misteri delle vite delle persone che incontravo
- come avessero fatto a mettere insieme quella particolare
combinazione di cose (radio da tenere sotto la doccia, bocce da liquore
decorate, maglioncini da bambino fatti all'uncinetto e
un'edizione limitata di lattine di Coca-Cola giganti svuotate del
loro contenuto da tempo immemorabile) e cosa fosse accaduto
nel frattempo per indurli a decidere che quegli articoli non
avevano pi ragione di stare in casa loro. Provavo un curioso
entusiasmo infantile di fronte alla possibilit di trovare qualcosa
che cercavo da anni senza nemmeno saperlo, e mi rassicurava,
addirittura mi mortificava in qualche modo, vedere che anche
le vite di altre persone potevano andare in pezzi per poi rimanersene
l esposte sotto gli occhi indagatori di tutti.
Quel sabato, in particolare, mi fermai davanti a una casetta
verde che rimaneva un po' indietro rispetto alla strada, essendo
separata da un prato ombreggiato dagli alberi. Lexy era seduta
sui gradini davanti, intenta a leggere un libro in brossura. Aveva
i capelli biondo scuro che le scendevano appena sotto il mento,
e indossava un prendisole ampio di cotone con un motivo di
viti e fiori stampato. Era molto carina - non dico di non averlo
notato - ma mi limitai a registrare il fatto per poi dimenticarlo
subito dopo. Dimostrava certamente otto o nove anni meno di
me, e io la aggiunsi subito alla lista di potenziali disinteressate
che nella mia mente si allungava ogni giorno di pi.
Lei alz gli occhi e mi sorrise mentre scendevo dall'auto.
Salve, disse. Se ha bisogno di qualcosa io sono qui.
L vicino, sull'erba, c'era un enorme cane marrone. L'animale
alz il muso e mi guard un attimo con gli occhi spalancati
per l'interesse, poi torn a posare la testa sulle zampone.
Guardai distrattamente i tavoli su cui erano disposti gli oggetti.
C'era la solita raccolta di libri e CD, un tostapane praticamente
distrutto, bicchieri conservati per ricordo con sopra
dipinti i personaggi dei cartoni. Non c'era granch di mio gradimento,
ma per qualche ragione non ero ancora deciso ad andarmene.
In fondo al giardino, verso la casa, notai un sostegno
dov'erano appesi vestiti da cerimonia, lustri e di taglio bizzarro,
da damigella d'onore. Un cartello attaccato al sostegno diceva:
In omaggio per chi si diverte a mascherarsi. Uno per
cliente. In omaggio scarpe in tinta, per accompagnare qualsiasi vestito.
Nessuno ne ha approfittato?, chiesi indicando gli abiti.
Un paio di bambine si sono concentrate molto seriamente
sulla scelta, e un tizio si  innamorato di quest'orrendo affare
a fiori che scende appena sotto la spalla. Gli stava davvero da
dio. A volte penso che gli abiti da damigella d'onore siano fatti
apposta per stare a pennello ai travestiti.
Sorrisi. La mia ex moglie ha degli amici che ancora oggi si
rifiutano di rivolgerle la parola. Sorprendermi a dire una cosa
del genere mi lasci di stucco. Stavo flirtando facendole sapere
che ero libero? Era certamente una notevole quantit di
informazioni rispetto a quella che ero solito concedere a degli esimi sconosciuti.
Temetti di averla scoraggiata - Allarme: patetico uomo solo
in agguato - ma lei rise. Colore?, chiese.
Lavanda. Con le maniche a sbuffo e un gran fiocco a tutta schiena.
Ah, il fiocco sulle chiappe. Ma perch sono tutti fissati con il fiocco sulle chiappe?.
Non ne ho la pi pallida idea, dissi. Mi voltai dall'altra
parte, incerto su cos'altro dire, e cominciai a esaminare una
collezione di oggettini sparsi sopra una coperta. Mi cadde l'occhio
su una scatola di cartone, con un'etichetta che diceva: Pressa per uova quadrate. La figura sul davanti mostrava un piatto di cubetti bianchi sodi su un letto di prezzemolo. Uno dei cubetti era meticolosamente tagliato a fettine, che mostravano il quadrato compatto del tuorlo giallo all'interno. Aprii la scatola e vi trovai un cilindro di plastica dura con una tozza base quadrata. Stando alle istruzioni, si doveva deporre un uovo sodo tiepido, sgusciato e tutto tremolante, nella cavit quadrata, per poi abbassarci sopra una specie di cappello di plastica. C'era un coperchio da avvitare, il quale, mi parve di intuire, spinto gi sul cappello dell'uovo esercitava la pressione necessaria per fargli assumere la sua nuova forma artificiale.
Cosa sarebbe?, chiesi, voltandomi indietro verso la donna.
Be', disse lei, leggendo dalla riproduzione sulla scatola, pare trasformi le solite uova sode in eccezionali assaggini quadrati.
Funziona?, chiesi.
Il fatto  che non l'ho mai provata, disse. Era di una mia vecchia compagna di stanza e, quando si  trasferita, me l'ha lasciata l. Penso che in realt anche lei l'abbia presa dal giardino di qualcuno. Si stava specializzando in storia dell'arte, e ci ha scritto sopra un saggio per una lezione sul surrealismo.
Surreale  proprio la parola giusta, confermai. Quanto vuole?.
Cinquanta centesimi, disse, capovolgendo la scatola mentre la teneva ancora in mano. Sembrava pensierosa e un po' afflitta.
 incredibile, l'ho avuta per tutto questo tempo e non ho mai fatto un uovo quadrato.
Be', avevo intenzione di comprarla, ma non  costretta a venderla se non le va.
Scacci subito quello sguardo afflitto e sorrise. No, no, disse.  il classico oggetto che dovrebbe passare di mano in mano per pi persone possibili. Forse un giorno, quando non se ne far pi niente, la potr rivendere a qualcun altro.
Come no, esclamai. Le allungai i soldi e rimasi un attimo l fermo. Be', grazie, dissi. Buona fortuna con le vendite.
Mi avviai per tornare all'auto.
Grazie, ricambi lei. Buona fortuna con le uova quadrate.
Me ne andai con la sensazione di una risata trattenuta nel petto. Mi sentivo felice come non mi capitava da tempo. Cos, una volta arrivato a casa, preparai un po' di uova quadrate.
Quando tornai dalla mia venditrice era ormai pomeriggio inoltrato e lei stava cominciando a riportare dentro gli articoli invenduti. Mentre mi avvicinavo, la vidi voltata dall'altra parte, con il sole al tramonto che le illuminava i capelli, e rimasi un attimo seduto a guardarla prima di scendere dall'auto. Il piatto delle uova era appoggiato sul sedile del passeggero di fianco a me. Le avevo disposte su un letto di prezzemolo, proprio come nella figura sulla scatola, e uno l'avevo tagliato a fettine quadrate di una precisione estrema. Esitai un momento - in che razza di assurdo rituale di corteggiamento mi stavo lanciando? - ma in quel preciso istante Lexy si gir e mi vide, al che dedussi che mi sarebbe toccato andare fino in fondo.
Mi avviai a piedi verso di lei, recando la mia strana offerta.
Ho pensato che potessero farle piacere, dissi a gran voce.
Uova quadrate, sbott. La sua voce era quasi ossequiosa e, mentre mi prendeva il piatto dalle mani, il suo viso si colm di una specie di stupore. Non mi capacito che lei mi abbia preparato delle uova quadrate.
Alz gli occhi dal piatto e studi il mio volto. Lentamente sgran un sorriso sempre pi ampio che fin per illuminarle tutto il viso. Ho intenzione di chiederle di uscire con me, disse.
Be', replicai. Be'. Ho intenzione di accettare.
E restammo l sorridenti, con il piatto in mezzo, i cubetti di uova che mandavano un debole bagliore nell'oscurit imminente.
...
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CAPITOLO 5.
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Ecco un'altra barzelletta sui cani parlanti. Me le spediscono
i miei colleghi via e-mail. Un uomo entra in un bar con un
cane. Dice al barista: Se vuole questo cane glielo vendo per
cinque dollari. Sa parlare. Certo, come no, replica il barista.
L'uomo esorta l'animale. Dai, fatti valere, lo incita. Il
cane alza gli occhi per guardare il barista e dice: Oh, la prego,
caro signore, per favore mi compri. Quest'uomo mi maltratta.
Mi tiene chiuso in gabbia, non mi porta mai a fare una
passeggiata e mi d da mangiare una sola volta alla settimana.
 un uomo terribile, davvero terribile. Il barista rimane sbalordito.
Questo cane potrebbe farla diventare ricco, afferma.
Perch lo vuole vendere per cinque dollari?. L'uomo risponde:
Perch non ne posso pi delle sue dannate bugie.
 solo una barzelletta, ma solleva una questione interessante:
chi pu dire che il parlante canino medio sar pi sincero
del parlante umano medio? Come essere certi che Lorelei, se
riuscissi a scioglierle la lingua, direbbe la verit?
Non avevo mai avuto un cane prima di sposare Lexy; ad essere
sincero, mi facevano abbastanza paura. Quand'ero bambino,
conoscevo un bisonte di cane di nome Rufus che era perennemente
arrabbiato. Il suo padrone, Bucky Jones, era un
uomo inasprito e solitario, che terrorizzava i bambini del vicinato
sventrando carcasse di cervo nel suo giardino e lanciando
pezzetti di viscere insanguinate sulla nostra strada mentre
andavamo a scuola a piedi. Sono quasi sicuro che abusasse regolarmente
del cane, nonostante ci, Rufus gli era assai devoto.
Lo stesso cane che passava le sue giornate legato a un albero,
saltando e facendo il diavolo a quattro, mugolava di tenerissima
gioia come un cucciolo ogni volta che il suo padrone
si presentava in giardino. Nelle sere d'estate, quando Bucky
saliva sul tetto per sedersi a bere una birra e dire cose che non
stavano n in cielo n in terra rivolte a nessuno in particolare,
si portava su Rufus, e la strana sagoma che formavano contro
il cielo notturno  un'immagine che tutt'oggi ritorna nei miei sogni.
La prima volta che ho incontrato Lorelei, a parte l'occhiata
circospetta che ci lanciammo l'un l'altro il giorno della vendita
in giardino, fu quando passai a prendere Lexy per il nostro
primo appuntamento, che poi, come si rivel in seguito, sarebbe
durato un'intera settimana. Appena suonai il campanello,
sentii il fracasso assordante di Lorelei che abbaiava, cominciando
da un angolo remoto della casa per poi portarsi con
allarmante velocit dall'altra parte della porta. Involontariamente
feci un passo indietro e mi acquattai contro uno dei pali
della veranda mentre Lexy apriva la porta. Lorelei balz fuori
e si lanci verso di me, atterrando con le zampe appena sotto
le mie spalle. Rimasi impalato mentre alzava gli occhi scrutandomi
in faccia per un lungo momento, senza pi abbaiare, e
sentii una calma improvvisa attraversarmi tutto mentre i nostri
occhi si incrociavano. Stranamente, nel giro di un attimo, le
mie preoccupazioni per quella serata svanirono e, quasi soprappensiero,
allungai una mano e gliela posai delicatamente
sulla testa. Questo  l'inizio della nostra storia, mia e di Lorelei,
per molti aspetti separata da quella che io e Lexy avremmo
avviato quella sera. Per la prima volta fissai in profondit quegli
occhi ardenti e toccai il suo pelo morbido e grinzoso. Per
la prima volta sentii un pizzico di tenerezza per quel cane che
poi, nel corso del tempo e in virt del miracolo della fiducia canina,
ha finito per diventare mio. Tutto quello che siamo noi
due adesso, la somma del nostro dolore e del nostro svago, i
movimenti quotidiani di un uomo e di un cane in giro per una
casa vuota, seguendo il sole da una stanza all'altra finch sparisce,
tutto  cominciato in quel momento nella veranda, con Lexy sullo sfondo.
Quando poi fece un passo avanti, la mia Lexy, e io finalmente
mi voltai a guardarla per la prima volta quel giorno -
cercava di staccarmi il cane di dosso e, mentre si scusava, rimproverando
Lorelei a voce bassa, tentava di farla rientrare in
casa per chiuderla dentro - non sentii nulla di simile a quell'apprensione
rapita, a quella specie di terrore da palcoscenico
che mi aveva sempre fatto tremare come una foglia in occasione
di tutti gli altri primi appuntamenti della mia vita. Lexy era
rimasta volutamente sul vago rispetto ai nostri programmi per
la serata, cosa che mi aveva messo un po' a disagio, con una
sensazione fluttuante, per me insolita, di non sapere dove sarei
andato a parare; ma, a quel punto, mentre la guardavo porre
fine a quel baccano e calmare il cane, infilarsi una giacca e
poi chiudere la porta a chiave, capii che in qualche modo, senza
nemmeno rendermene conto, avevo deciso di seguirla ovunque mi avesse portato.
Ciao, disse, voltandosi finalmente nella mia direzione e
distendendo il viso in un sorriso. Mi dispiace per Lorelei. 
un vero tesoro, non ho idea del perch a volte faccia cos.
Be', l'avevo capito, dissi.
Lexy era incantevole. Indossava una maglietta nera tipo di
seta con una lunga gonna aderente e si era raccolta i capelli
che non le ricadevano pi sul viso. Nella settimana intercorsa
dal nostro primo incontro, mi pareva di aver passato tutto il
tempo soltanto a rievocare la sua immagine, ma a quel punto
dovetti riconoscere di non averci affatto azzeccato con i ricordi.
In effetti vidi che il castano dei suoi occhi era schiarito da
puntini color ambra e notai che la forma a cuore del suo viso
era tonda piuttosto che angolosa. Vidi la complessa stratificazione
di dorato chiaro e color miele scuro dei suoi capelli e il
colorito roseo della sua pelle. Solo allora realizzai che era bellissima.
E quindi, dissi mentre ci avviavamo verso la mia auto, dove si va?.
Be', replic, con un tono abbastanza contrito, temo che
per prima cosa ci tocchi andare a un matrimonio.
Un matrimonio. Feci del mio meglio per dominare il senso
di panico in agguato. Socializzare con gli estranei non  il mio
forte, come tutti i miei conoscenti potrebbero confermarvi.
Lexy and avanti spedita come un treno. Lo so che  un'iniziativa
davvero strampalata per il primo appuntamento, ma
sono miei clienti e ho promesso che avrei fatto atto di presenza.
Non dobbiamo per forza restare tanto, non preoccuparti,
anch'io non conosco nessuno degli altri invitati, e ti giuro che
dopo potremo fare qualcosa di divertente.
Magnifico, dissi risoluto. Penso che il divertimento non mancher.
Lexy rise. Non  detto. E se vuoi tirarti indietro, non me
la prendo di certo. Ma ti garantisco che sar diverso da tutti gli
altri matrimoni a cui sei stato.
Aprii lo sportello dell'auto per farla salire. Be', in questo
caso, dissi. Cosa stiamo aspettando?.
Procedemmo seguendo una piccola cartina disegnata a
mano che immagino fosse infilata nella partecipazione.
Quindi, dissi. Hai detto che quelle persone sono tuoi
clienti. Non so neanche che lavoro fai.
Lexy sorrise. Oh, tra poco lo vedrai. Penso di mantenere
il segreto ancora un po'.
Vestito cos andr bene per l'occasione?, chiesi. Non saranno
tutti in abito da cerimonia, vero?.
No, assolutamente. A dir la verit penso che sar un po' stile
new age. Sull'invito hanno montato su questa storia che oggi
 l'equinozio di primavera, hai presente, quando il giorno e la
notte sono esattamente uguali. Lo chiamano il giorno in cui
il sole sposa la luna. Rise. Immagino che intendessero scovare
qualcosa di pi sensazionale del mero giorno in
cui Brittany sposa Todd.
A quel punto ci trovavamo in campagna. Era pomeriggio
tardi, mancava poco al tramonto. Alla fine svoltammo in una
lunga strada sterrata che terminava in un piccolo appezzamento
di erba alta e fiori selvatici. Avevano tracciato un sentiero in
mezzo alla vegetazione, contrassegnato da ghirlande di rose su
entrambi i lati.
All'imbocco del sentiero c'era una donna, con in mano un
gran cesto intrecciato di nastri. Sorrise appena ci avvicinammo
e tese il cesto verso di noi.
Prego, scegliete le vostre maschere, disse.
Lanciai un'occhiata a Lexy, che mi guardava con il sorriso
sulle labbra. Dopo di te, disse.
Mi chinai cautamente in avanti e lanciai un'occhiata dentro
il cesto. Credo che a quel punto mi aspettassi qualcosa di simile
alle maschere di Halloween che mettevo da bambino: facce
mostruose di plastica inconsistente e lucenti supereroi senza
il dietro della testa, con gli elastici spillati ai lati per evitare
che scivolassero gi. Il cesto invece era pieno di meraviglie che
non mi richiamavano niente di vagamente paragonabile. Una
dozzina di volti di cartapesta mi guardavano con gli occhi ritagliati.
Prima vidi una rana, poi una zebra, un girasole con petali
giallo intenso a incorniciare il viso. Una lunga piuma d'oro
con lineamenti spettrali incisi sulle barbe ondulate. C'erano
mezze maschere con le fronti corrugate e nasi scandalosamente
arcuati, e jolly dallo sguardo esaltato come quelli stampati
sulle carte da gioco. Una Medusa con la chioma di serpenti e
un Bacco incoronato d'uva. Mi sentii stordito, tanto mi era difficile scegliere.
Dai, disse Lexy. Cosa vuoi essere oggi?.
Allungai una mano ed estrassi la prima che mi capit. Era
un libro, un vecchio libro, grosso, con le pagine squadernate.
Occhi, naso e bocca sporgevano dal testo dorato.
Quella  perfetta, disse Lexy. Mentre si chinava a rovistare
nel cesto, esaminai la mia maschera. Di traverso sulle due
pagine, c'era una sola frase scritta con una calligrafia a caratteri
lunghi e inclinati: Ti sei presa il pi bel cavaliere di tutta
la mia compagnia. Mi misi la maschera sul viso.
Ah, bene, sentii che diceva Lexy. Speravo proprio che questa ci fosse ancora.
Mi voltai verso di lei. Si era coperta il viso grazioso con il
muso sorridente di un cane. Un muso coscienzioso, che mi era noto.
Quella  Lorelei, dissi.
S, conferm. Indovinato. Allora, hai intuito come sbarco il lunario?.
Le hai fatte tutte tu?, chiesi.
Uhm. Mi prese la mano. Andiamo alle nozze.
Percorremmo il sentiero a piedi fino a uno spiazzo. C'erano
delle sedie disposte in giro lungo una corsia centrale e ciascuna
era occupata da una persona che indossava una maschera.
Vidi una ninfa con una stella marina impigliata fra i
capelli che conversava con un uomo con la testa da toro. Vidi
un angelo con l'aureola che parlava al cellulare. Prendemmo
posto in mezzo a una splendida donna farfalla e un uomo con
un iceberg enorme in bilico sulla testa e in cima, di traverso, il Titanic spezzato in due.
In fondo, rivolto verso di noi, un quartetto d'archi composto
di musicisti in abito da cerimonia, con i volti cosparsi di
stelle d'argento, cominci a suonare. Ci alzammo e ci voltammo
per vedere il sole e la luna che camminavano verso di noi
passando in mezzo alla folla. La sposa indossava un vestito di
seta giallo chiarissimo con strati su strati di garza iridescente
che catturava la luce. Il suo viso era uno sfolgorante cerchio
d'oro contornato da raggi fiammeggianti. Lo sposo era in
smoking e aveva la faccia coperta da una maschera con una
lunga mezzaluna d'argento. Erano bellissimi.
Lexy si chin verso di me. Sono curiosa di vedere come se
la caveranno con il bacio, sussurr. Allungai una mano per
prendere la sua, e la strinsi mentre assistevamo alla sacra unione
del sole e della luna, che spiccavano nella luce calante dell'imbrunire.
...
.
...
CAPITOLO 6.
...
.
...
Ah, ma me lo sono gi lasciato sfuggire, no?, che il nostro
primo appuntamento dur una settimana. Non fin l, in quel
momento perfetto, al tramonto, durante le nozze in maschera.
C' dell'altro, c' molto altro da dire, e mi sto gi impantanando
nel cumulo di momenti che dal giorno di quel matrimonio
conducono a quello in cui Lexy precipit.
Ma pi penso a lei, cercando di chiarire le cose, e pi trascuro
la mia ricerca. La verit  che, adesso che sono riuscito
a ottenere l'anno sabbatico e posso concedermi tutto il tempo
e lo spazio di cui ho bisogno, non ho le idee chiare su come
procedere. Sulla mia scrivania ci sono pile di libri sulla fisiologia
e la psicologia canina, saggi sull'apprendimento linguistico
nelle scimmie e nei bambini, studi sul cane parlante quale motivo
ricorrente nel folklore e nella letteratura. Ho cartelline
piene di appunti che ho redatto sui cani famosi, da Cerbero a
Snoopy. Proprio ieri ho passato diverse ore nella sala microfilm
della biblioteca universitaria, a raccogliere ritagli di giornale
sul processo di Wendell Hollis e sul testimone chiave per la
sua condanna. Al cane che sped Wendell Hollis in galera era
stato dato il nome di Dog J dal suo aguzzino, semplicemente
perch era il decimo di una serie di cani, chiamati ciascuno con
una lettera dell'alfabeto, che Hollis aveva comprato nei negozi
di animali domestici, raccolto da qualche canile o strappato
dalla strada, e tuttavia, dopo la sua liberazione, il New York
Post indisse un concorso per attribuirgli un nuovo nome. Le
proposte spaziarono dall'allegramente ingenuo Lucky al femminile
Harriet Pupman, erroneo dal punto di vista del genere
e in pi assolutamente idiota, ma il nome che ebbe la meglio
fu Hero, e perfino il titolo sensazionalistico del Post, URR,
Hero!, a caratteri cubitali sopra la famosa foto del cane che
viene scortato fuori dal tribunale da un gruppo di agenti di polizia
belli sorridenti, non fece che confermare la dignit e l'appropriatezza
del nome. Questa storia mi affascina pi di quanto
io riesca a esprimere, per ragioni che dovrebbero essere
ovvie: si tratta di un cane con cui mi piacerebbe parlare.
Quindi vedete anche voi che sto lavorando sodo; la mia scrivania
 ingombra di tutte le letture che ho fatto, le direzioni che
ho trovato stimolante seguire. Ma mentre me ne sto qui seduto
a spulciare le carte, con Lorelei distesa ai miei piedi, imperscrutabile
come sempre, mi rendo conto che non so da dove cominciare.
Immagino che il primo passo per insegnare a un cane a parlare
sarebbe fargli capire cosa significa parlare. E cio, insegnargli
ad abbaiare a comando, tipo il noto trucchetto alla portata
di tutti, per far parlare il cane. Prendo un biscotto e
chiamo Lorelei perch venga verso di me.
Seduta, dico, e lei esegue.
Parla. Si limita a guardarmi. Parla, ripeto. Dopo qualche attimo di esitazione si mette gi.
Su, su, dico. Si rizza.
Brava piccola. Adesso seduta. Siamo tornati al punto di
partenza. Mi fissa con sguardo intento, il naso si contrae appena
si avvicina al biscotto che ho in mano. Lancia un'occhiata
furtiva al bocconcino; non ne ha gi eseguiti abbastanza di numeri?
Parla, dico irremovibile. Poi comincio ad abbaiare io a
lei. Arr... Arf!, faccio, fissandola negli occhi. Arf, arf! Parla! Arf, arf!.
Lorelei inclina la testa di lato. Si tratta di un comportamento
inaudito da parte mia. Prima d'ora non mi ero mai messo gi
sul pavimento ad abbaiarle contro. Lei aspetta di vedere quale
sar la mia mossa successiva.
Parla, piccola!, dico, accostando la faccia al suo muso. I
nostri nasi si sfiorano. Grrr, ringhio, fissandola negli occhi.
Arf! Arf!, praticamente grido. Alla fine funziona. Lorelei
emette un suono, non proprio un latrato, non proprio un guaito.
Pi che altro sembra un segno di frustrazione - quando me
lo dai quel maledetto biscotto? - ma  gi un progresso.
Brava piccola!, la elogio calorosamente. Spezzo il biscotto
in due e gliene do met. Lei si accuccia per rosicchiarlo.
Aspetto che abbia finito, poi la incito a rimettersi seduta. Le
mostro l'altra met del biscotto. Parla!, dico. Arf, arf!.
Questa volta emette un latrato a gola spiegata, e poi un altro.
Brava, dico, Brava, parla!. Le tendo l'altro pezzo di biscotto,
ma lei lo ignora. Mi fissa negli occhi, la fronte corrugata,
e continua ad abbaiare.
Okay, e adesso fa' la brava, zitta, dico. Mi ritraggo lentamente, scivolando indietro sul tappeto, sempre restando seduto.
Zitta adesso!.
Lorelei si rizza sulle zampe, ergendosi in tutta la sua altezza.
Deve chinarsi un po' per continuare ad abbaiarmi in faccia.
Brava piccola, dico con voce tranquillizzante. Mi sta facendo
innervosire. Mi alzo in piedi; i miei libri sostengono che
in situazioni simili devo assolutamente far valere la mia posizione
di maschio dominante. Zitta, dico, ancora pi irremovibile.
Lei leva su di me due occhi indagatori e abbaia di nuovo.
Adesso  meno aggressiva, ma non riesco a farla smettere.
Allungo una mano e le accarezzo affettuosamente la testa.
Vuoi un cookie? Un bel cookie per la mia bella cagnolina.
Alla fine prende il biscotto. Si ritira in un angolo della stanza,
dove lo molla per terra e finge di seppellirlo, usando il naso per
tirare le pieghe del tappeto sopra il biscotto.
Brava piccola, le grido dall'altra parte della stanza. Mi lascio
affondare nel divano e osservo la sua concentrazione mentre
si mette all'opera. Prendo il mio notes. Insegnato a Lorelei
il comando parla, scrivo. Nessun risultato. Mi rilasso
indietro e chiudo gli occhi. Dall'altra parte della stanza, Lorelei
raccoglie il suo osso e lo porta in un altro angolo per ricominciare da capo.
...
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...
CAPITOLO 7.
...
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...
Sono diventato glottologo in parte perch le parole mi sono
venute a mancare per tutta la vita. Sono nato affetto da anchiloglossia,
la mia lingua era legata nel senso pi letterale dell'accezione:
il suo tessuto connettivo era corto e spesso, e ne limitava
cos il movimento.  un problema abbastanza comune;
il dottore lo risolse tagliandomi la membrana in sala parto, e
crebbi parlando al pari di ogni altro bambino, senza difficolt
residue. Tuttavia tale reminiscenza mi accompagna da allora
come una sorta di metafora di tutti i miei rapporti successivi
con il linguaggio: sono nato con una lingua che mal si confaceva
alla parola e, nonostante tutti i tentativi di scioglierla ricorrendo
a mezzi artificiali,  rimasta l inceppata in tutti i momenti
salienti della mia vita.
Ma quel primo giorno con Lexy, quel soporifero giorno di
sole, evidentemente non riuscivo a smettere di parlare. Mentre
ero in coda che aspettavo il mio turno per fare le congratulazioni
agli sposi, ormai con i volti radiosi scoperti, perch dopo
tutto se le erano sfilate le maschere per baciarsi, mi misi a
chiacchierare con gli altri invitati, felice di presentare Lexy quale
fautrice dell'atmosfera magica di quel giorno.
Quando venne il nostro turno di salutare gli sposi, era come
se io e lei avessimo gi formato una coppia. Appena si sparse la
voce che le maschere erano opera di Lexy, attorno a noi si fece
una gran ressa, e ci trovammo avvolti da un'ammirazione e un
entusiasmo tali che chiunque, guardandoci, avrebbe potuto pensare
che fossimo noi, e non Brittany e Todd, gli sposi novelli.
Con la mano appoggiata sulla schiena di Lexy, assunsi contemporaneamente
il ruolo di partner e promotore orgoglioso, vantando
il suo lavoro e consentendole di recitare la parte dell'umile
artista che si compiace timidamente delle lodi. Sorridente, con
il volto acceso, Lexy rispose alle domande riguardo a tecnica e
ispirazione, e offr i suoi biglietti da visita a chi gliene fece richiesta:
collezionisti d'arte, appassionati di fiabe e persone che
adoravano dare feste di Halloween particolarmente ricercate.
Appena la folla attorno a noi si fu diradata, Lexy mi strinse
il braccio. Grazie, disse. Sei un vero talento.
Grazie, replicai. Ma credo sia il caso di dirtelo, di solito
non sono cos affabile. Dev'essere la maschera.
Ah, questo non lo so, disse Lexy. Sei stato molto carino
con le uova quadrate. Mi hanno fatto innamorare di te a prima vista.
Scommetto che nessuno ha mai detto questa frase prima
d'ora, in tutti i secoli di linguaggio umano.
Allora eccotene un'altra: perch non mi dai una mano a togliermi
questa maschera da cane cos puoi baciarmi?.
Oh, sono sicuro che qualcuno deve averla gi usata, quella
battuta, prima d'ora, dissi. In effetti, credo ci fosse nella
prima stesura della scena del balcone in Giulietta e Romeo....
Ma ormai Lexy mi stava gi baciando.
Andiamocene via, dissi mentre ci staccavamo.
Molto carino, ribad Lexy. Mano nella mano, camminammo
sul prato, lasciandoci dietro folle di draghi e di principesse
con in mano calici di spumante, conigliette che danzavano
con demoni, per tornare al mondo reale dell'auto,
dell'erba alta e della lunga strada sterrata.
Quindi, dove si va?, chiesi a Lexy quando fummo seduti
nell'auto. Magari qualcosa di classico da primo appuntamento?
Cena, film e conversazione impacciata in un caff?.
Lexy si abbandon sul poggiatesta del sedile, con l'aria di
chi sta esaminando il tetto. Ehm, vediamo. Sei mai stato a Disney World?.
Disney World, ripetei. A questo punto dovrei precisare
che ci trovavamo da qualche parte nella Virginia. Finsi ugualmente
di prendere in considerazione la proposta. No, non
posso dire di esserci stato.
Ovvio che non c'ero stato, a Disney World. Disney World,
quello in Florida, quand'ero bambino non esisteva neanche -
avr avuto quindici o sedici anni quando l'hanno inaugurato -
in ogni caso, i miei genitori non hanno mai avuto abbastanza
soldi per portarci a fare delle vacanze troppo costose. E da
adulto, poi, non mi si era mai presentata l'occasione di andarci.
Quando io e Maura facevamo un viaggio, prediligevamo le
citt: Londra, Roma, Atene. Avevamo entrambi il gusto delle
rovine. A Maura piacevano le vacanze che potessero essere
scandite in giornate piene e pasti raffinati quanto bastava per
lasciarci stanchi e sazi al ritorno in albergo la sera. In luna di
miele andammo in una localit dei Caraibi, e il vuoto sabbioso
e assolato di ogni giorno per poco non la fece impazzire. Ci
piazzavamo sulla spiaggia con un libro io, e una borsa di paglia
piena di romanzi, riviste e cruciverba lei e, nel giro di venti
minuti, Maura si alzava per andare a fare una passeggiata
sulla sabbia, si tuffava nell'oceano e poi si ritirava nel bar buio
con l'aria condizionata dove si faceva servire della pina colada,
ignorando completamente l'uomo con la camicia a fiori che ci
ronzava intorno sulla spiaggia con il solo scopo di portarci bibite
schiumose. Non c'era bisogno di chiederglielo, sapevo benissimo
che l'idea di girare in tondo dentro gigantesche tazze
da t e stringere la mano a un adulto travestito da topo non l'avrebbe
particolarmente entusiasmata. Motivo per cui, no, non
ero mai stato a Disney World.
Lexy si volt verso di me con un'espressione veramente esaltata.
Davvero? Be', dobbiamo andarci. Questa sera stessa.
Questa sera  adesso, dissi, stando al gioco. Ma forse prima dovremmo mangiare qualcosa.
Be', possiamo fermarci, disse, ma dovremo andarcene
subito dopo l'antipasto.
Perch?.
Perch quando avremo finito di cenare l'appuntamento sar giunto al termine.
E per quale ragione?.
Be',  chiaro. Siamo gi andati a un matrimonio, siamo stati
fuori a cena... Cos'altro possiamo ragionevolmente aspettarci
di fare?  solo il primo appuntamento, dopo tutto.
Okay, dissi. E se l'appuntamento fosse giunto al termine,
allora non potremmo andare a Disney World perch...?.
Lexy fece roteare gli occhi. Perch sarebbe semplicemente
assurdo. Non ci conosciamo neanche e ci mettiamo in viaggio
insieme? Roba da pazzi. Ma se decidiamo che Disney
World  il posto perfetto dove andare per il nostro primo appuntamento,
come io sinceramente credo, allora avremo una
storia da raccontare per il resto della vita.
Non stai scherzando, vero?.
Certo che no. L'entusiasmo l'aveva fatta avvampare. Senti,
siamo in periodo di vacanze, dico bene, quindi di sicuro non
devi insegnare. Cos'avevi in programma di fare la prossima settimana?.
Be', ho dei saggi da correggere. E stavo pensando di scongelare
il frigo.
Oh, perfetto, Disney World  il posto dove hai bisogno di andare.
Con mio grande stupore, mi ritrovai a considerare l'idea.
E il tuo cane?, chiesi.
Posso sempre chiamare un vicino.
E cosa mi dici dei vestiti?.
Mi scrut da capo a piedi, valutando la mia camicia color
cachi con il colletto fermato dai bottoncini.
Quella andr benissimo finch arriviamo l, disse. Poi
possiamo comprarti una camicia con Topolino. Oppure, no, non Topolino... meglio Ih-Oh, l'asinello di Winnie Pooh.
Ecco chi mi ricordi. Troveremo una camicia di Ih-Oh che fa per te.
Ih-Oh?. Passai in rassegna tutta la letteratura per l'infanzia
depositata nella mia memoria. L'asinello triste?  lui che
ti faccio venire in mente?.
S. Ma in senso positivo.
Ci fermammo in un locale italiano lungo la via del ritorno
per imboccare di nuovo l'autostrada. A quel punto forse pensavo
ancora che Lexy avrebbe desistito dal suo progetto ma,
appena messo piede all'interno, si scus e fece una chiamata dal
telefono a gettoni. Quando torn al tavolo, annunci che aveva
sistemato tutto con il vicino, il quale aveva accettato di prendersi
cura di Lorelei mentre lei era via. Esaminai il menu. Stavo
morendo di fame e i piatti principali sembravano assai
invitanti. Solo l'antipasto?, chiesi.
Lexy annu. Non ne sei entusiasta, vero?. Aveva un'aria
scoraggiata. Tutt'a un tratto, mi trovai a desiderare per il suo
bene che quell'impresa, decisamente assurda nell'insieme, andasse
a gonfie vele.
Be', nessuno ha stabilito che dobbiamo per forza prenderne
solo una porzione a testa, dissi. Osservai la lista degli
antipasti. Qui ce n' d'avanzo per fare un pasto con i fiocchi:
possiamo dividere un po' di bruschetta e quella mozzarella in
insalata. E poi guarda: qui dice che si pu prendere mezza porzione
di pasta. Penso che dividere sia la cosa fondamentale:
nessuno divide mai i piatti principali, ma tutti dividono gli antipasti.
Lexy mi guard e sorrise. Vedo che cominci a prenderci
gusto, disse. Ma penso che ci vorranno anche un po' di cozze.  troppo secondo te?.
Scrollai il capo.  perfetto, dissi. Perfetto.
Un'ora dopo eravamo gi sull'auto, sazi e felici, diretti a sud.
Cos tutti i tuoi ragazzi li porti a Disney World?, chiesi.
Eravamo in auto da una mezz'ora circa e la conversazione era
giunta a un momento di stallo. Considerando il mio carattere
anche troppo prudente e l'enormit dell'avventura in cui avevo
accettato di imbarcarmi, mi sentivo stranamente calmo.
No, disse. Ma mi piace portare le persone dove hanno bisogno di andare.
E perch, nello specifico, io avrei bisogno proprio di Disney World?.
Ah,  solo una sensazione. Che in qualche modo c'entra
con i tuoi occhi tristi da Ih-Oh e i saggi che devi correggere.
Non so come fosse la tua ex moglie - non te lo sto chiedendo,
anzi, non  proprio il caso di parlarne al primo appuntamento
- ma scommetto che non ti avrebbe mai portato a Disney World.
Be', tanto di cappello. Rimasi zitto per un attimo. Ma
parliamo di te. Perch non andiamo in qualche posto dove hai bisogno di andare tu?.
Ah, io in quasi tutti quei posti ci sono gi stata. E comunque,
non so mai dove devo andare finch non ci arrivo.
Urea, dissi. Che massima profonda.
Bene, disse.  ora di giocare con le parole.
Andammo avanti, a intervalli, tutta la notte. Alle quattro di
mattina, ci trovavamo da qualche parte in South Carolina. Erano
ormai sette ore che eravamo in viaggio. Mi stava venendo sonno.
Non credo di riuscire ad andare avanti molto, dissi. Ti senti sveglia abbastanza per guidare, o  il caso che cerchiamo un posto dove fermarci?.
Posso guidare per un po', sono una tipa notturna. In pi,
prima ho fatto un sonnellino. Ho solo bisogno di un caff.
Imboccammo la prima corsia di uscita. Trovammo un distributore
con un autogrill aperto tutta la notte e, mentre Lexy
entrava a prendersi un caff, io passai al posto del passeggero
e spinsi il sedile pi indietro che potei. Mentre mi adagiavo
sulla superficie morbida, per un attimo pensai:  proprio qui
che voglio essere. Quando Lexy torn mi ero gi addormentato.
Quando mi svegliai, una bambina mi scrutava dal finestrino.
Mi mossi appena, fuori ormai era giorno, e ci trovavamo
nella piazzola di sosta di un parcheggio. Lexy non c'era sul sedile
di fianco a me; mi voltai e vidi che si era buttata su quello posteriore e dormiva tutta appallottolata.
Tornai a guardare la bambina ferma davanti al mio finestrino.
Mamy, c' un uomo che dorme l, la sentii dire.
Senza drizzarmi a sedere, alzai la mano e le feci ciao.
Mi ha appena fatto ciao, disse, la voce terribilmente divertita.
Vieni via di l, April, disse la madre. Muoviti, ci fermiamo
un secondo per la pip e via.
Ma non dovrei fargli ciao anch'io?, chiese la bambina.
No. Non si fa ciao agli estranei. Non sta bene.
Sentii Lexy rigirarsi sul sedile posteriore. Non si fa ciao
agli estranei, disse ancora mezza addormentata.  fantastico
come i genitori si inventino le regole che pare a loro.
S, dissi. Vuol dire che crescer con qualche strano complesso
legato ai saluti. Guardai madre e figlia attraversare il
parcheggio per dirigersi verso l'ottagono di cemento dentro
cui c'era la toilette. Senza voltarsi di nuovo verso di me, la bambina
tese la mano indietro e mi fece un salutino furtivo, poi
saltell verso la costruzione.
Risi. Ritiro tutto, dissi. Sa benissimo il fatto suo.
Guardai l'orologio. Erano le nove. Da quanto siamo fermi
qui?, domandai.
Lexy si tir su seduta e stiracchi le braccia. Pi o meno
dalle sette, disse. Avevo bisogno di una pausa.
Hai idea di dove siamo?.
Dalle parti di Savannah, penso. Dai, sgranchiamoci le gambe
e poi andiamo a fare una bella colazione.
Ci dirigemmo verso i bagni della piazzola di sosta per andare
a rinfrescarci. Mi spruzzai un po' d'acqua sulla faccia e mi
guardai nello specchio. Avevo la barba lunga e la pelle tutta
grinzosa per essere stata appoggiata sulla stoffa del sedile, ma
sul mio viso scoprii qualcosa che non vedevo da un pezzo. Avevo
un'aria rilassata, felice. Tranquilla. Un sorrisetto sereno accampato
sulle labbra. Mi sentivo esuberante, vedevo quella
giornata stendersi davanti a me piena di promesse. Morivo dalla
voglia di passarla con Lexy. Mi diedi una lisciata ai vestiti e
uscii nel sole a prendere il mio posto fra i mariti e i fidanzati
in attesa che le loro donne uscissero dal bagno.
La colazione, che facemmo in un caff lungo la strada, present
alcuni problemi. Mentre ci infilavamo nel chiosco Lexy
disse: Penso che a questo punto abbiamo bisogno di stabilire
alcune norme di base. Sul mangiare.
Impiegai qualche secondo, ma alla fine ci arrivai. Ah, dissi.
Vuoi dire in modo da non mettere fine, per sbaglio, al nostro
primo appuntamento da qualche parte lungo la I-95.
Esatto, conferm. Detesterei vederlo esaurirsi qui alla
Waffle House.
Diedi una scorsa al menu. Be', non ci sono quel che si dice
antipasti, ma c' un'intera lista di contorni.
Va benissimo, disse Lexy. Non  una specie di paradosso?
Cos' un contorno, se non accompagna niente? Non diventa
forse qualcosa di diverso?.
 un koan zen bello e buono, replicai. Penso di aver bisogno
di un po' di caff prima di affrontare un quesito del genere.
...
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...
CAPITOLO 8.
...
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...
Facemmo una colazione pazzesca: spicchi di pompelmo e
salsicce, fettine di banana con la panna e fette di pane di segale
tostato. Prima di uscire comprammo una cartina; eravamo a
circa quattrocentocinquanta chilometri da Orlando. Rimasi
sbalordito vedendo quanta strada avevamo gi percorso.
Per tutto quel giorno in compagnia di Lexy, durante quella
soporifera giornata irrorata di sole non riuscivo a smettere di
parlare. La sensazione magica che Lexy aveva risvegliato in me
fin dal primo istante  ancora viva nella mia mente. Mi pareva
che, dopo una vita in cui avevo solo ascoltato, analizzato le frasi
dal punto di vista grammaticale e scandagliato la scelta delle
parole senza mai aprire bocca, stessi conversando per la prima
volta. Quel giorno, quando cominci a fare caldo e Lexy
chiuse gli occhi e si addorment nella luce del sole che filtrava
dal parabrezza, la mia mente era gi l bella pronta con un
mucchio di domande da sottoporle e storie che volevo raccontarle;
quando poi ci scambiammo di posto e mi misi io a
dormire per un po', mi svegliai con nuove parole sulle labbra.
Quando giungemmo a Orlando, Lexy era stata informata di
quasi tutto quello che desideravo dirle. Sapeva che ero cresciuto
nel New Hampshire, dove mio padre lavorava in un mattatoio
e tornava a casa puzzolente di sangue. Sapeva che avevo
passato un'estate a lavorare in una fabbrica di materassi,
dove una volta avevo visto un uomo saltar gi nella tromba
dell'ascensore per cercare una matita che aveva perso, beccarsi
l'ascensore sulla schiena e sopravvivere. Le rivelai il nome
della prima ragazza che avevo baciato. Le raccontai cose a cui
non pensavo pi da anni.
In qualche modo, venne fuori l'argomento dei sogni. Lexy
mi disse che da quand'era bambina teneva accanto al letto un
libro dei sogni e che ogni volta che ne faceva uno lo trascriveva
appena apriva gli occhi. A volte, mi disse, pensava che leggere
quel libro significasse sapere tutto di lei, tutte le paure e
desideri bizzarri, tutti i posti dove non poteva andare da sveglia.
Una notte, mi raccont, avr avuto quattro o cinque anni,
incontr un re che le url dietro perch si era nascosta nella
sala del trono. Un'altra notte, quando aveva dodici anni, si ritrov
nuda in uno dei tanti party che sua madre dava per cena.
Mi raccont i suoi sogni, i pi vividi, quelli che di tanto in tanto
continuavano a tornarle alla mente lasciandola senza respiro,
uno dopo l'altro, come in una lista, offrendomi la sua vita
per frammenti. Si trascinava carponi, con le mani e le ginocchia,
per un seminterrato. Aveva visto un cavallo tagliato a pezzi,
ridotto a un mero ammasso di resti insanguinati, eppure
continuava a vivere, respirava e la guardava con un solo occhio
spalancato. Partoriva un neonato, ma il padre non era mai esistito.
Precipitava da notevole altezza. Il suo nome cambiava di
giorno in giorno. Piantava un giardino nel suo letto e al risveglio
si ritrovava rose lussureggianti, margherite e viticci d'edera
avviluppati attorno al corpo. Vagava per un palazzo, e aveva
la bocca piena di schegge di vetro. Nuotava sott'acqua fino
in Inghilterra senza respirare una sola volta. Le si allungavano
le braccia e intanto le gambe si accorciavano. Andava in una
gelateria e ordinava un gusto che si chiamava Furia. Il gelato
era di un rosso verdognolo, freddo, denso e polposo; riusciva
a ricordarne ancora il sapore a distanza di cos tanto tempo. Mi
raccont che una volta le erano caduti i denti uno a uno, un'altra
aveva avuto la forza di sollevarsi un uomo sopra la testa. Si
era sposata in una cattedrale i cui muri erano crollati prima che
riuscisse a incontrare lo sposo. Cani selvatici la inseguivano per
un campo. Un terribile sfogo le si diffondeva sulla pelle dalla testa
ai piedi. Camminava scalza per le strade e davanti le spuntavano
dei ciuffetti d'erba. Qualcuno la inseguiva ma lei non riusciva
a muoversi. Un intero sciame di farfalle veniva a posarsi sul
suo corpo ricoprendolo completamente.
Era una giornata calda e sfrecciavamo con i finestrini aperti.
Sentivo la brezza sulle braccia mentre guidavo. Goditele adesso:
quella giornata, la brezza. Fanne scorrere il ricordo sulla
lingua. Parlane a voce alta; non c' nessuno che ascolta. Avanti,
di': sole e caldo e quella giornata. Chiudi gli occhi e
ricordati quell'attimo, tutta la vita calda, rosea che ha in s. Il
corpo di Lexy nel sedile di fianco al mio. La sua voce che riempie
l'abitacolo. Lasciati travolgere come da un'ondata. Svanisce
sempre troppo presto.
Ho sentito dire che a volte quando una persona subisce un
trapianto di cuore, fegato o rene, i suoi gusti in fatto di cibo
cambiano, oppure i suoi colori preferiti, come se il nuovo organo
avesse conservato memoria della vita precedente, come se
contenesse un intero passato che deve trovare una collocazione
dentro il nuovo corpo.  cos che mi porto dentro Lexy.
Dal momento in cui ha preso posto in me, ha arricchito con il
suo il mio modo di vedere, di sentire e di assaporare, motivo
per cui ormai fatico a distinguere fra l'impressione del mondo
che avevo prima e quella che ne ho adesso. Non saprei dire di
cosa sapesse l'aria prima di conoscere Lexy, o che odore avesse
la citt mentre ne percorrevo le strade di notte. Nella mia testa
ci sono una sola lingua e un solo paio d'occhi, e da un bel
pezzo ho smesso di farvi affidamento. Su Disney World non ho
niente di nuovo da raccontare, niente che non abbiate gi visto
o sentito per conto vostro. Tutto quello che posso dirvi 
che ci sono stato con Lexy.
Entrammo nel parcheggio del Magic Kingdom, il Regno Incantato,
alle quattro e mezza circa del pomeriggio. Avevo proposto
di fermare una stanza in un hotel prima di dirigerci al
parco - dopo tutto era periodo di vacanze ed ero un po' preoccupato
all'idea di dover trovare una camera libera da qualche
parte - ma Lexy insistette.
Questa  l'ora migliore, disse. Tutti i bambini che non
si sono mossi da qui per tutto il giorno ormai non ne possono
pi, se ne stanno andando a fare il sonnellino e poi a cena. Le
code sono molto pi corte, e comincia a rinfrescare.
Sei tu l'esperta.
Lexy si esaltava sempre pi man mano che ci avvicinavamo
al parco. Parlava ininterrottamente, ragguagliandomi su tutte le
regole non scritte che aveva appreso in una vita di divertimenti
a Disney World. Ma le giostre grandi, come la Space Mountain,
quelle dove c' sempre una coda interminabile, su quelle
non ci andiamo finch non comincia l'Electric Light Parade.
A noi non interessa la parata?, chiesi.
Non quando non c' nessuno in coda alla Space Mountain.
Lasciammo l'auto nel parcheggio di Pippo, prendemmo il
tram fino alla biglietteria e la monorotaia dalla biglietteria al
parco. Devo ammettere che anch'io cominciavo a esaltarmi.
Quindi dove si va?, chiesi quando finalmente raggiungemmo
il parco vero e proprio.
It's a Small World, disse. Ti piacer. Un tantino ingenuo
ma niente male.
Camminammo lungo Main Street, USA, e attraversammo il
castello di Cenerentola, diretti a Fantasyland. Lexy mi prese
per mano e mi condusse, quasi correndo, alla giostra. Il cartello
indicava un'attesa di quarantacinque minuti, ma lei mi consigli
di ignorarlo.
Dicono sempre che occorre pi del necessario. Cos sei
contento quando ci arrivi in anticipo.
Fu ci che accadde. Dopo circa venti minuti ci accompagnarono
su una barchetta tutta per noi dove aspettare l'arrivo
del primo battello.
Siamo nell'ultima barchetta, disse Lexy. Molto romantico.
Sempre che ti piacciano le bambole parlanti, per.
Il battello si ferm. I passeggeri sulla poppa della barchetta
saltarono fuori e noi scivolammo dentro dall'altra parte. Ma
gli occupanti del sedile davanti a noi, una coppia con due bambine,
restarono dov'erano. L'uomo era in piedi e si chin verso
l'operatore della giostra, un teenager ammodo in tenuta da
gondoliere veneziano.
Mi scusi, disse l'uomo con un tono di voce grave. Mi
chiedo se potrebbe lasciarci fare un altro giro. La bambina davanti
a noi urlava cos forte che non siamo neanche riusciti a
sentire la musica.
Il gondoliere scosse il capo e disse qualcosa che non riuscii
a sentire. Davanti a noi, la donna fece per alzarsi e raccogliere
le sue cose, ma il marito le fece cenno di restare dov'era.
La prego, disse al gondoliere. Non era una domanda.
Non siamo riusciti a goderci la corsa. Ci farebbe un favore
enorme.
Il tizio si strinse nelle spalle. Vabbe', restate pure, disse.
L'uomo si sedette e il battello si immise lentamente nel canale.
Cosa gli hai detto, papy?, chiese una delle bambine, estasiata.
Papy ha detto una bugia, replic l'uomo in un sussurro
per non farsi udire dagli estranei. Papy si  comportato male.
Sua moglie scuoteva la testa e rideva. S, bimbe, disse.
Fate quel che dice papy, non quel che fa papy.
Guardai Lexy e feci roteare gli occhi. Ma che favolosi modelli
di comportamento, bisbigliai.
Tutto il corpo di Lexy si era irrigidito. Proprio non la sopporto
la gente cos, disse furiosa, a voce bassa. Cosa li induce
a pensare che per loro le regole non valgano?.
Le presi la mano. Non prendertela, dissi. Guarda, le
bambole che cantano. Ingenue ma niente male.
Lei per se ne rimaneva seduta immobile con gli occhi fissi
davanti a s. Il nostro battello veleggiava liscio per gli ampi
canali. L'aria fresca era un sollievo dopo la calura della Florida.
Guardai scorrere i bambolotti.
Che paese sarebbe quello?, chiesi, indicando un paesaggio
azzurro ghiaccio popolato da pinguini che cantavano. Antartide?.
Lexy fece spallucce.
L'uomo davanti a noi si volt verso le figlie. Dai, Ashley,
Madison, attacc. Le sapete le parole. There's just one moon
and one golden sun.... Le bambine non si tirarono indietro,
cantando forte con le loro vocette acute.
Ci uniamo al coretto?, dissi a Lexy. Dai, Lexy, le sai anche
tu le parole.
Ma lei non sorrideva affatto. Teneva lo sguardo puntato sulle
ginocchia.
There's so much that tue share, strillarono le bambine davanti
a noi, That it's time we're aware....
Lexy era ancora furibonda quando arrivammo al termine
della corsa.
Dai, dissi, alzandomi e saltando fuori dal battello. Andiamo
a prenderci uno di quei gelati con la testa di Topolino.
Ma lei guardava dall'altra parte.
Mi scusi, disse forte all'operatore della giostra. Il piccolo
gruppetto famigliare si gir per sentire cosa avesse da dire.
Possiamo fare un altro giro? Le persone davanti a noi erano
cos moralmente riprovevoli che non siamo riusciti a goderci la
corsa. Scese dal battello e cominci a camminare, il corpo rigido,
le braccia serrate lungo i fianchi.
Che vuol dire, papy?, chiese una delle bambine.
Lexy si gir. Significa che il tuo papy  uno stronzo, replic.
E continu a camminare a passo veloce davanti a me.
Quando la raggiunsi stava per scoppiare in lacrime. Allungai
una mano per toccarle un braccio, ma lei si ritrasse di scatto
allontanandosi da me.
Fin qui era stata una giornata splendida, e adesso l'ho rovinata,
disse. Non so perch mi prendono questi attacchi.
Non l'hai rovinata, dissi. Devo ammettere che lo sfogo di
Lexy mi aveva colto un po' alla sprovvista. Ero sorpreso dalla
sua intensit emotiva, dalla forza della sua reazione nei confronti
di persone che non conosceva neanche. Ma cos tante
cose mi avevano sorpreso nelle ultime ventiquattr'ore, non ultima
la mia disponibilit a lasciarmi condurre da Lexy, a ribaltare
completamente il mio atteggiamento pur di stare con lei.
In tutta la mia vita non avevo mai detto stronzo a nessuno -
non in faccia, ad ogni modo - ma in quel momento mi resi
conto che magari avrei dovuto. Magari se avessi aperto la bocca
pi spesso, lasciandomi venire le parole alle labbra, non avrei
vissuto sentendomi cos solo.
Avevi ragione, dissi. Quel papy era uno stronzo. Anzi,
andiamo a beccarlo, che gli diamo un bel calcio nel culo.
Non so perch mi succede, disse Lexy, continuando a evitare
i miei occhi. Se vuoi andartene, ti conviene farlo subito.
Presi il suo viso fra le mani e lo girai in su finch fu costretta
a guardarmi. Sorrisi. Non voglio andarmene, la rassicurai.
Davvero?, disse. Aveva gli occhi lucidi di lacrime.
Giuro di no.
Non sei... che ne so, fuori di te o allucinato o imbarazzato
all'idea che qualcuno ti veda con me? Voglio dire, non mi
conosci neanche, e guarda che scenate mi metto a imbastire
con gli estranei.
Be', non mi azzarder certo a passarti davanti mentre sei
in coda, poco ma sicuro, dissi. Finalmente sorrise. Ma come
potrei essere fuori di me per quello che hai fatto? Guarda dove
mi hai portato. Spalancai le braccia includendo tutto quello
che ci circondava: i colori e la musica, le giostre, le orde di gente,
il sole della Florida. Tu mi hai portato dove avevo bisogno
di andare. E adesso, ti prego: mostrami il resto.
...
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...
CAPITOLO 9.
...
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...
Ho accennato ai libri, no? I libri che Lexy ha riordinato in
maniera diversa il giorno della sua morte? Oggi ho intenzione
di mettermi seduto e cominciare a compilare una lista. Da
quanto mi risulta, il lavoro di Lexy quel giorno si concentr
su una libreria in particolare; anche se tutti gli scaffali di casa
sono stati rimaneggiati in qualche misura, magari con un solo
libro spostato qua e l e sostituito con un altro,  solo nella libreria
della mia tana che niente  pi come prima. Tutti i libri
che si trovavano l la mattina, all'ora in cui sono uscito,
sono stati tirati fuori, e se anche sono stati rimessi gi, non
sono al loro posto. Lo spazio rimasto vuoto  stato riempito
con libri presi da altri punti della casa. Comincio a trascrivere
i titoli nel mio computer portatile, nell'ordine in cui li ha
disposti Lexy, prendendo appunti sull'argomento e sul ruolo
ricoperto da ciascun testo nella nostra vita, oltre ad annotare
quali erano suoi e quali sono miei. Per il momento non mi riesce
di individuare nessun particolare metodo seguito da Lexy.
Arrivo fino al ripiano pi alto, dove sono disposti i seguenti
libri:
Se sei bello ti tirano le pietre: apprendimento linguistico nella
prima infanzia (Mio).
Io solo sono George Washington (Mio. Un libro sulla regressione
a vite precedenti. Ho sempre avuto un debole per
questo genere di cose).
L'amore nel mondo di ieri (Questo era di Lexy. Un romanzo
acclamato dalla critica, da cui in seguito  stata tratta una
versione cinematografica veramente orribile).
Se almeno ci avessi visto giusto! (Mio. Un libro di barzellette
che ho comprato per un saggio accademico che stavo scrivendo
sulle battute finali).
Non  da loro che l'ho saputo (Suo. Un romanzo di formazione
che parla di una ragazza nella Brooklyn degli anni Cinquanta).
Tutto quel che occorre per diventare il concorrente di un quiz
televisivo (Mio. Non mi sono mai seriamente impegnato per
partecipare a uno spettacolo a premi, ma ho sempre pensato
di possedere le qualit necessarie).
Volere o volare che differenza c' (Suo. Un libro su folklore
e tradizioni legate all'infanzia di tutto il mondo).
Adesso so chi  il mio ridgeback (Suo, anche se ultimamente
l'ho consultato diverse volte).
Ma tu non eri qualcuno? Dove sono finite oggi le star di ieri (Mio).
Prima ti analizzo grammaticalmente: la linguistica degli slogan
su adesivi, bottoni e magliette (Mio).
Non avrei mai detto che mi sarebbe piaciuta. La musica peggiore
del mondo (Mio. Un regalo che Lexy mi aveva fatto per
scherzo, non si stancava mai di ripetermi quanto io avessi dei
gusti orrendi in fatto di musica.
Come ho detto, questo  solo il ripiano pi alto. Ho appena
trascritto l'ultimo titolo e gi comincio a interrogarmi sul
senso di ci che ho fatto. Cosa mi aspetto di trovare esattamente:
un messaggio dall'oltretomba, a chiari caratteri, nel mio
studio? Tutt'a un tratto-mi torna in mente il misterioso entusiasmo
che provai da bambino all'epoca in cui cominciarono a
circolare strane voci sui Beatles, tipo Paul  morto. Avevo
tredici anni quando venne fuori quella storia e ne rimasi elettrizzato,
mi veniva la pelle d'oca ad ascoltare al contrario i messaggi
registrati, e trovavo inquietante l'idea di indizi segreti che
avevamo l sotto il naso. Il mio amico Paul Muzzey, con cui oltre
al nome di battesimo condividevo il lieve entusiasmo di essere
un omonimo del cadavere oggetto di quel complotto, cominci
a tenere una lunga lista di tutti gli indizi pubblicati sulle
riviste di musica e comunicati durante le trasmissioni radiofoniche.
Un pomeriggio mi chiam e disse: Metti subito su A
Day in the Life. Io intanto resto in linea.
All'indietro?, chiesi.
No, sentila cos com'. Ti dico io quando fermarla.
Cos posai la cornetta e andai allo stereo in soggiorno.
Estrassi Sergeant Pepper dalla copertina e lo misi sul piatto. I
miei genitori erano fuori, per cui alzai il volume al massimo, poi
andai di nuovo al telefono.
Bene, dissi mentre cominciavano gli accordi che conoscevo
a memoria.
Bene, ripet Paul. Adesso chiudi gli occhi e ascolta.
Mi sedetti con gli occhi chiusi, la cornetta appoggiata all'orecchio,
e ascoltai la canzone che avevo gi sentito centinaia di
volte. Non ci trovai nulla di nuovo. La prima strofa finiva con
Nobody ivas really sure if he was from the House of Lords, e Paul disse: Sentito?.
Sentito cosa?.
Ha detto house of Paul".
Neanche per sogno, replicai. Dice House of Lords".
Lords non assomiglia neanche a Paul.
Rimetti su il pezzo e ascolta attentamente. Dice Paul.
Cos sollevai la puntina e la feci ridiscendere all'inizio della
canzone. E lo sentii proprio il mio nome, chiaro come il sole.
"Nessuno era davvero sicuro che venisse dalla casa di Paul".
Sentii un brivido scorrermi lungo la schiena.
Accidenti, mormorai. Dice proprio Paul.
Io e Paul ci sedemmo, da un capo all'altro del filo, ad ascoltare
in silenzio il resto della canzone. Fu un momento solenne,
un momento schiacciato dalla verit che avevamo scoperto. La
casa di Paul. Era proprio vero.
Ovviamente, poco tempo dopo salt fuori che l'intero complotto
era una beffa e che Paul McCartney era vivo e vegeto.
Ma ancora oggi non riesco ad ascoltare quella canzone senza
sentire House of Paul. Credo che quanto ho scoperto quel
pomeriggio fosse vero. Datemi pure una qualsiasi pila di libri,
sono pronto a giurarlo.
A distanza di trent'anni, sto ancora cercando significati reconditi
negli oggetti comuni che riempiono la mia vita. L'unica
differenza  che adesso non ho una nazione di DJ e fan in
et adolescenziale particolarmente acuti in grado di aiutarmi.
Sono davvero solo ad affrontare quest'impresa. Tutto quello
che ho sono quarantatr libri disposti su uno scaffale. E cosa
mi aspetto significhino? Qualcosa. O magari proprio nulla.
...
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CAPITOLO 10.
...
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...
Tornando a Disney World, tornando tra i fuochi artificiali
notturni e i bambini dai cappelli con le orecchie di Topolino,
io e Lexy camminammo sempre mano nella mano. A volte
penso che, potendo, radunerei tutta la gente che ha visitato il
parco nei giorni in cui c'eravamo anche noi e chiederei di mostrarmi
foto e videocassette, nella remota eventualit che uno
di loro possa averci ripreso per caso. A ripensarci, sono sicuro
che siamo passati in mezzo a un gruppo familiare nel preciso
momento in cui  scattato l'otturatore; di sicuro un padre
che brandiva la videocamera deve averci sorpreso da qualche
parte, mentre saltavamo dentro una tazza da t o leggevamo
le lapidi fuori dalla Haunted Mansion, la casa stregata, mentre
i figli, irrequieti e ubriachi dall'eccitazione, correvano intorno
alle gambe delle persone. Cosa darei per una cosa del
genere, vedere che aria avevamo, noi due insieme, dopo neanche
una settimana che ci conoscevamo? Io con la mia camicia
di Ih-Oh e Lexy con il sole nei capelli. Qualsiasi cosa. Darei
qualsiasi cosa.
Restammo a Orlando per quattro giorni. Arrivammo a tarda
sera, era domenica, e non ci mettemmo in viaggio verso casa
prima di gioved mattina. Per tutto il tempo mangiammo solo
antipasti. Antipasti, stuzzichini e contorni. Non facemmo una
vera cena fino a venerd sera, quando, ormai quasi arrivati in
citt, ci fermammo nello stesso ristorante italiano dov'eravamo
andati il giorno di quel matrimonio. Ci concedemmo una gran
cena, con tanto di portate principali e dolce, vino e caff, poi
depositai Lexy a casa sua e io tornai alla mia a correggere i saggi
in uno stato d'animo generoso ed esuberante. Cos si concluse
il nostro primo appuntamento.
Non ho ancora accennato alla sistemazione per la notte; non
vi ho detto che dormimmo nella stessa stanzetta di motel della
Florida per quattro umide notti e che solo l'ultima Lexy attravers
la stanza e s'infil nel mio letto. Si premur di sussurrarmi:
Di solito non lo faccio al primo appuntamento, mentre
con le mani accarezzava il mio corpo da lungo tempo dimenticato.
Annoto queste cose - il tepore dell'aria e le lenzuola fresche,
la gioia sorprendente di avere Lexy coricata al mio fianco
- con la ferma intenzione di non tralasciare nulla che potrebbe
rivelarsi di fondamentale importanza. Anche se, a dire il vero,
non sono cose di cui riesco a parlare con grande disinvoltura. La
toccai e fu come tornare a casa. Cos'altro resta da dire?
La domenica pomeriggio, due giorni dopo il ritorno, mi presentai
a casa di Lexy con i fiori e un giochino da mordicchiare
per Lorelei. I fiori, i primi che le avessi mai regalato, erano
dalie, di un rosso cos scuro che sembravano quasi nere.
Urea, disse Lexy mentre me le prendeva dalle mani.
Sono meravigliose. Non ho mai visto dei fiori di questo colore.
In qualche modo mi fanno pensare al diavolo.
Il diavolo?, dissi. S, in realt  qui che ti volevo. E un
test, per vedere se sei ricettiva nei confronti della magia nera.
Adesso posso presentarti alle altre streghe della congrega.
Rise. No, non capisci cosa voglio dire? Sono di quel color
rosso sangue talmente scuro, e hanno quegli strani petali esagonali
cos seducenti che come niente ti attirano sempre pi a
fondo nei loro meandri. Lexy fece una pausa, poi aggiunse
con aria solenne: Credo che avr un mazzolino di fiori cos il
giorno del mio matrimonio.
Tacqui un attimo. Be', dissi. Ti conviene sposarti in fretta.
Queste dureranno solo un paio di giorni.
Lexy rise e mi circond con le braccia. Ah, non pensare di
cavartela con cos poco, disse. Ma capisci cosa volevo dire a
proposito di questi fiori? Mi hanno talmente sedotta da indurmi
a chiederti di sposarmi il giorno del nostro secondo appuntamento.
Penso ci convenga metterli nell'altra stanza prima
che io perda completamente il controllo.
Oh, teniamoli qui e vediamo cosa succede, dissi, e la tirai
con me sul divano.
Pi tardi, quel pomeriggio, Lexy mi port gi nel seminterrato
per mostrarmi il suo laboratorio, il posto dove creava
le sue maschere. C'era un grande tavolo al centro della stanza,
con sopra un mucchio di giornali e di barattoli di vernice buttati
alla rinfusa. Volti non ancora finiti, spogli e spettrali, erano
accatastati sul pavimento. Tutto era coperto da un filo di
polvere. Mi venne in mente la maschera che avevo indossato al
matrimonio.
Volevo chiederti, dissi, cosa significa: Ti sei presa il pi
bel cavaliere di tutta la mia compagnia?  una citazione?.
 tratto da Tarn Lin, rispose. Conosci la storia?.
No, dissi. Non mi pare.
Deriva da un'antica poesia scozzese, ma la prima volta l'ho
sentita raccontare come fiaba. Una versione su un vecchio disco
che avevo da piccola... allora facevo molta fatica ad addormentarmi
e ascoltavo quei dischi dove qualcuno legge le
storie, tipo libri registrati su cassetta. C'era sempre uno di quegli
attori ormai bruciati che leggevano, gente che non avevo
mai sentito nominare, ma che anni dopo vidi nei film vecchi
che passavano in televisione e cose cos. E comunque, Tarn Lin
la adoravo.  la storia di una donna di nome Janet che si innamora
di un cavaliere di nome Tarn Lin, che  stato rapito
dalla regina delle fate o dalla regina degli elfi... qualcosa del genere,
e Janet deve salvarlo e strapparlo da lei per riportarlo nel
mondo dei mortali. Cos, il giorno di Halloween, Janet va ad
aspettarlo nel bosco a mezzanotte, quand'ecco che tutte le fate
passano a cavallo, e lei deve disarcionare Tarn Lin e non mollarlo
mentre la regina delle fate lo trasforma in tutti gli orrori
possibili e immaginabili: serpente, bestia ringhiosa e sbarra di
ferro rossa incandescente, ma Janet deve tenersi aggrappata a
lui pi forte che pu, finch finalmente Tarn Lin si trasforma
in un uomo nudo come madre natura l'ha fatto - non  una
frase carina, un uomo nudo come madre natura l'ha fatto?
- e lei a quel punto  sua per sempre.
Quindi Janet a mezzanotte  l nel bosco con un uomo nudo
fra le braccia? E questa sarebbe una favola per bambini?.
Lexy rise. Non  ancora niente, disse. Quand'ero all'universit,
scovai la poesia originale, e viene fuori che Janet era
incinta. La versione per bambini  stata epurata di due o tre cosette.
E quand' che entra in gioco il cavaliere pi bello di tutta
la mia compagnia?.
Ah, quella  la parte migliore. Dopo che Janet lo ha salvato,
e tutto  sistemato, la regina delle fate va su tutte le furie.
La mia versione diceva cos: Allora la regina delle fate parl
chiaro, e una regina adirata lei era: Ti sei presa il pi bel cavaliere
di tutta la mia compagnia. Dopodich segue quel pezzo
spaventoso che io trovavo tremendamente emozionante,
quando la regina delle fate confessa a Tarn Lin: Se solo ieri
avessi saputo quel che so oggi, ti avrei strappato gli occhi grigi
per infilartene due d'argilla. E se solo ieri avessi saputo che
non saresti pi stato mio, ti avrei estratto il cuore di carne per
mettertene uno di pietra. Ancora adesso mi fa venire la pelle
d'oca.
Ma che bella storiellina spensierata, dissi. Adesso capisco
perch ti si  inculcata cos tanto.
Lexy si butt su un lungo divano malconcio che correva
lungo un'intera parete, lasciandosi sprofondare. Mi sedetti accanto
a lei. Si sentirono una serie di tonfi sordi lungo le scale,
mentre Lorelei scendeva con ampie falcate per raggiungerci.
Si avvicin al divano e salt su, intrufolando il suo grande corpo
compatto nello spazio angusto fra me e Lexy.
Desidera?, dissi al cane, mentre mi si incastrava fra le ginocchia.
Lexy accarezz Lorelei, con un'aria assorta.
Il fatto , disse, che mi sono sempre identificata con la
regina delle fate.
Come mai?, chiesi.
Non lo so. Forse Janet era troppo santarellina per i miei
gusti.
A parte il fatto che resta incinta.
Lexy sorrise. A parte quello. Rimase un attimo zitta. No,
immagino che in qualche modo io mi identificassi con la sua
rabbia. Vedi, va talmente fuori dai gangheri, e il suo comportamento
 descritto come del tutto sconveniente, ma io capisco
benissimo il suo punto di vista.
Ci riflettei brevemente. In effetti, dissi. Cos'altro dovrebbe
fare, essendo la regina delle fate, con quella Janet che
sbuca dal nulla per soffiarle il suo cavaliere pi bello.
Questo  il punto.
La guardai grattare dolcemente Lorelei dietro le orecchie.
Pensai alla regina delle fate della storia, che pestava i piedi e
strillava nel vento notturno, e pensai a Lexy nel Magic Kingdom,
appoggiata a un albero di vetroresina, prossima alle lacrime,
che tremava in preda alla furia sfrenata di una regina degli
elfi. Mi portai la sua mano alla bocca e la baciai.
...
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CAPITOLO 11.
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Anche i cani, a modo loro, esprimono il lutto, aspettando
pazienti che qualcuno ritorni a casa, annusando un odore che
non c' pi. Da quando Lexy  morta, mi  capitato spesso di
vedere Lorelei seduta in cima alle scale del seminterrato, in attesa
di udire dei rumori dal laboratorio gi. Stamattina me la
sono ritrovata in camera da letto che dormiva spaparanzata su
uno dei maglioni di Lexy. Con la gruccia imbottita che spuntava
dalla scollatura. Devo aver lasciato aperta la porta del gabinetto
e posso solo dedurre che Lorelei, attirata dall'effluvio
del profumo di Lexy, dei suoi capelli, della sua pelle, di cui i
suoi vestiti sono rimasti impregnati, abbia fatto un balzo e strattonato
quel capo finch non  riuscita a staccarlo dall'asta. Non
ho nessuna intenzione di portarle via il maglione. Per mi inginocchio
e sfilo la gruccia, cos non rischia di farsi male, e lascio
che inali i suoi ricordi, qualsiasi essi siano.
Oggi devo passare dall'universit a prendere dei saggi che
ho lasciato in ufficio.  la prima volta che ci torno da quando,
due mesi fa, comunicai i miei progetti di ricerca ai miei colleghi.
Non fu certo un momento di gloria, il giorno in cui presentai
la mia proposta al dipartimento; appena giunsi alla parte
riguardante l'apprendimento del linguaggio canino, in tutta
la sala scese il silenzio e i presenti cominciarono a esaminare
vari oggetti inanimati - penne, fedi nuziali, il tavolo per le conferenze
- scrutandoli ansiosamente.
Oggi spero proprio di non imbattermi in nessuno e, in effetti,
ho pensato di fare un salto in un momento in cui credo
di non trovare nemmeno un'anima in giro; ma a quanto pare
durante la mia assenza hanno cambiato il giorno in cui solitamente
fissano le riunioni di dipartimento. Al mio arrivo trovo
tutti i miei colleghi in piedi lungo il corridoio fuori dalla sala
conferenze, bevono il caff e parlano. A uno a uno si zittiscono
appena vedono che mi sto avvicinando.2
 Julia Desmond a parlare per prima. Julia  una donna alta,
ricca di famiglia, e le piace portare gioielli stravaganti. Oggi sono rubini.
Paul, dice tutta allegra, venendo verso di me a braccia spalancate. Come stai?.
Ricambio il suo abbraccio e le do un bacino sulla guancia.
Bene, dico. Non c' male. Guardandomi attorno, vedo
che l'intero gruppo di persone mi sta fissando, il sorriso stampato
in faccia. Sono solo passato a prendere un po' di cose, dico.
Benissimo, benissimo, dice Julia. Da queste parti si 
sentita parecchio la tua mancanza. Mi sorride ancora per un
momento, le mani sempre posate sulle mie braccia. Sembra
non saper bene cosa aggiungere. Be',  un piacere vederti,
conclude alla fine. Si ritira nella sala conferenze.
Mi dirigo verso il mio ufficio, con la folla che si divide per
lasciarmi passare come se fossi un santo. Matthew Rice, direttore
del dipartimento e mio caro amico, spunta all'improvviso
e mi si piazza di fianco mentre apro la porta. Mi segue all'interno.
Allora, Paul, parlando seriamente, come ti va?, domanda,
chiudendosi dietro la porta.
Cos cos, tentenno.
Siamo tutti molto preoccupati per te, dice. Ma ti vedo
bene.
Grazie. Sono abbastanza sicuro che stia mentendo. Negli
ultimi tempi non mi sono preso particolarmente cura del mio
aspetto. So di essere dimagrito dopo la morte di Lexy e i vestiti mi ballano addosso.
Ti stai tenendo occupato?, chiede, salvo pentirsene immediatamente.
S. La mia ricerca mi prende quasi tutto il tempo.
Matthew annuisce e distoglie lo sguardo. Stai ancora lavorando
a quel... progetto?, chiede. Quello con il cane?.
S, confermo, forse con brio eccessivo. Sta andando piuttosto bene.
Matthew si rifiuta di guardarmi negli occhi. Fantastico,
dice, dopo una pausa. Sai, io e Eleanor abbiamo una casetta
sulla spiaggia a Rehoboth e ci farebbe molto piacere che ci raggiungessi
per passare un po' di tempo con noi. Potrebbe farti
bene cambiare aria per un po'.
Ci faccio un pensierino. Passeggiate sulla spiaggia la mattina
presto, con Lorelei che corre davanti a me, serate avvolte
nell'odore dell'aria marina. Come idea non mi sembra poi tanto malvagia.
Matthew continua. Solo che, dice, Eleanor  allergica ai
cani, per cui dovresti lasciare a casa Lorelei. Ma puoi sempre
metterla a pensione da qualche parte, o trovare una soluzione
per un paio di settimane. Anche Julia ha dei cani; potrebbe
senz'altro indicarti il nome di un buon canile.
Certo, penso. Certo. Grazie comunque, dico. La mia voce
suona sottile e fragile come vetro. Ma non penso di poter abbandonare
la mia ricerca a questo punto.
Annuisce, tenendo gli occhi fissi sul pavimento. Benissimo
allora, dice, voltandosi verso la porta. Sembra colpito. Cedo un minimo.
Davvero, sto bene, assicuro. Sono certo che tutta questa
faccenda ti sembrer assurda, ma penso ne valga davvero la
pena. Mi sento come se stessi per scoprire qualcosa d'importante.
Ho solo bisogno di un po' di tempo per lavorarci sopra.
Sorride perplesso, ma almeno mi guarda negli occhi. Pensa
soltanto, dice, cosa significher se scoprirai di avere ragione.
Si ferma pensieroso, ponderando la questione. Be',
devo tornare in riunione. Fatti sentire, okay?.
Ma certo, dico. Salutami tanto Eleanor.
Prendo su le cose di cui ho bisogno e mi accingo ad andarmene.
Mentre esco, noto un pezzetto di carta rosa che a quanto
pare qualcuno ha infilato sotto la porta. Lo raccolgo. E un
foglietto del tipo Chiamate in tua assenza. In alto, scarabocchiato
di traverso, c' scritto: Ha telefonato il tuo cane. Sotto,
nello spazio per il messaggio, solo due parole: Bau, bau.
Accartoccio il foglietto e lo butto via.
Una volta tornato a casa, raccolgo il maglione di Lexy dal
pavimento della camera da letto e me lo tengo premuto contro
il viso. Mi chiedo cosa ne penserebbe lei della piega che ha
preso la mia vita. Lorelei, di ritorno dai suoi vagabondaggi, viene
a salutarmi, e io le do una grattatina dietro le orecchie.
Dov' Lexy?, le chiedo. Mi fissa prontamente. Va' a
prendere Lexy, dico. E lei sparisce di colpo, l che corre come
un'ossessa da una stanza all'altra. Angosciato, la guardo mentre
procede con le sue ricerche per tutta la casa, annusando
negli angoli e abbaiando. Lorelei, la chiamo. Basta! Fermati
piccola! Zitta! Qui!. Le impartisco uno a uno tutti gli ordini
che conosce. Ma non serve a nulla. Non riesco a fermarla,
adesso che ho pronunciato le parole magiche. Lorelei rif il
giro della casa parecchie volte, cercando e ululando senza trovare chi ha perduto.
...
.
...
CAPITOLO 12.
...
.
...
La prima volta che chiesi a Lexy di sposarmi, rispose di no.
Erano i primi di dicembre, circa nove mesi dopo il nostro primo
incontro, ed eravamo partiti per il weekend. Eravamo alloggiati
in un alberghetto sulla spiaggia, la giornata era stata
piovosa e sferzata da raffiche di vento. Avevamo trascorso la
maggior parte del tempo al chiuso, con il caminetto acceso, a
fare giochi da tavolo e bere vino.
Mentre eravamo a letto, Lexy allung fuori un braccio,
afferr un pennarello dal comodino e mi prese entrambe le
mani. Queste sono le cose che mi dai, disse, e cominci a
scrivere. Mi copr le mani di parole. Uova quadrate, scrisse,
e spiagge d'inverno. Le tue labbra sul mio collo,
una settimana di antipasti e musica davvero orribile.
Scrisse: Caffellatte, Scarabeo, e fiori che sembrano il
diavolo. Quando ebbe finito, non restava pi neanche un
po' di spazio.
Adesso tocca a te, disse. Mi pass il pennarello e mi offr
le mani. Non sapevo cosa scrivere. Fame, pensai, e saziet.
Una sensazione di ali che mi frullano dentro. I giorni e le stagioni
e un cane con il pelo grinzoso di velluto. Invece le presi
la mano e, scrivendo a rovescio in modo che potesse leggere,
tracciai una lettera alla volta, un dito dopo l'altro: il
mondo intero.
Era la cosa pi vera e romantica che avessi mai detto e non
la pronunciai nemmeno a voce alta. Preso com'ero nella sconfinata
esuberanza delle mie emozioni, le rigirai le mani e, quasi
soprappensiero, le scrissi di traverso sui palmi: Vuoi sposarmi?.
Lei si ritrasse e sfil via le mani. Dici sul serio?. Non sorrideva.
Sono serissimo, le assicurai, sorpreso di scoprire che lo
ero veramente.
Mi stai chiedendo di sposarti.
Ti sto chiedendo di sposarmi.
Cerc di interpretare la mia espressione. Be'... no, disse.
Distolse lo sguardo. Devo dire di no. Non sappiamo ancora
abbastanza l'uno dell'altra.
Il suo rifiuto non mi distolse dalla mia perfetta calma. Avevo
messo in conto di lasciarle un po' di tempo per abituarsi
all'idea. Tu sai tutto quello che c' da sapere di me, dissi. E
io so abbastanza di te per sapere che ti amo.
Lexy si gir dall'altra parte. Che c'?, chiesi.
Rimase per un momento in silenzio. La sua schiena si era irrigidita
e, appena allungai una mano per toccarla, Lexy si ritrasse
con un sussulto. Lo so che mi ami, ammise alla fine.
La sua voce indicava che era sfinita. Ma come fai a saperlo?.
Be', lo so perch desidero stare con te tutto il tempo...,
cominciai.
No. Non  quello che voglio dire. Cio, com' che ti sfiora
il pensiero? Quanto spesso te ne accorgi sul serio?.
Sempre. Lo so sempre.
S, lo sai sempre, ma ...  come in fondo alla tua mente,
giusto?  come...  come quando ti rendi conto che un giorno
morirai.
Allungai una mano per posargliela sulla spalla e girai Lexy
verso di me in modo che tornasse a guardarmi negli occhi.
Lexy, non capisco quello che dici.
Be', ecco, ognuno di noi sa che un giorno morir, giusto?,
ma la maggior parte del tempo lasci che ti sfugga di mente.
Cio, ce l'hai sempre in testa, e se qualcuno ti facesse una domanda
al riguardo, sapresti benissimo cosa rispondere. Ma poi
ci sono momenti in cui tutt'a un tratto te ne rendi conto, capisci?
All'improvviso ti colpisce il fatto che un giorno morirai,
e ti dici: Oh, mio Dio, questa  la cosa pi grave della mia
vita, e quasi me ne dimenticavo.
Be', e con ci? Cosa c'entra con il resto? No, non penso
alla mia morte in ogni momento della mia giornata, ma  perch
voglio dimenticarmene. Non puoi vivere la tua vita senza
perderla di vista ogni tanto. Ma i sentimenti che provo per te
sono tutt'altra faccenda.
Scusa se insisto.  cos che ti accorgi di provare amore
per me, giusto? A singhiozzi. Si gir nuovamente dall'altra
parte.
Mi passai le mani sul viso, sfregando forte la pelle, per cercare
di sentire .qualcosa di solido sotto. Prima di allora non
avevamo mai avuto uno scontro cos forte e mi era scesa addosso
una spossatezza, come se mi sforzassi di nuotare nella
melassa. Dai, Lexy, perch farne una questione? Ti amo sempre,
in ogni momento. Non smetto un solo istante. Ma cosa
vuoi che ti dica? Non puoi mantenere quel livello di intensit
ogni minuto della tua vita.
Si era placata. Be', io s. Mi succede. Non faccio un respiro,
nemmeno uno, senza sapere che ti amo.
Rimasi un attimo interdetto, mentre guardavo la lunga linea
della sua schiena. Perch hai tirato fuori questa storia?,
chiesi.
Per un momento non disse nulla. Poi si volt a guardarmi.
Non lo so. Mi dispiace. Immagino che in qualche modo tu
mi abbia fatto andare un po' su di giri, proponendoti cos di
punto in bianco.
Vuoi che ritiri quello che ho detto?.
Si tenne le mani davanti al viso, mentre guardava le parole
che avevo scritto. No. Non voglio che ritiri niente. Sospir.
Ma non posso dirti subito di s. Credo che tu non mi conosca
abbastanza. Come la mettiamo se tu, scoprendo
dell'altro, ti ritrovi a cambiare idea?.
Be', non penso proprio sia questo il caso. E comunque,
dai, va' pure avanti: dimmi le cose che non so.
Va bene, acconsent. La sua voce era calmissima, serena.
Ti sposer se rispondi esattamente a questa domanda: secondo
te ho dei tatuaggi?.
La fissai con occhi sgranati. Conoscevo a memoria ogni
centimetro della sua pelle. Pensava che mi fosse sfuggito qualcosa?
No, dissi. Neanche uno.
Lexy abbass il capo e si scost i capelli perch potessi vedere.
Riuscii a distinguere dell'inchiostro nero sul cuoio capelluto.
Peccato, disse.
Le piegai la testa in avanti, esaminandola. Non riuscivo a
capire. Cos'?, chiesi.
Sono capelli di serpente, disse. Come Medusa.
Urea, dissi. Cercai di seguire le linee sulla sua testa, nel
tentativo di distinguere le scaglie e le facce adirate dei serpenti,
ma i suoi capelli erano troppo folti. Quando te lo sei
fatto?.
Quando avevo diciassette anni. Mi sgusci via dalle mani
ancora appoggiate sui suoi capelli e alz la testa per guardarmi.
Mi strappavo i capelli. Una specie di disturbo nervoso.
Annuii. Ho presente, dissi. Fammi pensare, come si
chiama?. Cercai di risalire alle possibili radici latine e greche.
Tricotillomania?.
Lexy mi fiss e scosse il capo. Sai le cose pi dannatamente
strane. E comunque, i miei genitori mi portarono da
un paio di dottori che mi prescrissero delle cure per risolvere
il problema, ma non serv a niente. Finch un giorno decisi di
farmi rasare la testa e finirla con quella storia.
Pensai alla mia Lexy da ragazzina, l pelata e sfrontata davanti
al mondo. Un pensiero stranamente toccante. E ha funzionato?,
chiesi.
Be', certo. Non restava pi niente da strappare.
Capisco.
Cos rimasi a testa rasata per un anno o gi di l, finch
sentii che in qualche modo le cose nella mia vita cominciavano
ad andar meglio e che non sarebbe stato un problema farli
ricrescere. Il tatuaggio decisi di farmelo come una specie di
talismano.  la mia forza segreta. Mi impedisce di ricadere nel
posto dove sono stata in quel periodo.
Con una certa esitazione, allungai una mano verso di lei.
Lexy la strinse. Mi dispiace, disse.
Per cosa?.
Per aver rovinato la tua deliziosa proposta. Tese le mani
davanti a s e guard di nuovo le parole. Molto dolce da parte tua.
Figurati.
Ho solo bisogno di un po' di tempo, disse. Per convincermi che  tutto vero.
Non preoccuparti. Io non scappo da nessuna parte.
Cos aspettai. Aspettai altri cinque mesi. Finch un mattino, al risveglio, mi ritrovai una sola parola scritta sul palmo.
S, diceva.
...
.
...
CAPITOLO 13.
...
.
...
Il fatto  che non sono stato del tutto sincero con il detective
Anthony Stack quando mi ha chiesto se Lexy avesse mai
accennato al suicidio. No, non sono stato per niente sincero. Il
che non significa che avessi chiss quale ragione di credere che
Lexy fosse una potenziale suicida nei mesi e nelle settimane
che precedettero la sua morte; per lo meno, non a quel tempo.
Ma a questo punto sarebbe disonesto da parte mia non rivelare
che, durante quel dolcissimo periodo a fiato sospeso del nostro
fidanzamento, in realt Lexy mi rivel che nella sua vita
c'erano stati momenti in cui aveva pensato di farla finita.
La sola volta che ci and vicino, mi disse, fu durante quell'anno
della sua adolescenza, quando si strappava i capelli, l'anno
in cui i serpenti trovarono dimora sul suo cuoio capelluto.
I suoi stavano divorziando, e lei non andava granch bene a
scuola... ma mi accorgo di parlare come se queste fossero ragioni
plausibili. Come se la stoffa della sofferenza umana potesse
essere disfatta in fili e riavvolta su un rocchetto come niente.
Quante ragazzine quell'anno saranno andate male a scuola,
avranno avuto problemi con i genitori, senza per questo pensare
di prendere in mano un coltello e premersi la punta fredda
sui polsi? No. La questione  assai pi complessa, e menti
pi scientifiche della mia, pur prendendo in considerazione
tutti gli aspetti, devono ancora comprendere cosa succede in
casi del genere.
Ma di qualsiasi elisir fatale si tratti, quella mescolanza di circostanze
e temperamento che conduce una persona sull'orlo
della morte e a volte la riporta indietro scorreva dentro il corpo
di Lexy come sangue. In quel periodo cadde in una depressione
profonda e lo sforzo, giorno dopo giorno, di arrivare
faticosamente a sera, il peso che portava come una pietra
sul cuore la lasciavano sfinita. Tornava a casa da scuola e si trascinava
a letto per restarci finch si avvicinava il momento in
cui la madre tornava dal lavoro, e a quel punto sapeva di doversi
scuotere per simulare almeno una parvenza di normalit.
Durante quei pomeriggi, coricata a letto mentre la luce cominciava
a svanire, si scriveva cose su braccia e gambe, punti
che sapeva sarebbero stati coperti dai vestiti, spingendo a fondo
la penna nella carne. A volte, scrisse, sento che potrei
cominciare a piangere e andare avanti giorno e notte, e forse
solo allora sarebbe abbastanza. O forse no. A volte, scrisse,
mi sento come se avessi un buco tutto sbrindellato dentro
di me, che diventa pi grande ogni giorno. Scrisse: C'era una
volta una ragazza che spar nel nulla. Lexy rise mentre mi raccontava
queste cose, enfatizzando il lato ridicolo di quella sua
angoscia adolescenziale cos drammatica, ma vedevo benissimo
che ricordarsene la faceva star male. Fu durante quei pomeriggi
a letto che cominci a strapparsi i capelli. Voleva, disse, rendere
tangibile il suo dolore, sentire qualcosa anche di fuori. Mentre
allineava le ciocche di capelli accanto a s sulle lenzuola, mi
disse, in qualche modo si sentiva realizzata.
Fu la notte del ballo scolastico alla fine delle superiori che
tutti quei mesi di infelicit si cristallizzarono in un singolo momento
d'azione, e pens davvero che si sarebbe fatta fuori.
All'epoca Lexy aveva due amici intimi, Brian e Sara. Brian
era gay, lo sapevano gi allora, e Sara aveva un ragazzo che si
chiamava Jon di un anno pi grande di lei, che faceva l'universit.
Dato che Sara sarebbe andata al ballo con Jon, la cosa
pi ovvia era che Lexy e Brian ci andassero insieme. Nessuno
dei due voleva perderselo. Cos Sara e Lexy uscirono a comprarsi
un vestito per l'occasione. Sara voleva qualcosa di nero
e sexy, se possibile l'antitesi del tipico vestito da ballo di fine
anno. Lexy ci teneva ad apparire carina, nonostante il suo stato
d'animo. Voleva un vestito da ballo di fine anno. Trov qualcosa
che faceva al caso suo in un negozio di abiti d'epoca, un
vestito anni Cinquanta, senza spalline e di un azzurro chiarissimo,
con un mazzolino di rose rosa ricamate in diagonale da
una parte all'altra, dal corpetto all'orlo. Le piaceva l'abito, ma
erano i capelli a imbarazzarla, con quelle chiazze calve che
spuntavano in mezzo ai radi ciuffetti rimasti, cos il giorno del
ballo si ras la testa a zero. L'effetto finale non le dispiacque
affatto; trovava gradevole la sensazione della pelle liscia quando
ci passava sopra le mani. L'effetto della ragazza calva con l'abito
da sera di satin era a dir poco fuori dal comune, ma la faceva
sentire incantevole.
Il ballo non and come si era immaginata. La gente fissava
la sua testa appena rasata con evidente disprezzo e lei si sent
sola mentre ballava con Brian, pur essendogli affezionatissima.
Avrebbe voluto essere una delle ragazze accompagnate dai rispettivi
fidanzati, cos affascinanti nei loro smoking, ragazzi che
le desideravano, che accarezzavano le loro spalle nude mentre
sussurravano nelle orecchie come se la sarebbero spassata
dopo. A Lexy quei ragazzi non piacevano neanche, non ce n'era
nemmeno uno che avrebbe potuto indicare e dire in tutta
sincerit che avrebbe voluto stare con lui, ma desiderava qualcuno
che la desiderasse a sua volta. Voleva ballare con un ragazzo
che si eccitasse alla pressione del suo corpo, che chiudesse
gli occhi e con le labbra le sfiorasse la fronte. Voleva
lasciarsi prendere dallo spirito dell'avventura e sentirsi grande,
e invece il suo goffo amico Brian la faceva sentire a disagio,
con quelle mani troppo leggere e insicure sulle sue braccia,
mentre con gli occhi continuava a rincorrere Michael
Patterson, il ragazzo per cui si era preso una gran sbandata dall'inizio
della primavera. Lexy invidiava Sara, cos sofisticata con
il suo vestito nero velato e gli occhi pesantemente marcati dal
trucco, che di sicuro avrebbe baciato qualcuno, e molto altro
sarebbe seguito a fine serata. Dopo il ballo andarono in uno di
quegli alberghi Holiday Inn dove avevano prenotato un paio
di stanze per la notte - la madre di Lexy si era addirittura offerta
di pagare la sua parte, certa che fra lei e Brian non sarebbe
successo niente - e si ubriacarono tutti e quattro, finch Sara
e Jon cominciarono a buttarsi una nelle braccia dell'altro e decisero
di appartarsi nella loro stanza, lasciando Lexy e Brian per
conto loro.
Cos anche il ballo di fine anno  andato, disse Lexy, allungando
la mano per prendere la bottiglia di vodka che si erano
portati dietro. Se ne vers un po' nel bicchiere dove aveva
del succo d'arancia.
S, disse Brian. Un po' una delusione.
Michael sembra un gran bel tipo, disse Lexy. Brian chin
la testa e abbass gli occhi sul suo bicchiere. Ne parlava ancora
con un certo pudore, per quanto Lexy avesse fatto il possibile
per andargli incontro.
S, disse Brian. Pensi che lui e Bethany stiano facendo
sesso in questo preciso momento?.
Probabilmente, disse Lexy. Probabilmente tutti stanno
facendo sesso con qualcuno tranne noi.
Gi. Brian si lasci cadere indietro sul letto e chiuse gli
occhi. Tutti tranne la ragazza calva e l'omo.
Cosa faresti se Michael fosse qui adesso?, chiese Lexy.
Forse niente. Quasi certamente ammutolirei e avrei paura
a parlargli, come sempre.
Come sei messo ad alcol?, chiese lei.
Parecchio in l.
Facciamo che io sono Michael.
Brian tenne gli occhi chiusi. Non credo si possa essere
sbronzi fino a tal punto.
Lexy butt gi quello che le restava nel bicchiere. E come
no, disse. Dai. Adesso spengo la luce.
Si coric sul letto di fianco a lui e prese a strofinargli il collo.
Lexy, disse Brian.
Tranquillo, intim lei. Gli mordicchi il lobo. Pensa a
Michael.
Mentre lo toccava, gli sussurr tutte le cose che avrebbe potuto
dirgli Michael.  dall'inizio dell'anno che desiderava farti
questo, mormor. Finalmente  qui con te. Pensa solo che
tutte queste cose te le sta facendo Michael. Ssst, disse, mentre
sentiva il corpo di Brian rispondere al suo tocco. Basta
fare come se io fossi Michael.
Alla fine Brian allung una mano nel buio e le strinse forte
la spalla.
Grazie Lexy, disse.  stato favoloso.
Lei aspett qualche minuto finch fu certa che si era addormentato.
Poi entr in bagno, chiuse la porta, si prese la testa
fra le mani e pianse. Cammin avanti e indietro per il bagno
minuscolo, mentre i singhiozzi si facevano pi forti e convulsi,
finch alla fine si sedette sul bordo della vasca e affond
la faccia in un asciugamano per evitare che Brian la sentisse. E
fu mentre se ne stava appollaiata sulla stretta sporgenza di porcellana,
con il viso premuto sulla stoffa ruvida, che la sfior
come una possibilit il pensiero di uccidersi, e tutt'a un tratto
si sent invadere da una gran calma. Potrei farlo in questo stesso
momento, pens, e l'idea le parve di una meravigliosa semplicit.
Si alz e ricominci a misurare la stanza a grandi passi, ma
aveva smesso di piangere. La chiarezza dei suoi propositi la
sorprese eccitandola. Lo faccio adesso, pens, cos mi sar tolta
il pensiero. Ma in che modo? Si guard intorno nel bagno
in cerca d'ispirazione. Brian aveva lasciato una piccola busta
con dentro degli articoli da toletta di fianco al lavandino e Lexy
pens di spezzare in due il suo rasoio di sicurezza, ma la lama
sembrava troppo piccola e poco affilata per il suo scopo. Non
c'era molto di particolarmente promettente l in giro: dopo tutto
quella era una stanza d'albergo, e nell'armadietto dei medicinali
non c'erano le boccettine di pillole che rilasciano solo
dietro presentazione di ricetta medica, niente cucina a portata
di mano, con il ceppo pieno di coltelli per tagliare la carne fra
cui sceglierne uno, nessuno degli oggetti letali di uso quotidiano
con cui la gente si riempie la casa.
Poi vide i bicchieri per l'acqua fermi sul piano, ciascuno con
sopra un tondino di carta bianca che ne attestava la pulizia impeccabile.
Ne prese in mano uno e lo gett sulle piastrelle dure
del pavimento. Il bicchiere si frantum con uno schianto fortissimo
e lei per un attimo temette che Brian si fosse svegliato,
ma, dopo che ebbe lasciato passare un minuto senza che dall'altra
stanza si udisse provenire alcun rumore, si chin e raccolse
una grossa scheggia appuntita. Rimase ferma davanti al
lavandino e fiss un attimo lo specchio dove, in quella strana
luce violenta del bagno, distinse la propria immagine: una ragazza
calva con gli occhi gonfi e chiazze di mascara sulle guance.
E non esit un secondo. Si premette forte la punta dentellata
sul polso.
Non si spinse molto pi in l; appena le prime gocce di sangue
gocciolarono sul lavandino, fu presa dal terrore e gett via
il pezzo di vetro. Pass il polso sotto l'acqua e si premette una
salvietta sulla ferita finch smise di sanguinare. Poi ripul al
meglio il pavimento dai pezzi di vetro e apr la porta che immetteva
nella camera da letto. Brian russava piano, in un sussurro,
coricato sopra le coperte, con i pantaloni ancora slacciati.
Lexy si infil a letto di fianco a lui, accomodando sotto di s
la mano ferita, e pianse al pensiero di ci che aveva fatto.
Nessuno venne mai a saperlo. Il taglio sul polso si rivel per
nulla appariscente alla luce del sole e Lexy rimase sorpresa di
quanto in fondo si fosse procurata un danno davvero irrisorio.
Due giorni dopo- il ballo si rec da sola in citt e trov un negozio
dove facevano tatuaggi. Sottopose la testa al gestore - un
omone di nome Goldie - e gli chiese di ricoprirla di serpenti.
Port le maniche lunghe finch il taglio sul polso si cicatrizz
completamente, e i suoi genitori credettero che i capelli di serpenti
fossero quanto di peggio potessero aspettarsi dalla figlia.
Nel giro di qualche mese, Lexy and all'universit e a poco a
poco la pesantezza che aveva abitato il suo corpo cos a lungo
cominci ad alleviarsi. Ma ci che era accaduto quella notte in
bagno divent parte di lei. Ogni respiro che faceva era condizionato
da quanto aveva imparato quella notte.
Il suicidio  un attimo, mi disse Lexy. Me lo descrisse cos.
Per un istante non conta che ci siano delle persone che ti amano,
che il sole splenda e quel weekend esca finalmente un film
che morivi dalla voglia di vedere. All'improvviso ti sopravviene
la certezza che niente si sistemer mai, proprio mai, e in
qualche modo sfidi te stessa:  questo il momento? Cominci a
pensare che lo aspettavi da sempre, solo non sai se sar proprio
quello il giorno. E se ci pensi troppo su, probabilmente significa
che non lo . Ma sfidi comunque te stessa. Prendi in mano
un coltello e te lo premi leggermente sulla pelle, guardi fuori
dalla finestra del diciannovesimo piano e pensi: potrei farlo
adesso. Potrei farlo adesso. E in genere ti trovi a ponderare
l'altezza, facendoti prendere dal terrore, oppure ti metti a pensare
a quei poveracci sul marciapiede l sotto - come si fa se
ci sono dei bambini che tornano a casa da scuola, che poi dovrebbero
passare il resto della vita provando a dimenticare
quella cosa terribile a cui li stai costringendo ad assistere? E il
momento  andato. Pensi a come sarebbe stato triste per te
perderti quel film, guardi il tuo cane e ti domandi chi se ne sarebbe
preso cura se tu non ci fossi stata pi. E torni alla normalit.
Ma te lo imprimi bene nella memoria. Anche se non
arrivi mai a farlo sul serio, ti d una specie di sollievo sapere
che tocca solo a te decidere quando farla finita. Accantoni quel
pensiero nel tuo cervello come una caramella cattiva che si tiene
da parte in un angolo della bocca, e il ricordo amaro che lascia,
insieme al gusto sgradevole che si prova a far scorrere la
lingua sulla sua strana consistenza, sono esattamente uguali.
Questo  quanto sappiamo, noi che possiamo parlare per
raccontare una storia: Lexy non ha saltato. Sono state le ferite
provocate dalla caduta, le fratture alle ossa e lo sfacelo dei suoi
organi, gli schizzi di sangue sparsi sul fango a rivelarcelo. Ma
pu essere, ed  qui che mi si strozza il respiro in gola, pu essere
che si sia lasciata cadere. Toccava solo a lei decidere quando,
e forse, nel momento in cui si  trovata in cima all'albero,
quando ha guardato gi e ha scorto il giardino, il mondo, la sua
vita, che si stendevano sotto di lei, pu avere scelto di lanciarsi
a capofitto. Forse si  vista davanti tutta una vita passata a
camminare sulla terra in rovina e ha preferito scegliere un solo istante nell'aria.
...
.
...
CAPITOLO 14.
...
.
...
Mi pare che il nostro corteggiamento fosse iniziato da poco
quando Lexy mi raccont la storia di come Lorelei aveva finito
per diventare il suo cane. La prima volta che si present da
lei avr avuto cinque mesi. Un giorno fece la sua comparsa sul
gradino d'ingresso durante un temporale estivo improvviso, un
gran cucciolone sanguinante sotto il nero del cielo che si oscurava
in lontananza. Lexy era l che si affannava in giro per la
casa, intenta a chiudere le finestre, quando ud un guaito sommesso
venire da fuori, seguito da un breve latrato insistente.
Quando apr la porta si ritrov davanti un cucciolo con le orecchie
grandi, una cresta lungo la schiena e il pelo tutto arruffato
dal sangue che fuoriusciva da uno squarcio all'altezza della
gola. Ciao, disse Lexy. Chi sei?. Si chin per controllare
se avesse il collare o una targhetta, ma niente. Aspetta qui,
disse, e corse a prendere un asciugamano. Port il cane in Casa
e lav il taglio con un panno imbevuto d'acqua tiepida e insaponata.
Lorelei trasal appena Lexy le sfior la ferita con il panno,
ma non emise alcun verso n fece per azzannarla. Lo squarcio
non era grande, per sembrava profondo. Lexy prese
l'elenco telefonico che teneva sopra il frigo e cerc la voce Veterinari.
Ne scelse uno e ci port Lorelei. Quando se la riport
a casa, Lorelei aveva quattro punti in gola e un grande
collare di plastica attorno al collo, che Lexy soprannomin
L'Amplifica Latrati, essendo il suo effetto principale quello di
funzionare da megafono per i versi di Lorelei. Il dottore non
aveva saputo dire con certezza cosa avesse provocato la ferita.
Non c'era traccia di morsi, per cui non riteneva fosse la conseguenza
di una zuffa con un altro cane. Forse Lorelei era rimasta
impigliata in un rovo, o si era ferita su un pezzo di lamiera
tagliente, per quanto i bordi del taglio fossero piuttosto
lisci. Non scart l'ipotesi che la ferita le fosse stata inflitta da
un essere umano, anche se non riusciva a immaginarsi per quale ragione.
Lexy era sinceramente intenzionata a rintracciare il padrone
del cucciolo, ma quell'ultima eventualit la fece esitare. Inoltre,
pi tempo passava con Lorelei, pi diventava restia a lasciarla.
L'annuncio di Trovato cucciolo che aveva compilato
per mandarlo al giornale era ancora l sul tavolo di cucina e i
cartelli che aveva fotocopiato per infilarli nelle buche delle lettere
dei vicini non giunsero mai a destinazione. Stava all'erta
per vedere se qualcuno per caso denunciasse lo smarrimento
di un ridgeback - il dottore le aveva comunicato di che razza
era - ma, dal momento che nessuno lo fece, lei ne fu ben lieta.
Ormai Lorelei dormiva ogni notte nel letto di Lexy, le zampone
di cucciola che si contorcevano quando sognava, e durante
il giorno la seguiva dappertutto mentre lei faceva le sue
cose. E fu cos che Lorelei e Lexy finirono per appartenere l'una all'altra.
Negli ultimi tempi il mio lavoro mi ha portato a studiare le
vocalizzazioni di Lorelei, i suoni che sa gi articolare. Finora
ho isolato e catalogato sei diversi tipi di latrato, quattro uggiolii
differenti, tre guaiti e due ringhi. C', per esempio, una specie
di staccato, uno scoppiettio acuto che Lorelei fa solo dopo
che ha provato in tutti i modi ad attirare la mia attenzione, essendo
passata da un pezzo, per dire, l'ora in cui le do da mangiare,
o quando viene il momento della passeggiata: lo emette
solo quando non  riuscita a strapparmi una risposta
nemmeno stando seduta ai miei piedi e puntandomi con lo
sguardo per un tempo prolungato. C' un ringhio basso e sommesso,
dalla cadenza quasi tranquilla, che si leva dagli antri
della sua gola quando sente sbattere lo sportello di un'auto
fuori, ed  completamente diverso dal ringhio di avvertimento
che precede un'esplosione di latrati se solo il padrone dell'auto
si azzarda a salire i gradini davanti all'ingresso per bussare
alla porta. Quando torno a casa dopo essere stato via per
un po', Lorelei mi saluta con suoni brevi e giulivi, e quando
per sbaglio metto gi il piede pestandole inavvertitamente la
coda, la dolce, sbalordita indignazione del suo uggiolio quasi
mi muove alle lacrime. Ormai riesco a riconoscere le differenze
fra questi suoni, e la vasta gamma di emozioni canine
che trasmettono, cos come una madre impara a comprendere
i vari toni e tremiti del vagito del suo neonato. Sono giunto
al punto in cui, quando Lorelei emette un suono, io so esattamente cosa vuol dire.
Ho ascoltato con particolare attenzione quelli secondo me
traducibili in linguaggio umano, le lettere inglesi nascoste sotto
ogni latrato e ogni mugolio. La r arrotata del suo ringhio, per
esempio, e la o aperta del suo ululato. Si tratta di un alfabeto
ricco di vocali e consonanti sonore smorzate. Lorelei sa produrre
uno w, oltre a una specie di h, che si evolve in una k gutturale
e dura quando tossisce. A volte, se  coricata sulla schiena
e mi offre la pancia, la sua lingua penzoloni finisce per
produrre qualcosa di simile a una l. Le lettere che le mancano
sono le consonanti pi dure, quelle che richiedono il movimento
labiale: b, p e v sono assenti dal suo repertorio. Non
pronuncer mai il mio nome, su questo non ci piove, ma oso
comunque sperare che un giorno sapr dire il suo.
Ieri ho letto che il penitenziario dove  rinchiuso Wendell
Hollis ha appena avviato un progetto che consente ai prigionieri
meritevoli di addestrare i cani guida per ciechi quale parte
del programma di riabilitazione. Sembra assai improbabile
- per lo meno  quanto mi auguro - che l'infame Scannacani
di Brooklyn sia ritenuto idoneo a prendervi parte. Ma che effetto
farebbe a Hollis, dopo tre anni in cui  condannato alla
compagnia degli umani, guardare fuori dallo stretto pertugio
della sua cella e vedere dei cani che giocano?
Non saprei dire esattamente cos' che mi affascina in Hollis.
Immagino di sentire una certa affinit con lui. Nonostante
le differenze abissali a livello metodologico, siamo entrambi
mossi dallo stesso desiderio. Tutti e due, al di sopra di ogni
cosa, aspiriamo a strappare qualche parola dalle gole dei cani.
La sola differenza  che io mi rifiuto di usare un bisturi pur di ottenere quel risultato.
Sono curioso di lui. I cambiamenti intervenuti nella mia vita,
tali da indurmi a lanciarmi in questa strana indagine, sono talmente
complessi che quasi non riesco a immaginarli riprodotti
nella vita di un'altra persona. E invece eccoci qui, noi due
soli; abbiamo finito per ritrovarci nello stesso identico punto.
Quasi quasi gli scrivo una lettera.
...
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...
CAPITOLO 15.
...
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...
Io e Lexy scegliemmo di celebrare un matrimonio molto
raccolto e tutto and nel migliore dei modi. Lexy indossava un
tubino di seta bianca, accompagnato da un mazzolino di dalie
rosse. Lasci che le sue damigelle d'onore si scegliessero i vestiti
che preferivano. Non indossammo nessuna maschera, esibimmo
i nostri semplici volti radiosi.
La prima mattina in cui ci svegliammo da sposati, Lexy si
alz e disse: Ho fatto un sogno incredibile. Devo ricordarmi di annotarlo sul mio libro.
Cosa succedeva?, chiesi.
Be', ero una scrittrice, e incredibilmente famosa, ma in tutta la mia vita avevo scritto una sola frase.
Quale?.
Mi ricordo mia moglie in bianco. Sentendola, la gente
scoppiava in lacrime all'istante. Nel sogno neanch'io riuscivo
a dirla dall'inizio alla fine senza, a un certo punto, restare senza parole.
Era splendida nel sole mattutino, e la strinsi a me. Eravamo
completamente nudi a parte le fedi, e non ero mai stato cos felice.
Mi ricordo mia moglie in bianco?, le ripetei nei capelli.
S. Il fatto  che tutti pensavano fosse la frase pi triste mai
scritta al mondo. E se anche non avessi mai pi scritto niente,
non importava. Quella singola frase aveva messo fine al bisogno
di qualsiasi altra frase futura. Esprimeva tutto il dicibile.
Da l vedevo il suo abito da sposa appeso nell'armadio
accanto al mio smoking dalla notte prima. Mi piaceva il quadrettino
che componevamo, noi due incorporei che ballavamo insieme.
Non mi sembra una frase triste, dissi. L'immagine di te
ieri sera me la ricorder per tutta la vita, e conservarla dentro
di me potr solo rendermi felice.
Lexy sorrise. E adesso  il momento lo sai di cosa?, butt l.
Servizio in camera?.
No. Penso sia ora di consumare il matrimonio un'altra volta.
Non sono sicura sia bastata la prima.
Partimmo per una lunga crociera in luna di miele; Lexy pat
il mal di mare per due giorni. Per due giorni vagai per la nave
da solo, giocando a carte con i vecchi e guardando il vasto
mare, di tanto in tanto andando a vedere come stava la mia
sposa, coricata a letto, debolissima, scossa da conati di vomito
che le facevano buttar fuori anche l'anima nel lavabo del minuscolo
gabinetto.
Il mattino del terzo giorno Lexy si rizz a sedere e mi chiese
di portarle qualcosa da mangiare per colazione. Ordinai un
intero banchetto: uova, salsicce e frutta fresca, bacon e caff e
frittelle disposte in una bella composizione su un vassoio. Persuasi
il cameriere a cedermi la sua giacca bianca per qualche
minuto in modo da poter consegnare io stesso il pasto a mia
moglie. Quando tornai da Lexy, la trovai seduta con la schiena
appoggiata ai cuscini, i capelli arruffati attorno al viso in un
modo che le donava. Adesso, pensai, comincia la nostra vita.
La imboccai finch protest che non era il caso di esagerare.
Poi la aiutai a vestirsi e la portai fuori perch vedesse quanto
si era persa fino a quel momento. Ecco il mare e tutto lo
splendore della giornata limpida e calda. L gli uomini che giocano
a carte. E io sono qui, con la mia amata, a camminare sotto il sole.
...
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CAPITOLO 16.
...
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...
Ho fatto un sogno in cui Lorelei mi parla. Nel sogno sto
mangiando un piatto di spaghetti e polpette seduto a tavola in
cucina, quando Lorelei entra ritta sulle zampe posteriori. Parla,
e la sua voce  sorprendentemente acuta. Sembra il personaggio di un fumetto.
Dammi una polpetta, dice, e ti dir tutto quello che vuoi sapere.
Infilzo una polpetta con la forchetta e gliela allungo. Lei la
lecca cautamente, poi la afferra con i denti e parte alla carica
uscendo dalla stanza. Salto su e la rincorro. Quando la raggiungo,
 nel mio ufficio, distesa di fronte a una porta che non
ho mai visto prima.
 l, dice Lorelei, la bocca piena di carne.
Apro la porta. Dentro c' un piccolo sgabuzzino. Lexy  seduta
tutta raggomitolata sul pavimento. Indossa una camicia da
notte azzurra.  magrissima. Perch ci hai messo tutto questo
tempo?, dice.
Mi sveglio di soprassalto, sentendomi scoppiare il petto per
la gioia sfrenata. Impiego un attimo per rendermi conto di dove
mi trovo, prima di tornare in me e ricordarmi che sono solo nel
mio letto e mia moglie non c' pi. La delusione mi attraversa
tutto il corpo come un'ondata di calore.
Mi tiro su a sedere e accendo la luce.  quasi l'alba. Lorelei
dorme sul pavimento vicino al letto. Lorelei, chiamo. Alza la
testa. Dai, piccola, vieni su. Su, su. Do dei buffetti sul letto.
 una richiesta insolita da parte mia, e devo ripeterla una seconda
volta prima che Lorelei obbedisca. Sbadiglia, poi si tira
su e si stiracchia, e alla fine salta sul letto e si piazza accanto a
me. Le accarezzo il pelo. Ho fatto un sogno dove c'eri anche
tu, piccola, dico. Lo vuoi sentire?. Lei emette un profondo
sospiro - uno dei suoni pi umani di cui  capace - e chiude gli occhi.
Mi corico un attimo di fianco a lei, con una mano sulla sua
pancia, e sento l'ansimare del suo respiro assonnato. Il mio pi
grande desiderio sarebbe di chiudere gli occhi e riuscire a tornare
nel nascondiglio di Lexy, per raccoglierla fra le mie braccia
e sollevare il suo corpo magro per portarlo fuori alla luce,
solo che, con il passare dei minuti, mi diventa chiaro che non
riuscir a riaddormentarmi, e so che, se anche lo facessi, probabilmente
mi ritroverei in un sogno completamente diverso.
La triste verit dei sogni  che raramente ti lasciano viaggiare
due volte nello stesso posto.
Decido di uscire a fare una passeggiata. Scendo dal letto e
mi infilo le scarpe, senza cambiarmi i pantaloni di felpa e la
maglietta che porto al posto del pigiama. Prendo chiavi e portafoglio
ed esco nell'alba brumosa.
Non sono diretto in nessun posto in particolare, ma dopo
qualche isolato vedo stagliarsi davanti a me il supermarket
aperto tutta la notte, un'oasi di luce nella citt buia. Una destinazione come un'altra.
Il supermarket  uno strano posto alle cinque del mattino.
Trovi uno spaccato sorprendentemente vario di gente: tizi del
turno di notte che si fermano a prendere birra e sigarette sulla
via del ritorno, madri che sono uscite dopo una notte insonne
a comprare pannolini, aspirina per bambini, ghiaccioli
per alleviare il mal di gola. Vedo una donna in abito nero da
cocktail acquistare mezzo chilo di gelato. Vedo un senzatetto
che ha comprato un mucchio di roba, con in mano un vasetto
di cuori di carciofo marinati, impegnato a esaminarlo con grande
perizia. Legge gli ingredienti con estremo interesse e poi ripone
delicatamente il vasetto nel suo carrello. Vedo che  pieno
di cibi costosi di ogni genere: lattine di ostriche affumicate,
una torta del forno interno al supermarket, una confezione famiglia
di lasagne surgelate. Desidero offrirgli un po' di soldi -
a dire il vero, vorrei pagargli l'intera mole di cibarie - ma ho
la sensazione che in quel modo sciuperei la sua fantasticheria,
l'illusione che lui sia un cliente come un altro intento a vagare
per le corsie pi allettanti. Lo lascio nel reparto condimenti,
dove sta confrontando due diverse marche di salsa per cibi cotti al barbecue.
Percorro le corsie come un fantasma, il mio cestino vuoto.
Cosa voglio?  tutto disposto sugli scaffali davanti a me, tutto
quello che mi pu servire. Basta scegliere. Mi ricordo una volta,
ancora all'inizio della nostra relazione, quando io e Lexy restammo
alzati tutta la notte, a parlare e a fare l'amore, e all'alba
ci avventurammo a piedi fino a questo stesso supermarket
per comprare panini a ciambella e succo di frutta. Non pensarci,
mi dico a voce alta. Non pensarci. Penso al mio sogno,
Lexy nascosta nello sgabuzzino per tutti quei mesi, in attesa
che la trovassi. E a un tratto so cosa voglio. Voglio spaghetti e polpette.
Prendo carne macinata e prezzemolo, pomodori, pangrattato
e parmigiano. Pago la mia spesa e torno a casa a piedi sotto il pallido sole mattutino.
Metto su un po' di musica mentre taglio le cipolle e Taglio,
rompo le uova, verso la giusta dose di pangrattato. Lorelei entra
in cucina appena sollevo il cellophane dalla confezione di
carne, e si mette seduta sul pavimento a guardarmi con interesse.
Mi concentro totalmente su un compito alla volta, lasciando
che occupi tutta la mia mente. Adesso scalda l'olio nella
padella. E poi affonda le mani nella carne fredda e comprimila fra le dita.
Alle sette di mattina la casa  permeata dall'aroma tiepido
delle polpette. Per la prima volta da mesi profuma come se
qualcuno ci abitasse. Ne mangio un piattone e, quando sono a
posto, allungo a Lorelei, una dopo l'altra, tre polpette dalla
mia forchetta. Lei le prende fra i denti con estrema delicatezza.
Mi trascino di nuovo a letto e sprofondo in un sonno senza sogni che mi giunge assai gradito.
...
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...
CAPITOLO 17.
...
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...
Dopo la luna di miele io e Lexy ce ne tornammo nella sua
casetta, quella con il melo in giardino, e ci sistemammo con un
rinnovato senso dell'avventura. Era settembre, uno dei periodi
in cui Lexy, per varie ragioni, era pi impegnata dal punto
di vista lavorativo: sar per i colori cangianti, quel filo di freddo
nell'aria, Halloween che si staglia vagamente all'orizzonte,
sta di fatto che la gente si concentra su magia e feste in maschera
come raramente capita nei mesi pi caldi.
Mi piaceva guardare mia moglie all'opera. Lexy faceva le
sue maschere seguendo un processo di laminazione che consisteva
nel disporre uno strato sopra l'altro di pezzettini di carta
strappata in uno stampo di terracotta per poi spennellarli di
colla. Aveva sperimentato anche altri metodi - esiste un amalgama
gi pronto di pasta di carta prodotto industrialmente che
si trova dappertutto, e aveva anche provato il metodo che consisteva
nello sminuzzare carta e colla per parati nel frullatore -
ma quello era il suo preferito. A volte lasciava asciugare le maschere
fuori al sole o al vento; pi spesso usava un ventilatore
elettrico. Appena si erano seccate, le dipingeva con colori acrilici
e le ritoccava con una mano di vernice.
Vendeva le sue maschere alle fiere dell'artigianato e di prodotti
in stile rinascimentale o via Internet, e occasionalmente
lavorava anche per compagnie teatrali locali; in particolare, mi
ricordo una meravigliosa testa d'asino che aveva fatto per un
allestimento di Sogno di una notte di mezza estate. Lexy aveva
circa un centinaio di modelli, e ne ideava sempre di nuovi. Le
arrivavano moltissimi ordini speciali. Washington non dista
molto da qui, per cui le chiedevano sempre facce di politici,
specialmente in anni di elezioni, ma cercava di soddisfare anche
richieste pi strampalate: una pizza gigante ai peperoni per
la promozione commerciale di un ristorante, la testa insanguinata
e sfondata di una vacca per una protesta in difesa dei diritti
degli animali. Non sapevo mai quale nuova creatura bizzarra
avrei trovato al mio rientro a fine giornata.
Un giorno, eravamo sposati da circa un mese, Lexy mi accolse
sulla porta indossando la maschera della mia faccia. La
somiglianza era notevole; aveva un particolare talento per riprodurre
i dettagli che compongono un volto umano. Ciao,
disse con voce aspra. Sono Paul.
Risi. Urea. E incredibile. E vedo che hai avuto il tatto di
tralasciare le rughe intorno agli occhi.
Mi colp con qualcosa che aveva in mano, una seconda maschera.
Non essere sciocca, disse, con la stessa voce profonda
da Paul. Ho un viso estremamente giovanile.
Cos' quella?, chiesi, indicando la maschera che aveva in mano.
La sollev per mostrarmela. Era il suo splendido viso.
Ecco, disse, allungandomi la maschera da Lexy. Io sar te e tu sarai me.
Mi coprii la faccia con la sua. Mi chiamo Lexy, dissi. Mio marito  un uomo davvero stupendo.
Ciao Lexy, disse lei. Sei un gran bel pezzo di figa.
Io non parlo in quel modo, protestai.
Be', forse dovresti. Mi prese per mano e mi accompagn in soggiorno. Ci sedemmo sul divano. Eccoci qua, disse.
Parlami di te.
Be', attaccai, imitando la voce di Lexy come meglio potevo,
ma con risultati poco soddisfacenti. Come hai gi notato,
sono un gran bel pezzo di figa.
Rise. Lo vedi?, disse. La frase scivola da sola sulla lingua.
Sono anche un'artista di enorme talento, e sono intelligente,
e poi divertente e..., mi guardai attorno in soggiorno
in cerca di ispirazione. E a quanto pare oggi ho addirittura pulito
la casa, un gesto fin troppo carino da parte mia, che trascende
il senso del dovere. Spero non significhi che tra poco
mi trasformer in una casalinga.
Sai, fa ridere sentirti dire una cosa del genere.  esattamente
il pensiero che hai fatto mentre eri l che ti davi da fare,
ma hai deciso che dal momento che ormai avevi quasi finito e
ti ritrovavi un po' di tempo libero, probabilmente non era poi
tanto male. Ma basta parlare di te. Passiamo a me.
Va bene, dissi. Che tipo sei?.
Be', vediamo. Sono un uomo brillante, un professore fantastico,
e sono dolce, affettuoso, e se voglio so essere sexy da morire.
Basta cos, dissi. Ti stai facendo arrossire.
Ora tu, Lexy, dovrai invece alzarti per aprire una bottiglia di vino e magari preparare a tuo marito una fantastica cenetta.
No, dissi. Fallo tu. So che ci tieni.
Il giorno dopo fissai con i chiodi due ganci sulla parete sopra
il divano e vi appesi le due maschere. Sono ancora l, le
facce di Paul e Lexy, che sorridono appena sposati, e vigilano
su tutto quello che faccio. In questo stesso momento, se stacco
la maschera di Lexy dal gancio, posso far scorrere le dita su
tutte le curve del suo viso. Ecco il naso, e il mento. Ecco i due
fori dove ci sarebbero i suoi occhi. Ed ecco le sue labbra, anche
se ormai definitivamente rigide e dure, che una volta ho baciato
in ogni stanza di questa casa.
E poi un altro giorno - mi lascio affondare nella memoria
come in un bagno caldo - un altro giorno, al mio ritorno a casa
scoprii che Lexy aveva tinteggiato la cucina mentre ero al lavoro.
Ci eravamo gi detti un paio di volte che bisognava fare
qualcosa per ravvivare quella stanza, ma erano passati mesi e
non ci eravamo ancora decisi ad andare al negozio di vernici
a procurarci la tinta che ci piaceva. Quella mattina avevo bevuto
il mio caff in una stanza con le solite pareti beige tetro
che c'erano gi prima che mi trasferissi l, ma quando tornai
a casa trovai mia moglie seduta in una stanza con le pareti dipinte
di un colore che faceva l'effetto di un leggero velo di sole.
Allora che ne dici?, chiese sorridendomi mentre entravo
in cucina. Non era una sera troppo calda, ma lei aveva lasciato
aperta la porta sul retro affinch l'aria spazzasse via l'odore di vernice fresca.
Mi piace, dissi guardandomi attorno. Fa un effetto incredibile. Non riesco a credere che tu abbia fatto un lavoro del genere.
S, ammise.  stato pi duro di quanto pensassi. Ma volevo fosse finito prima che tu tornassi a casa.
 stupendo, esclamai. Che bella sorpresa. Mi chinai per baciarla. Aveva uno sbaffo di vernice gialla proprio sopra il labbro superiore.
Ce n' anche un'altra, disse. Ma dovrai accorgertene da solo.
Qui in cucina?.
Annu.
Mi guardai intorno, ma non riuscivo a distinguere nulla di diverso. Aprii la credenza e ne esaminai il contenuto.
Ceci, dissi, tirando fuori un barattolo. Che bella sorpresa.
Lexy rise. Non  quella.
Queste spugne sono nuove?, chiesi, prendendone una dalla mensola sopra l'acquaio.
Relativamente. Ma non  nemmeno quella.
Piano piano guardai dappertutto in cucina, ispezionando gli
armadietti, prendendo in mano tazze per il caff, teste d'aglio,
piatti decorativi che non usavamo mai. Mi arrendo, dissi infine.
La troverai, disse Lexy. Quando meno te l'aspetti.
Accadde il mattino dopo. Ero seduto a tavola per la colazione
quando alzai gli occhi dal giornale e vidi, in alto sulla parete
di fronte a me, la parola amo che luccicava in un quadrato
di sole. Le lettere erano quasi trasparenti; solo l'obliquo
raggio di sole mattutino le rendeva visibili. Spingendo oltre il
mio sguardo lungo il muro, vidi la parola io e la parola ti,
seguita ancora una volta da amo. Seguendo la fila di parole
che correvano da una parte all'altra del bordo superiore della
parete, distinsi chiaramente che Lexy aveva scritto io ti amo
tante volte di seguito, una striscia nascosta visibile solo nella luce del mattino.
Lexy entr in cucina in quel preciso momento e mi vide
guardare verso l'alto. L'hai trovata?, chiese.
Mi alzai e la cinsi con le braccia. L'ho trovata, dissi.
 una vernicetta traslucida, disse. Penso che la vedrai tutte le mattine.
Infatti  cos. I primi tempi, subito dopo la morte di Lexy,
evitai di entrare in cucina all'alba. Se dovevo farlo per forza, tenevo
lo sguardo fisso sul pavimento. Non riuscivo ad alzare gli
occhi. Ma adesso non vedo l'ora di farlo. Mi piace sapere che
c'; mi aiuta a dare il benvenuto a ogni nuovo giorno. Certe
mattine mi siedo in cucina e me ne sto l con il mio caff per
un'ora o pi, a guardare il sole che si sposta lungo la parete, illuminando
ogni frase ripetuta, finch scendono le ombre del
pomeriggio e le parole spariscono.
Vedete, dunque, come si divertiva la mia Lexy a prendersi
gioco delle cose di questa vita? Che splendido senso ludico
aveva, capace di abbellire tutto quello che faceva? Davvero stupisce
che mi guardi intorno, soffermandomi su ogni singolo
oggetto che si  lasciata dietro e mi domandi se per caso, anche
adesso, non stia continuando a giocare con me?
...
.
...
CAPITOLO 18.
...
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...
Forse sto finalmente facendo qualche progresso con Lorelei.
Credo di essere sulla buona strada per insegnarle la prima parola.
Accade questo: Lorelei  in panciolle sul tappeto in una
chiazza di luce, adagiata sulla schiena, e io la osservo dall'altra
parte della stanza. Mentre se ne sta l coricata, emette uno sbadiglio,
e mentre sbadiglia lascia fuoriuscire un suono tipo ua.
Salto su dalla mia postazione.
Brava piccola!, grido. Corro in cucina a prendere la sua
ciotola dell'acqua. Rischio di rovesciarla tutta mentre corro per
tornare in soggiorno. Lorelei a quel punto si  rizzata a sedere,
destata dal mio improvviso subbuglio. Brava piccola, ripeto,
e piazzo la ciotola per terra davanti a lei. Lorelei alza gli
occhi per guardarmi, poi li riabbassa sulla ciotola. Svogliatamente,
annusa l'acqua, poi d una sola lappata con la lingua. Ua, dico. Ua.
...
NOTA: Paul sta cercando di far collegare al cane i suoni del suo sbadiglio, ua, alla parola acqua, in inglese water, la cui pronuncia somiglia a uater. FINE NOTA.
...
Sposto la ciotola e la metto da parte, sul tavolino. Mi siedo per terra accanto a Lorelei. Devo assolutamente farle ripetere quel suono.
Girati dall'altra parte, piccola, le ordino, spingendola sul
fianco. Oppone resistenza. Dai, piccola, cerco di persuaderla
con le buone. Girati di l. Dopo alcuni tentativi, riesco a farla
rotolare sulla schiena. Ma come farla sbadigliare di nuovo?
Mi scruta circospetta. Mi ricordo una volta, anni addietro,
quando mio nipote era un minuscolo neonato e io osservavo
mia sorella che lo teneva in braccio. Mentre guardavo, lei abbass
gli occhi sul visetto del bambino e batt lentamente le
palpebre su e gi. Sembrava non ce la facesse pi a tenere gli occhi aperti.
Sei stanca?, le chiesi. Vuoi che lo prenda io?.
No, disse. Sto cercando di farlo addormentare. A volte funziona.
Con mia grande sorpresa, dopo aver visto mia sorella fare
quel gesto per uno o due minuti, il piccolo lasci crollare le
palpebre un paio di volte. Nel giro di un minuto era addormentato.
Forse la stessa tattica potrebbe funzionare con Lorelei. Mi
allungo sul pavimento di fianco a lei e le fisso il muso. Batto
le palpebre per chiudere gli occhi, poi li riapro come se questo
richiedesse uno sforzo incommensurabile. Li chiudo quasi
fossero di piombo. Quando li riapro, Lorelei  l che mi
guarda a occhi sgranati. Provo qualche altra volta, senza alcun risultato.
Passo a un'altra strategia, mi metto a sbadigliare in modo
esagerato. Ua, dico, a bocca spalancata. Ua. Allungo una
mano per recuperare la sua ciotola dal tavolino e l'appoggio per
terra davanti a me. Ua, ripeto, poi mi chino sulla ciotola fingendo
di bere. Lancio un'occhiata furtiva a Lorelei. Sembra
sorpresa, per quanto pu esserlo un cane. Fallo e basta, penso.
Non preoccuparti della lingua di Lorelei e di tutti gli altri
posti dove la ficca. Hai catturato la sua attenzione; adesso vai
fino in fondo. Ua, insisto, e affondo la lingua nella ciotola.
L'acqua sa di stantio. La lappo e inghiotto due enormi sorsate.
Ua, dico. Ua.
Lorelei si tira su in piedi, si scrolla e si avvia fuori dalla stanza,
lasciandomi seduto per terra nella chiazza di luce che occupava
lei, il sapore forte dell'acqua del cane ben vivo sulla lingua.
Sospirando, mi alzo e raccolgo la vaschetta dell'acqua per riportarla
in cucina. Ne verso il contenuto nell'acquaio - se ho
imparato qualcosa da questo esercizietto,  che Lorelei ha diritto
che le cambi l'acqua pi spesso - e lavo la ciotola con acqua
e sapone, cosa che non facevo da un bel pezzo. La riempio
di acqua fresca, ma mentre sto per rimetterla al suo solito
posto sul pavimento, mi fermo. E se costringessi Lorelei a chiedere
l'acqua? L'idea mi fa trasalire. Una delle regole fondamentali
che il padrone di un cane deve assolutamente rispettare
 di non lesinargli mai l'acqua. Tutti i libri sui cani che ho
letto contengono questa regola, evidenziata in neretto nel testo:
fate in modo che il vostro cane abbia sempre a disposizione
acqua fresca e pulita da bere. Ma non sto parlando di tenerla
senza a lungo, fino a farla disidratare. Star semplicemente in
guardia, per sorprenderla quando va in cerca d'acqua, e coglier
l'opportunit di lavorare con lei sul comando ua. Se
non funziona, le dar l'acqua lo stesso. Non sono senza cuore.
Ripongo la ciotola piena sul piano di lavoro e aspetto che a
Lorelei venga sete.
Nel frattempo, vado nel mio studio. Tiro fuori il computer
portatile su cui ho cominciato a elencare i nomi dei libri sullo
scaffale e procedo con il mio lavoro. I libri sul secondo ripiano
a partire dall'alto sono disposti come segue:
Strappato dalla foresta (Di Lexy. Un libro illustrato che aveva
dall'infanzia).
Giostre da brivido per gli ardimentosi (Di Lexy. Aveva un debole
per i romanzi dell'orrore. Adorava anche le montagne russe;
ha sempre detto che aveva in programma di fare un giro su
tutte quelle nominate nel libro, una per una, prima di... be',
diceva cos. Prima di morire).
Una festa per gli occhi (Di Lexy. E un librone di cucina patinato,
con ricette complicate e splendide foto. Nessuno dei
due l'ha mai usato).
Ragazze dai capelli grigi (Mio. Una raccolta di interviste alle
donne fra il pubblico che assistette all'Ed Sullivan Show in occasione
della prima esibizione dei Beatles).
Indirizzi utili per visitare la California del Nord (Nostro. Eravamo
stati invitati a un matrimonio a San Francisco e avevamo
parlato di fare una deviazione nel Paese del Vino. Ma il matrimonio
fu annullato all'ultimo minuto - non abbiamo mai saputo
tutta la storia, ma c'era di mezzo uno scandalo che vedeva
coinvolti la sposa e il padre dello sposo - e cos non abbiamo
mai fatto il viaggio).
Come infilartene, di gol, in porta! Una storia del calcio (Mio).
Cucinare per due (Nostro. Regalo di nozze).
Maschere d'argilla di tutto il mondo (Di Lexy).
A Hackensack in giardinetta e altri giochi da viaggio (Nostro.
L'abbiamo comprato ai tempi di quel primo viaggio in Florida,
in procinto di avviarci sulla lunga via del ritorno).
Mentre trascrivo l'ultimo titolo, sento Lorelei che cammina
a passo felpato lungo il corridoio, diretta in cucina. Mi alzo e
la seguo. La guardo mentre annusa attorno all'angolo dove
metto le sue ciotole. Lecca la vaschetta per il cibo vuota, forse
perch ha trovato una minuscola briciola avanzata da colazione.
Poi annusa il pavimento dove a rigore dovrebbe trovarsi la
ciotola dell'acqua.
Ua, Lorelei?, dico. Vuoi un po' di ua?. Lei alza gli occhi
su di me e fa vibrare la coda accennando un piccolo scodinzolio.
Di' ua", Lorelei. Le massaggio le pieghe della gola. Emette
un guaito d'impazienza. Il suono che fa  pi mmnnnn che
ua, ma  gi qualcosa.
Brava piccola, mi complimento. Adesso di' Ua.
Si gira dall'altra parte e torna ad annusare nell'angolo vicino
alla ciotola vuota, come se una vaschetta d'acqua potesse esser
spuntata dal nulla mentre non guardava.
Forse non ha abbastanza sete perch il mio sistema funzioni.
Decido di alzare la posta. Prendo un sacchetto di patatine
dall'armadietto di cucina e gliene do una, poi un'altra. Il rumore
di lei che sgranocchia pervade tutta la cucina. Appena ha
finito, apro il rubinetto. Lorelei rivolge un'occhiata speranzosa
verso l'acqua che scorre.
Ua, Lorelei, dico. Ua, ua.
Resto immobile e aspetto. Lorelei mi guarda un attimo, poi
si volta ed esce dalla cucina. Mi accingo a seguirla, ma, giunto
a met del corridoio, sento benissimo venire dal bagno l'inconfondibile
schiocco della sua lingua che lappa. Un po' abbattuto,
la raggiungo. Ma tu guardala l, Lorelei, la testa nel water, che si beve lunghe sorsate a piena bocca dalla tazza.
...
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CAPITOLO 19.
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...
Durante quel primo inverno del nostro matrimonio, io e
Lexy ci scontrammo su una questione.
Io desideravo che avessimo un bambino. Un neonato con i
miei e i suoi lineamenti. Mi immaginavo Lexy incinta, che si
portava il nostro bambino dentro di s, cullandolo con il suo
sangue e le sue ossa ovunque andasse. Mi vedevo percorrere le
strade coperte di foglie, spingendo mio figlio o mia figlia - o
entrambi! I gemelli non sono un'eventualit cos remota nella
mia famiglia - nella carrozzina, mentre narravo la vita del quartiere
intanto che camminavamo. Guarda, avrei detto, le foglie
stanno cambiando colore. Guarda, ecco la signora Singh
che passa a bordo della sua auto rossa. Mia figlia distesa sulla
schiena, che abbraccia il cielo con gli occhi. Mi pareva gi
di vederla, la morbida ondulazione dei suoi capelli. Non so cos'avrei
dato per una tale felicit. Volevo stendere una coperta
sull'erba appena cominciava a fare un po' caldo per adagiarci
sopra la mia bimba, ma lasciando che arrivasse a prendere manciate
d'erba e vermi striscianti. Volevo liberare un verme dai
suoi ditini tozzi prima che se lo ficcasse in bocca. Volevo levarla
verso il cielo e sentirla ridere. Volevo dondolarla su e gi in
giro per la stanza quando era agitata e non c'era verso di farla dormire.
La prima volta che sollevai l'argomento eravamo in un ristorante.
Al tavolo accanto al nostro c'era una coppia con un
bambino che avr avuto otto mesi. A guardarli mi sentii sciogliere
il cuore: madre e padre facevano a turno per intrattenere
il piccolo con una sfilata di giocattoli che comparivano uno
dopo l'altro, estratti da un voluminoso borsone per i pannolini,
oppure gli allungavano qualcosa da mangiare da un sacchetto
di plastica pieno di cereali secchi, offrendogli un biberon
di succo di frutta. Di tanto in tanto, il bambino emetteva
una strana sfilza di sillabe prive di senso e quei suoni gioiosi
riempivano il locale.
A un certo punto, la madre del piccolo prese una cucchiaiata
di cuscus dal suo piatto e la offr al bambino. Guarda
qui, disse al marito mentre il bimbo lo inghiottiva. Il suo
primo cuscus.
Lexy mi sorrise. Il suo primo cuscus, disse a voce bassa.
Se mai dovessi avere un bambino, piuttosto me ne uscirei con
una frase tipo: Oddio, guarda l, il suo primo Big Mac.
Risi. I suoi primi tacos. Non era un dipinto di Norman
Rockwell?.
O una di quelle pacchiane statuette che la gente tiene in
bella vista. La sua prima merendina confezionata.
La sua prima cipolla fritta.
La sua prima Seven-Up.
Una volta un mio amico dell'universit mi ha raccontato
che sua madre gli metteva la Coca-Cola nel biberon.
Urea. Niente di peggio di un neonato eccitato dalla caffeina.
Tacqui per addentare un boccone della mia insalata. Quindi,
dissi, ti capita mai di pensarci?.
A cosa, disse Lexy, ai bambini su di giri per la caffeina?.
No, la corressi. Bambini, punto e basta.
Certo che ci penso, disse. Ma in genere mi dico: No.
Mi guard per controllare la mia reazione.
Perch no?, chiesi. Non ti piacciono i bambini?.
Li adoro. Solo, non sono sicura che dovrei averne uno.
Che strana scelta di parole, dissi. Non hai detto: Non
sono sicura di volerne uno o Non sono sicura che mi piacerebbe
averne uno, bens: Non sono sicura che dovrei averne
uno. Che significa?.
Oh, ci risiamo, protest, facendo roteare gli occhi. I rischi
che si corrono a uscire a cena con un linguista.
No, non c'entra, dissi. Sono curioso. Perch pensi che
non dovresti avere un bambino?.
Lexy scandagli la mia faccia a lungo prima di parlare. Solo
non sono sicura sia giusto che un bambino si ritrovi una madre
come me. E con questo considero chiuso l'argomento.
La guardai sbalordito. Vuoi scherzare? Mio Dio, Lexy,
penso che saresti una madre fantastica. Sei affettuosa e generosa....
Alz una mano per fermarmi. No, disse. Basta cos. Non
voglio parlarne pi, intesi?.
Ma, Lexy, non ci credo che pensi una cosa del genere.
Si alz. Adesso vado in bagno, disse, e al mio ritorno
cambieremo discorso.
Fece per alzarsi, poi si blocc. Lo sai che non mi sognerei
mai di dar da mangiare roba del genere a un bambino, vero?, disse.
Lo vedi?, replicai sorridendo. Ecco la voce dell'istinto materno che parla.
Quella sera non tirammo pi fuori la questione. Ma la faccenda
non era ancora chiusa del tutto. Nelle settimane successive
mi ritrovai a pensare all'argomento prole quasi ininterrottamente.
All'epoca c'era una studentessa che frequentava uno
dei miei seminari, una donna di nome Angelica Raza, incinta
del suo primo figlio. Un giorno capit che io e lei arrivassimo
entrambi a lezione con un po' d'anticipo e, dopo aver scambiato
i soliti convenevoli, decisi di sottoporle qualche domanda
che potesse aiutarmi a comprendere un po' meglio le cose.
E cos, le chiesi, hai sempre desiderato avere dei bambini?.
Angelica ci pens su. S, praticamente sempre, disse. Per
mio marito  stato un po' pi difficile entusiasmarsi. Ma alla
fine ha cambiato idea. Evidentemente, aggiunse, posando le mani sul pancione.
Come hai fatto a convincerlo?.
Be', ecco, ho cercato di non metterlo alle strette. Il fatto 
che lui  un tipo prudente e ci tiene a prendersi il suo tempo
prima di decidere una cosa. Ci ha pensato sette anni prima di sposarmi. E convivevamo gi da cinque.
Caspita, dissi,
Che ci vuoi fare, rise Angelica. Lo sapevo che a un certo
punto avrebbe deciso che era pronto per avere dei figli, ma
temevo che sarebbe successo quando io sarei stata vecchia e decrepita.
Ma non l'hai messo alle strette.
No, una cosa che ho imparato di John  che sotto pressione
non reagisce al meglio. Cos ho cercato di non fargli pesare la
cosa. Buttavo l dei commentini su gente che conoscevamo che
stava per avere dei figli, e ci scherzavo sopra. Per un po' abbiamo
fatto un giochino in cui noi due a turno sparavamo i
nomi da bambino pi osceni che ci venivano in mente. Penso
che al primo posto venisse Tabula, per una bambina. Ci sei? Tabula Raza?.
Risi.
E poi un giorno, continu, cos, dal niente, si  voltato
verso di me, penso stessimo guardando un poliziesco o qualcosa
del genere, e ha detto: Dai che facciamo un bambino.
Fantastico, dissi.
S, e adesso  lui che non vede l'ora. Ha letto pi libri di
puericultura di me.
In quel preciso istante arrivarono un altro paio di studenti
e la conversazione devi su altri argomenti. Ma pi tardi, quella
sera, quando tornai a casa, decisi di mettere alla prova il metodo
della mia allieva.
Attaccai raccontando a Lexy la storia di Angelica, su come
sarebbe stato chiamare Tabula una bambina. Lexy sorrise e
disse: Ah, voi studiosi di linguistica. Sempre cos brillanti.
E quindi, dissi, mi chiedevo se c'erano dei nomi che farebbero
a pugni con i nostri cognomi, ma non sono riuscito a
farmene venire in mente neanche uno per Iverson. Anche se
Ivan Iverson fa abbastanza schifo.
Be', non quanto Stinky Iverson, disse Lexy. Indipendentemente dal cognome, penso che se chiami un bambino Stinky, l'hai gi predisposto a una vita grama.
...
NOTA: In inglese stinky significa schifoso, disgustoso. FINE NOTA.
...
Per il momento non c'era male, pensai. E con Ransome?, dissi. C' qualche nome che proprio fa a pugni con Ransome? Kings, direi. Chiunque si guarderebbe bene dal chiamare un bambino Kings Ransome.
...
NOTA: A King's Ransom, in inglese riscatto da Re,  una grossa somma di denaro, una fortuna. FINE NOTA.
...
E comunque non  neanche un vero nome.
Mio padre raccontava sempre una barzelletta complicatissima che non finiva pi, e in ogni caso io ero troppo piccola per capirla, sul fatto che lui avrebbe dovuto avere due figli e chiamarli entrambi William. Dio, vorrei tanto ricordarmela dall'inizio alla fine, la direbbe lunga su che razza di soggetto era mio padre. Per farla breve, la battuta finale giocava su questa cosa, di pagare un Ransome in piccoli Bill.
....
NOTA: Ransome richiama ransom, riscatto, e Bill (diminutivo di William) significa banconota FINE NOTA.
...
Risi, forse un po' troppo forte.
Lexy mi guard. Tutt'a un tratto si fece seria. Tesoro, lo so dove vuoi arrivare, disse. E penso proprio che con me non attacchi.
No?, le presi la mano. Senti, Lexy, non voglio affatto
metterti alle strette, ma non pensi che potresti cambiare idea?.
Be', tutto  possibile, ma in questo caso credo di no. Si
gir dall'altra parte. Forse dovevamo parlarne prima di sposarci,
disse, come se alla fine ci fosse un punto di domanda.
Forse le cose sarebbero andate diversamente. A un tratto la
sua voce suonava fragile, da bambina.
No, certo che no, risposi. Niente avrebbe potuto impedirmi
di sposarti. Mi sorrise, poco convinta. Non posso negare
di essere deluso, e di sperare che tu cambi idea, ma noi
staremo sempre insieme. Qualunque cosa accada.
E cos acconsentii. Acconsentii a una vita senza figli. Acconsentii
che saremmo stati solo noi due, in questo mondo dove bisogna
sempre barcamenarsi in qualche modo. Come sarebbero
stati i nostri giorni, mi chiedevo, con quello spazio vuoto al posto
di un bambino, lo spazio dove un figlio avrebbe potuto camminare
in mezzo a noi, tenendoci per mano io di qua e Lexy di
l? Ma no, conclusi. Anche noi due soli avremmo saputo come
riempire le giornate. Le avremmo attraversate insieme e l'ombra
che avremmo gettato per terra sarebbe stata alta, l'ombra di due
adulti che camminano uno di fianco all'altro, non la famosa H
di adulto-bambino-adulto che camminano mano nella mano.
Avremmo vissuto bene, tranquilli, mai interrotti da urla di bambini
che giocano, dal caos giornaliero di tagli, sbucciature e litigi
per i giocattoli. Noi due comunque c'eravamo, insieme al cielo luminoso del nostro amore. Potevo farlo per lei. Non era poi
cos terribile. Ci sarebbero stati momenti difficili, certo, ma cosa
mi importava? I rami del mio amore, proprio perch grandi, erano
esposti alla pioggia e alla neve. Saremmo andati benissimo, noi due insieme. Saremmo andati benissimo.
...
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...
CAPITOLO 20.
...
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...
Quand'ero piccolo, mia madre, donna propensa all'iperbole,
mi diceva sempre che se il mondo fosse giunto al termine, il
suo ultimo pensiero sarebbe stato rivolto a me, e lei avrebbe
lanciato il mio nome lass in cielo al sopraggiungere dell'apocalisse
che le avrebbe fatto mancare la terra sotto i piedi. Solo
adesso, che mi sorprendo a invecchiare di giorno in giorno, solo
ora comincio a credere che mia madre non stesse poi parlando
in modo cos stravagante. Credo che ciascuno di noi abbia dentro
di s un nome da lanciare in cielo, un nome la cui importanza
potrebbe non essere chiara finch non ce lo ritroviamo
sulle labbra nei momenti estremi. Credo non sia mai, forse neanche
nel caso di mia madre, quello che ci aspettavamo.
Arrivo al punto: ho quarantatr anni. Potrei anche arrivare
a viverne altri quaranta. Cosa me ne faccio? Come li riempio
senza Lexy? Quando verr per me il momento di raccontare la
storia della mia vita, ci sar una linea, grinzosa, offuscata e ammorbidita
con il passare degli anni, dove Lexy si ferma. Se vincer
alla lotteria, se metter al mondo un figlio, se perder l'uso
delle gambe, sar dopo che lei ha smesso di conoscermi.
Quando arriver in Paradiso, diceva sempre mia nonna, rimasta
vedova a trentanove anni, tuo nonno non mi riconoscer neanche.
Ultimamente ho qualche difficolt a dormire.  quando
vado a letto che cominciano i problemi. Durante il giorno faccio
tutta una serie di cose, senza lasciarmi molto tempo di indagare
le zone d'ombra della mia vita: la morte di Lexy, il mio
lutto e il modo bizzarro in cui ho scelto di reagire, lo zimbello
che sono diventato nel mio settore. Riesco a evitare di pensarci
fino a sera. E poi mi infilo a letto. Tutte quelle ore che si
stendono davanti a me, e nient'altro da fare a parte rimuginare.
Mi alzerei volentieri per portare avanti la mia ricerca, ma
Lorelei ha messo in chiaro che non intende lavorare nell'orario
compreso fra le otto di sera e le sei di mattina. I cani dormono
moltissimo... se c' una cosa che ho imparato in questi
due mesi di ricerca  che i cani dormono di gran lunga di pi
del tempo che dedicano a qualsiasi altra attivit.
Ed  cos che stanotte, a quattro mesi di distanza dalla morte
di mia moglie, mi ritrovo seduto al buio a guardare uno spot
che pubblicizza una sensitiva.
Non sono mai stato granch versato nelle discipline mistiche,
anche se da bambino anch'io mi abbandonavo alle fantasticherie
normalmente indotte da storie di fantasmi, sedute spiritiche
e cose del genere. I poteri rivelatori di queste ultime
sono addirittura diventati leggendari nella mia famiglia: una
volta, quando io e mia sorella eravamo bambini, una di quelle
tavolette usate per le comunicazioni medianiche le rivel che
avrebbe sposato un uomo con le iniziali PJM, come poi in effetti
fece. Il primo marito di mia sorella, con cui rimase sposata
per otto mesi scarsi subito dopo l'universit, si chiamava Peter
James Marsh. Oggi, felicemente sposata da quasi quindici
anni con un uomo le cui iniziali sono LRS, la sola cosa che dir
del suo primo matrimonio  che avrebbe dovuto pensarci su
due volte prima di scegliersi un marito sulla base delle iniziali.
Da adulto in qualche modo sono sempre stato scettico. Non
credo nelle percezioni extrasensoriali o negli UFO, vite precedenti
o mondi paralleli, n agli spiriti dei defunti che perseguitano
i vivi. Non credo in niente che io non possa toccare con
mano. Resta il fatto che quella donna sullo schermo ha qualcosa
che mi affascina, e mi scopro restio a cambiare canale.
Immagino che tutti siamo scettici finch non abbiamo una buona
ragione per credere.
La donna si chiama Lady Arabelle. Pi clich di cos non si
pu - foulard colorati annodati sulla testa, tintinnanti collane
d'oro attorno al collo - ma c' qualcosa di talmente sincero in
lei che per qualche ragione tutto il resto non importa. Qualcosa
nel suo atteggiamento, nel calore che trasmette, ti attrae immediatamente.
Capisco benissimo perch una persona desideri
credere alle sue rivelazioni. Chiama tesoro e amore chiunque
le telefoni per parlare dei propri problemi, come se ci tenesse
davvero. Ha un modo di fare indubbiamente materno. Se chiamasse
me amore, credo mi verrebbero le lacrime agli occhi.
Tienilo d'occhio, tesoro, sta dicendo alla donna all'altro
capo del filo. Assicurati che il suo divorzio non sia tutta un'invenzione,
perch non credo si stia comportando da uomo onesto
con te. Nasconde qualcosa. Per caso ti ha chiesto di non
chiamarlo a casa?.
Be', mi ha detto che ha un certo compagno di stanza che
non gli va a genio, quindi a casa non ci sta tanto. Mi ha detto
che dovrei chiamarlo sul cercapersone.
Non c' nessun compagno di stanza, tesoro. Quella  sua
moglie.
Un numero di telefono comincia a lampeggiare. Lady Arabelle
conosce tutti i tuoi segreti, mi dice la voce fuori campo.
Risponde alle tue domande sul futuro, alle tue domande sul
passato. Be', mica poco. Le tue domande sul passato. Mi crogiolo
a immaginare la conversazione che potrebbe seguire se
chiamassi il numero sullo schermo: Vedo un cagnone. Quella
bestia ha qualcosa da dirti.
Un'altra chiamata, questa volta un uomo. Mi spiace, cocco,
gli dice Lady Arabelle. Ma il figlio non  tuo.
Come no?.
No, tesoro, te lo dico io. Toglimi una curiosit, la tua lei 
forse andata fuori citt qualche mese fa, magari per lavoro? In
una citt dell'Est?.
S, ammette lui, la voce a un tratto inespressiva. E andata
a Boston in giugno.
Be',  l che  successo. Prova a chiederglielo. Domandale
se per caso non si sia imbattuta in un ex fidanzato di Boston,
e vedi cosa dice a sua difesa.
Mi perdo a pensare a quell'uomo che ormai potrebbe aver
dato un taglio al suo matrimonio a seguito di una telefonata con
un'estranea. Mi chiedo se sia vero, questo scenario che Lady
Arabelle gli ha messo in testa. Mi figuro i litigi che seguiranno
la chiamata.
Un'altra voce fuori campo, accompagnata da una scritta sottile
con le tariffe al minuto. Mi scopro tentato di trascrivere il
numero di telefono. Poi torna Lady Arabelle, impegnata a parlare
con un'altra donna.
Non me la stai dicendo tutta, sostiene. Sei esaltatissima
per qualcosa. Qualcosa che gli hai trovato nella giacca?.
S, conferma la donna. Ho trovato un anello. Credo voglia
chiedermi di sposarlo!.
Be', devo dirti una cosa, piccola. L'anello  per un'altra.
Quell'anello non  per te.
 la sua capacit di azzeccare i dettagli che ti induce a crederle
senza riserve. La citt dell'Est, l'anello nascosto. E assolutamente
convincente. Eppure qualcosa nella disperazione
della gente che chiama, la fede che ripongono in quella donna
che, per quanto dall'aria sincera, non sa niente delle loro vite,
mi disturba. Mi alzo, pronto a spegnere il televisore - ho il telecomando
in mano - ma appena sento il seguito mi viene un
tuffo al cuore.
Perch la voce che interviene subito dopo  quella di Lexy.
...
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CAPITOLO 21.
...
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...
 lei.  lei. Lo so da come il sangue mi martella nel petto.
La voce di Lexy, per me un ritorno a casa. La voce di Lexy, che
ancora una volta riempie la stanza.
Sono perduta, dice, e io mi sento cedere le gambe. Non
so cosa fare, confessa, e io emetto un verso da animale malmenato.
Mi tremano le mani e mi sento stordito. Il cuore mi batte talmente
all'impazzata che penso finir per spaccarsi. Recupero
il telecomando da dove l'avevo mollato gi e alzo il volume al
massimo. Lady Arabelle, la voce come una ninnananna, fornisce
la sua risposta.
Stammi a sentire, tesoro, dice, cos forte che mi pare di
sentirlo risuonare dentro me. Te la sai cavare meglio di quanto credi.
Aspetto dell'altro, aspetto di udire ancora la voce di Lexy
aggiungere qualche parola, ma  tutto l. Hanno fatto ripartire
la voce fuori campo con le tariffe e i numeri telefonici.
La voce di Lexy  nuovamente sparita. Mi copro il viso con
le mani e cedo all'ondata di suoni che fa sussultare il mio corpo.
La tensione che mi comprime il petto d voce a un rumore
smisurato, quasi ululassi. Mi inginocchio sul pavimento nella
penombra della televisione e gemo cos forte da destare i morti.
Sento una pressione umidiccia sul dorso della mano e, appena
alzo gli occhi, mi ritrovo Lorelei che mi scruta in viso.
Lorelei, dico, la mia voce distrutta e spezzata. Sentito, piccola?.
Mi lecca la faccia. La prendo in braccio e la sollevo, il
suo peso notevole e compatto sulle mie ginocchia. Affondo il
viso nel tepore ruvido del suo collo, stretto dalla spessa striscia
di cuoio del collare. Adesso sto singhiozzando, e il suo pelo si
inumidisce sotto la mia faccia. Sentito, Lorelei?, dico. Era
lei, era lei, era lei.
Dopo, un bel pezzo dopo, quando mi sono calmato abbastanza
e il mio corpo ha smesso di tremare e il mio respiro 
tornato regolare, prendo un pezzo di carta e trascrivo il numero
apparso sullo schermo. Prima lo fisso. Mi sento pulsare
il sangue nelle tempie. Cosa significa? Nel delirio di un attimo,
mi figuro Lexy viva, seduta in una stanza da qualche parte, con
un telefono premuto sull'orecchio. Ma no. Prima ancora di
completare l'immagine, mi rivedo tutta la scena: Lexy adagiata
nella bara, il suo corpo stranamente immobile. Chi lo sa a
quando risale quella chiamata? Potrebbe averla fatta mesi prima
di morire, addirittura anni. Per la prima volta, penso alle
parole di Lexy. Sono perduta, aveva detto. Non so cosa
fare. Cosa le stava succedendo di cos terribile? E io dov'ero?
Comincio a pensare che di sicuro avr detto dell'altro in quella
telefonata. Devo parlare con Lady Arabelle. Devo sentire il
resto della storia. Ma si ricorder di Lexy? Di sicuro la contatteranno
centinaia di persone ogni giorno. E tutte le sottopongono
gli stessi problemi. Tutti i turbamenti e i segreti di
questo mondo, nessuno certo nuovo. Lei d a tutti lo stesso
consiglio: Segui il tuo cuore e Sai benissimo cosa devi fare.
Niente di trascendentale. Chi chiama conosce gi la risposta.
Ha solo bisogno di sentirsela dire.
Mi alzo e mi dirigo verso il mio studio. Una volta tanto sono
contento della mia mania di non buttar mai via nulla. Nel cassetto
della mia scrivania trovo una cartellina spessa piena di vecchie
bollette e comincio a esaminarle una per una. Sono tutte
in disordine; di solito mi limito a stipare l le carte come capita
dopo aver pagato le bollette. Eccone una dell'acqua che risale
a tre anni fa; ecco il resoconto della carta di credito che ho saldato
la settimana scorsa. Le passo in rassegna tutte, mettendo
da parte le bollette telefoniche e gettando il resto per terra.
Impiego un'ora per trovarla. Stesso numero di telefono,
quello che ho appena trascritto, le ventitr e ventitr. Durata:
quarantasei minuti. Che notte di disperazione fu quella? Mentre
dormivo, Lexy era seduta qui, in questa stanza, che telefonava
a una sensitiva apparsa in televisione. Sono perduta,
aveva detto, e io dormivo. E poi era tornata a letto e si era coricata
di fianco a me. Era perduta, e io non ne avevo idea. Era
l, distesa accanto a me, perduta e terrorizzata.
L'addebito  di duecentoventinove dollari e cinquantaquattro
centesimi. Come ha potuto sfuggirmi? Rispetto a cose del
genere tendo ad essere un po' sbadato - una volta ho impiegato
sei mesi prima di accorgermi che mi stavano addebitando
mensilmente la quota d'iscrizione a un'associazione salutista di
cui non ero membro - ma una chiamata da duecento dollari?
E poi controllo la data. Il 23 ottobre dell'anno scorso. Il giorno
prima della morte di Lexy.  comprensibile che quel mese
io abbia pagato le bollette in stato confusionale.
Lorelei entra nella stanza e guaisce perch la faccia uscire.
 tardi; ha fatto la sua passeggiata notturna ore fa e manca ancora
molto prima di arrivare al mattino. E una strana notte per
entrambi. Raggiungo con lei la porta sul retro e la lascio uscire
in giardino. D delle annusate attorno ai piedi del melo. Mi
chiedo se l'odore di Lexy si senta ancora, impresso nel terriccio
umido. Strano che Lorelei non abbia reagito alla voce della
sua padrona in televisione. Ha dormito tutto il tempo, svegliandosi
solo quando mi ha sentito gridare. Come ha potuto
sfuggirle, con il suo acuto senso canino dell'udito? Si  forse dimenticata
la voce di Lexy nel giro di cos breve tempo? O  a
causa dell'effetto filtro prodotto dalla registrazione audio cos
come fuoriesce dagli altoparlanti metallici del televisore, che
riduce anche la voce pi amata a un blando rumore di sottofondo?
Avevo gi notato che Lorelei non reagisce nemmeno
alle voci note quando sono registrate sulla segreteria telefonica.
Il campanello, invece. Ogni volta che ne sente suonare uno
in televisione, salta su e corre abbaiando verso la porta. E dire
che il nostro non funziona da anni.
Una volta rientrati, vado in soggiorno e sollevo la cornetta.
Compongo il numero che ho trascritto. Dopo uno squillo mi
risponde qualcuno. Si sente una musichetta metallica, abbastanza
misteriosa, poi una voce registrata. Avete raggiunto il
Telefono Amico Paranormale, la vostra via d'accesso all'avventurosa
esplorazione della mente. Occorre essere maggiorenni
per avvalersi dei nostri servizi. Le nostre tariffe sono di
quattro dollari e novantanove centesimi al minuto. Il Telefono
Amico Paranormale  a esclusivo scopo di intrattenimento. Se
volete parlare con il vostro personale esperto paranormale, si
prega di attendere.
Si sente suonare un interno, risponde una donna. Da come
parla sembra giovane, del Midwest.
Grazie per aver chiamato la nostra linea paranormale. Sono
Caitlin, interno sette-nove-sei-quattro-due. Oggi ti far una lettura
dei tarocchi. Prima di cominciare vuoi darmi per favore il
tuo nome, data di nascita e indirizzo.
Uhm, in realt non sto cercando qualcuno che mi legga i
tarocchi. Vorrei parlare con Lady Arabelle.
Lady Arabelle in questo momento non  disponibile. Non
preoccuparti, lasciati aiutare da me.
Be', forse puoi mettermi in attesa. E molto importante per
me parlare direttamente con Lady Arabelle. Sono disposto ad
aspettare finch si libera.
No, mi dispiace ma Lady Arabelle non c' in questo momento.
Dimmi, sei dei Pesci? Sento una vibrazione molto forte
qui....
Magari potrei lasciare un messaggio, se vuoi farmi il favore
di trasmetterglielo. O forse potresti dirmi quando la posso
trovare, cos richiamo quando c'?.
Temo non sia possibile. Per ti assicuro che sono una sensitiva
professionista assai qualificata, e sar un vero piacere per
me aiutarti. Percepisco chiaramente che negli ultimi tempi hai
avuto dei problemi....
Senti, la interrompo. E molto importante. Questione di
vita o di morte. Be', in un certo senso lo . Devi dirmi come
devo fare per contattare Lady Arabelle. Sono certo che non
puoi darmi il suo numero di casa, ma forse se spiego perch ho
assolutamente bisogno di parlarle....
Caitlin sospira. Mi dispiace, ma non ho idea di come si fa
a raggiungerla. Ha gi rinunciato a quella qualit eterea che
si  sforzata di conferire alla sua voce.
Cosa intendi dire? Esiste, no? L'ho vista in televisione.
Be', non ho dubbi che esista, ma il fatto  che ci sono centinaia
di sensitivi che lavorano per questa rete televisiva e, quando
chiami, semplicemente ti mettono in contatto con il primo
disponibile. Non puoi scegliere con chi parlare.
Be', in ogni caso lavorate tutti insieme. Ci sar un modo
per lasciare un messaggio o qualcosa del genere.
No, non funziona cos. Vedi, in questo preciso istante io
sono seduta nel mio appartamento di Dayton, Ohio e, per quel
che ne so, questa Lady Arabelle, che mi rincresce ma non ho
nemmeno mai sentito nominare, potrebbe essere in California,
Texas o da qualunque altra parte. Non  che siamo tutti qui seduti
in tondo in qualche enorme stanzone per pratiche paranormali
o roba del genere, a contemplare sfere di cristallo. Non
lavoriamo nemmeno tutti per la stessa compagnia. Ci sono
qualcosa come un centinaio di piccole societ, e tutte stipulano
un contratto con quest'altra compagnia che gestisce un
grande computer centrale in Florida o da qualche parte e,
quando qualcuno chiama, il computer controlla per vedere chi
 collegato in quel momento, e allora il telefono, per esempio,
squilla proprio qui nel mio soggiorno, e io sollevo la cornetta.
Potresti anche fare cento telefonate senza trovare mai la stessa
persona due volte.
Capisco, dico. Mi sento scoraggiato. Ma deve esserci un
numero telefonico che posso chiamare per parlare con un responsabile.
Chiunque gestisca il grande computer in Florida,
appunto.
Be', se anche esiste, non ho idea di chi sia. La sua voce si
ammorbidisce un po'. Ma, senti, se mi racconti qualcosa in
pi della tua situazione di vita o di morte, forse posso aiutarti
a trovare delle risposte. Dai, tesoro, dimmi quand' il tuo compleanno.
 tutta colpa di quel tesoro. Perfino detto dalla voce sottile
e giovane di Caitlin, la parola mi d una fitta al petto. Agogno
forse tenerezza e premura fino a questo punto?
20 settembre, dico. Mi premo la cornetta sull'orecchio,
pronto ad ascoltare qualunque cosa lei mi dica.
...
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...
CAPITOLO 22.
...
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...
Da piccolo, uno dei miei giochi preferiti durante i lunghi
viaggi in auto e i pomeriggi piovosi era scrivere in cima a un
pezzo di carta una parola, una qualsiasi, pi lunga era meglio
era, ed elencare sotto tutte le parole che si potevano formare
con le lettere che la componevano. Lo scopo non era tanto
contare il numero di vocaboli che avevo trovato, ma pi che altro
vedere cosa rivelavano di quello da cui derivavano. Per me
era come una magia, una specie di codice segreto da decifrare.
Scomponete family ("famiglia"), e troverete sia yam ("patata
dolce"), che trasmette quel senso confortevole da giorno del
Ringraziamento, e lam ("fuga"), l'inevitabile volo spiccato dal
nido. Sar proprio un caso che loser ("perdente") contenga le
lettere per formare sore ("piaga")?
Mi piaceva la sorpresa delle immagini evocate da questo gioco,
e scoprire come le associazioni che chiamava in causa fossero
spesso incredibilmente appropriate. Avevo smembrato
father ("padre") e avevo visto come anche il mio fosse una sorta
di raft ("zattera") che dondolava su e gi tenendoci tutti a
galla. Avevo scomposto mother ("madre") e mi ero reso conto
di come la mia ci ronzasse attorno alla stessa stregua di una
moth ("falena").
Anche adesso mi ritrovo a giocare allo stesso gioco, trascrivendo
nomi e vedendo cos'hanno da dirmi. Indagate a fondo
Lorelei e troverete roti ("rotolare"), e Ite ("distendersi"), due verbi
molto cagneschi, due cose che lei fa alla grande. Ma spingetevi
oltre e vi accorgerete che ha dentro una storia da raccontare
(infatti ha in s lore, "tradizioni") e role, il "ruolo" che
lei stessa ricopre nella storia.
Smembrate Lexy Ransome e troverete omeri ("presagio"),
sexy e soar ("librarsi verso l'alto"). Lost ("perduta") e rose ("rosa").
Yearn ("anelare"), near ("vicino") e anymore ("mai pi"). Capite
come funziona? Non occorre rifletterci sopra pi di tanto. Non
potrebbe essere pi chiaro. Manca solo una lettera per arrivare
a remorse ("rimorso") e una per formare answer ("risposta").
Anche il mio nome, Paul Iverson, contiene una profusione
di parole al suo interno. Molte di esse, cosa alquanto sconcertante,
hanno a che fare con la vita corporea. Guardate e vedrete
che sono fatto di veins ("vene"), liver ("fegato") e pores ("pori"),
nape ("nuca") e penis ("pene"), loins ("lombi") e pulse ("battito").
Per quanto mi ci metta, non riuscir certo a sfuggire a questo
mio corpo che respira, pulsa e vive, che ancora suda al sole e
desidera ardentemente acqua da bere. Che lascia scorrere l'urina
come ogni altra creatura vivente. Sono tangibile come la
terra. Sono soil ("terreno"); sono vapor ("vapore"). E a ben guardare:
sono pi del mio corpo, sono pi del mio essere vivente.
Perch se fate bene attenzione troverete soul ("anima") e reason
("ragione"), prose ("prosaicit"), salve ("balsamo") e lover ("amante").
Sono nervous ("ansioso"), son ("figlio") e naive ("ingenuo").
Pi umano di cos si muore. Quello che faccio  snore ("russare")
e pine ("agognare"). (Basterebbe una lettera in pi per ottenere
passion, "passione". Stessa cosa per reveal, "rivelare").
Questi sono gli appunti che ho preso durante la mia conversazione
con Caitlin, e mi dicono pi di tutto quello che mi
ha rivelato lei. Ha intuito che nella mia vita avevo affrontato
una sconfinata tristezza. (E chi, avrei voluto chiederle, non pu
dire lo stesso? Chi, per lo meno fra le persone disposte a pagare
trecento dollari all'ora per avere un consiglio, non sar
precipitato in uno stato di infelicit che non ce la fa a sopportare
con le sue sole forze?). Caitlin mi ha assicurato che le cose
sarebbero migliorate. Ha detto che vedeva una donna nel mio
futuro e quando ho esitato ammettendo che non riuscivo a immaginarmi
che mi accadesse pi una cosa del genere, si  corretta
dicendo che vedeva un uomo. Non le ho dato sufficiente
materiale su cui lavorare, poco ma garantito. Le ho riferito la
mia vera data di compleanno e il mio vero nome, ma quando
mi ha chiesto se ero sposato, ho detto solo: Non pi, lasciando
che traesse da sola le sue conclusioni. Ho opposto
resistenza ai suoi tentativi di cavarmi fuori la mia storia; se  per
fare la sensitiva che la pagano, ho pensato, allora lascia che ci
arrivi da sola. Con una parte di me, lo ammetto, volevo che mi
dicesse qualcosa di vero; quella stessa parte di me voleva che i
suoi poteri fossero reali.  strano il ruolo che ricoprono questi
sensitivi, un po' preti confessori, un po' terapisti, e io avevo
una mezza speranza che mi dicesse qualcosa in grado di farmi
ricostruire il senso complessivo di quanto mi era accaduto.
Sotto sotto mi auguravo che in qualche modo mi avrebbe salvato.
Ma in definitiva era solo una donna dell'Ohio seduta nel
suo soggiorno, che parlava con un estraneo in piena notte.
Mentre io ero solo un povero idiota che pagava una telefonata
troppo costosa per le sue tasche.
Adesso fuori sta per spuntare l'alba.  stata una notte lunghissima.
Mi sento vuoto, troppo stanco per pensare ancora a
Lexy e al suo appellarsi a Lady Arabelle, con tutto ci che implica.
Appena entro in camera, trovo Lorelei che dorme coricata
di traverso in fondo al letto, e decido di non mandarla via.
Mi rannicchio sotto le lenzuola, appallottolandomi per evitare
di darle inavvertitamente un calcio e crollo addormentato nel giro di pochi istanti.
...
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...
CAPITOLO 23.
...
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...
Oggi mi sono imbattuto in Maura. La mia ex moglie. Be', s,
quando dico che mi sono imbattuto in lei, intendo che me la
sono ritrovata sulla veranda davanti casa. Apro la porta, ed eccola
l. Proprio non me l'aspettavo. Non ha bussato. Ha un biglietto
in mano, immagino che stia cercando di decidere se sia
il caso di lasciarlo o meno. Fa un salto appena apro la porta.
Ciao, dico. Resto sbalordito vedendola l.
Ah, Paul, esclama. Non sapevo fossi in casa.
Be', adesso mi hai visto.
Sorride e assume la tipica espressione da condoglianze. Ho
appena saputo di Lexy, dice. Paul, sono davvero mortificata.
Annuisco e sorrido tristemente mentre mi fisso i piedi e
mormoro un grazie. Non sono ancora troppo bravo ad accettare
le condoglianze dalla gente, specialmente da chi Lexy non
la conosceva nemmeno.
Be', ti va di entrare a prendere una tazza di caff?, le chiedo
alla fine. E strano vedere Maura che mi sorride l in piedi
sulla veranda. Non ci siamo separati proprio da buoni amici,
come penso di avere gi accennato. Ma in qualche modo mi fa
piacere vederla. Mi rendo conto di non aver parlato con nessun
essere umano in carne e ossa negli ultimi due giorni.
Volentieri, dice.
Niente paura. Non andr a finire come pensate.
Mentre Maura entra in casa, mi guardo in giro e vedo quello che deve vedere lei.  un gran casino. Ci sono piatti dappertutto
e altissime cataste di libri impilati che stanno in piedi
per miracolo. Anch'io sono sicuro di avere un'aria arruffata.
Di certo non mi sono sbarbato.
Solo quando Maura  gi dentro casa Lorelei entra a rotta
di collo, abbaiando. Deve aver perso l'acutezza dei sensi che
contraddistingue i cani da guardia, penso. Un tempo avrebbe
saputo che Maura era l ferma in veranda addirittura prima che
io aprissi la porta. Non mi era mai capitato di ritrovarmi a pensare
che Lorelei sta invecchiando - ormai avr gi otto anni -
e che potrei non avere poi cos tanto tempo a disposizione per
portare avanti la mia ricerca. O per godermi il piacere rappacificante
della sua compagnia. Un giorno la perder, questo 
certo, e solo a pensarci mi prende un dolore acuto. Ma lo accantono
subito nella mia mente, come il padrone di un cane
deve necessariamente fare.
Maura arretra appena Lorelei compare all'orizzonte e si
schiaccia contro il muro. Non ha mai avuto una gran simpatia
per i cani.
Gi piccola, dico con il tono pi autoritario di cui sono
capace. Tutto okay. Poi tranquillizzo Maura: Lascia che ti
annusi la mano. Non temere, non ti morder.
Maura tende la mano con una certa esitazione. Lorelei la
annusa avidamente per tutta la superficie e le d una leccatina
esplorativa. Soddisfatta, immagino, che la situazione sia sotto
controllo, si gira e si allontana.
E cos, dice Maura. Quella dev'essere Lorelei.
Come fai a sapere il nome?.
Voglio essere sincera con te, Paul. Mi ha chiamato
Matthew Rice. Si illumina un attimo. Mi ha detto che  diventato
direttore del dipartimento. Che cosa fantastica. Buon
per lui. Poi le ritorna l'espressione turbata.  preoccupato
per te, Paul. Mi ha suggerito di venire a parlarti.
Mi assale un senso di fastidio nei confronti di Matthew Rice.
Sa benissimo cosa penso di Maura. E ho del lavoro da sbrigare.
Questa visita inaspettata  un'interruzione che non ci voleva.
Be', vieni a sederti, cos puoi parlarmi, dico. Sono sicuro
che dalla mia voce una certa irritazione deve trapelare.
La accompagno in soggiorno. Maura si ferma a guardare
una foto su un tavolino accostato alla parete, io e Lexy ripresi
il giorno del matrimonio.
E cos questa  Lexy, dice. La sua voce tradisce una certa
freddezza che non  molto brava a nascondere. Era carina.
Sembra mi stia accusando di qualcosa.
S, dico. Proprio cos.
Sgombro il divano da giornali e blocchi per gli appunti, e
faccio cenno a Maura di accomodarsi.
Dio, Paul, dice. Guarda in che condizioni vivi.
Be', non aspettavo visite, taglio corto. Hai detto che volevi
un po' di caff?.
Maura d una sbirciata alla pila di piatti sul tavolino con
un'espressione vagamente terrorizzata. No, risponde. Sono
a posto cos.
Mi siedo su una sedia di fronte a lei. Allora, dico. Come
andiamo?.
Bene, grazie.
Il lavoro?.
Bene.
Esci con... qualcuno?. La domanda suona priva di senso.
No. Non in questo periodo.
Okay, dico. Be', veniamo al sodo. Cosa sei venuta a
dirmi?.
Paul, Matthew pensa che tu abbia perso la testa. Dice che
hai smesso di interagire con le persone, e non ti sei neanche
presentato a casa sua a cena....
 vero.  stato una volta che sentivo di essere molto vicino
a compiere qualche progresso con Lorelei - il giorno della conquista
del suono ua, a dire il vero - e semplicemente mi sono
dimenticato dell'impegno preso con Matthew ed Eleanor. Il
giorno dopo ho chiamato per scusarmi e pensavo di aver spiegato
perfettamente il problema. Anche Matthew  molto determinato
quando si tratta di ricerca. Credevo che almeno lui,
fra tutti, avrebbe capito.
Maura intanto continua a elencare le cose in cui proprio
non ci siamo. E sostiene che pensi davvero di riuscire a insegnare
a parlare a quel cane. Dico, dai Paul, non crederai una
cosa del genere, vero?.
Credo che la comunicazione fra specie diverse sia un territorio
ancora relativamente inesplorato, comincio. E penso
che abbiamo molto da imparare....
Ges, mi interrompe Maura. Paul, ma ti rendi conto di
quello che dici? Hai bisogno di aiuto. Senti, mi dispiace che
Lexy sia morta, una vera tragedia, ma in qualche modo devi
fartene una ragione. Stai rovinando la tua vita e mandando a
monte la tua carriera....
Mi alzo. Sono stufo di ascoltare. Non avr gi passato anche
troppi anni della mia vita a badare a quello che dice questa
donna? Dunque pensa che io sia pazzo. Benissimo. Le dar
io una chicca da riportare a Matthew.
Lorelei, ruggisco. Sono il primo a sorprendermi del tono
feroce della mia voce.
Maura sembra in ansia. Paul, che fai?, chiede.
Lorelei, urlo di nuovo. Lorelei appare sulla porta. Attacca!,
le ordino, indicando Maura. Lorelei mi guarda interdetta.
Maura scatta in piedi. Oh mio Dio.
Prendila, piccola!, urlo. Lorelei sposta lo sguardo da me
a Maura e poi si ferma su di me. Emette un solo latrato, reagendo,
immagino, al volume alto della mia voce.
Sei pazzo?, mi dice Maura.
Pare di s, dico. Va', Lorelei! Prendila!.
Adesso me ne vado, dice Maura. Hai davvero perso la
testa, Paul. Fammi uscire di qui.
Agguanta la borsa e cammina spedita verso la porta, tenendosi
alla larga da Lorelei.
La seguo e mi fermo sulla porta mentre lei si defila lungo il
sentiero davanti a casa.
E non farti pi vedere!, le urlo dietro. Dopodich mi sento
stranamente soddisfatto. Scoppio a ridere. Guardo Maura allontanarsi
in auto, e poi, ridendo, torno nel mio incasinato soggiorno
per andare avanti con la ricerca.
...
.
...
CAPITOLO 24.
...
.
...
Io e Lexy eravamo sposati da sei o sette mesi, credo, quando
le chiesero di fare la maschera della ragazza defunta. Mi chiam al lavoro.
Ciao, disse. Sai per caso dove sono le pompe funebri Van Buren?.
Uhm, non sono sicuro, dissi. Perch,  morto qualcuno?.
No. Be', qualcuno s, ma nessuno di mia conoscenza.
Che?.
Mi  arrivata adesso questa richiesta del tutto inaspettata.
Da parte di una donna che ha appena perso la figlia e vuole che
faccia una maschera con il viso della ragazza.
Oh mio Dio. E hai intenzione di accontentarla?.
Be', ero piuttosto restia appena ha cominciato a raccontarmi
cosa voleva, ma pi andava avanti a spiegarmelo, pi mi
sembrava avesse un senso. Penso che la ragazza... aveva diciannove
anni, andava all'universit... pare le sia venuto un cancro
o qualcosa del genere. La madre sembrava molto calma e
ragionevole, credo fossero preparati al peggio ormai da tempo.
E comunque, la ragazza studiava recitazione, era un tipo un
po' particolare, e non aveva paura della morte, sostiene la madre.
I genitori pensano che avrebbe approvato una cosa del genere.
Secondo loro sarebbe un bel modo di ricordarla.
Brrr, dissi. Fa venire un po' i brividi. Non credi? Tenere
in giro per casa un calco con il viso della figlia defunta non
sembra un modo proprio sanissimo di elaborare il lutto. Cos'hanno
intenzione di farne, lasciarlo sul tavolino?.
S, lo so, ammise Lexy. Un po' troppo bizzarro. Ma in
tutto questo c' qualcosa che mi affascina.  un lavoro importante,
capisci? Pi importante della maggior parte delle altre richieste
che accetto. Voglio dire, questa  l'ultima possibilit
che hanno di catturare il viso della figlia cos com'.
Cos com' nella morte. Ma non hanno nessuna foto di lei,
immagini di com'era quando era in vita?.
Lexy sospir. Non credo di riuscire a spiegartelo, disse.
Ma io penso di capire. Sai, le maschere mortuarie esistono da
migliaia di anni. Una volta ho anche letto che in passato, quando
la fotografia era un'invenzione recente, la gente usava far fotografare
i propri cari distesi nelle bare. Oppure le madri portavano
i loro piccoli defunti dal fotografo. Quell'immagine era
tutto quello che avrebbero avuto per ricordarli.
 molto triste. Ma continuo a pensare che sia una strana
richiesta.
Non lo so. Secondo me c' qualcosa di sacro nel tentativo
di catturare il volto umano nel momento della morte. Pensaci
un attimo... se nessuno desiderasse mai ricordare che aspetto
avevano i propri cari dopo la morte, allora perch ai funerali
esporremmo le casse aperte?.
Be', ecco un'altra cosa che non mi entusiasma particolarmente,
dissi.
Io penso che in qualche modo sia consolante, replic
Lexy. Vedi, la morte  questo grande mistero, tutti ne siamo
terrorizzati, ma quando osservi qualcuno che  morto sul serio,
sembra sereno. Non  cos terribile da vedere. Soprattutto se
si tratta di una persona che ha sofferto molto, e finalmente riposa.
Forse  questo che i genitori della ragazza vogliono far
ritrarre.
Immagino di s. Ma sei sicura di volerti lasciare coinvolgere
in una cosa del genere?.
S, disse. Sono sicura.
All'epoca l'intera faccenda mi parve sgradevole. Mi sembrava
un atto di disperazione da parte dei genitori, riluttanti ad
accettare l'accaduto. Anche senza conoscere la ragazza defunta,
dubitavo che avrebbe augurato ai genitori di elaborare il
lutto in quel modo. Tenendo in casa il suo viso da morta, sempre
in vista. Perennemente inchiodati al momento della sua
morte. Se lo scopo del lutto  imparare a continuare a vivere,
pensai, accettando di abitare lo stesso spazio mutato in assenza
e andando avanti in qualche modo, allora di sicuro quelle
persone addolorate stavano rendendo un cattivo servizio non
solo a se stessi ma anche al ricordo della povera figlia perduta.
Ma ora che sono giunto a conoscere il lutto cos intimamente,
avendo vissuto a lungo nelle sue stanze spoglie e percorso
i suoi corridoi vuoti, non sono davvero certo che quei
due sbagliassero.
Quando Lexy mor, ammetto di aver provato dentro di me
un tacito conforto nel vedere che il suo viso non si era ammaccato
con la caduta. E nonostante quanto potevo aver affermato,
quando giunse il momento, anch'io lasciai esposta la
cassa aperta al suo funerale e, ogni volta che qualcuno mi diceva:
Oh,  cos bella, era come se un balsamo scendesse nel
mio cuore. Quando mi inginocchiai davanti alla bara di mia
moglie, la mente a un tratto svuotata di tutte le preghiere che
sapevo da bambino, e allungai una mano per sfiorarle la guancia,
la fissai pi che potei e seppellii nella mia mente ogni dettaglio
del suo aspetto fisico, perch sapevo che poi non avrei
mai pi posato gli occhi su di lei. L'avrei voluta la maschera di
Lexy da morta, da appendere alla parete, accanto alla maschera
di Lexy da viva? No. Ma non mi sarei mai permesso di dire a
chiunque altro vagasse stordito dal dolore che ci di cui aveva
bisogno era sbagliato. Non avrei proprio osato.
Temevo che intraprendere un progetto cos morboso avrebbe
precipitato Lexy in un profondo stato di malinconia, ma
quando torn a casa era raggiante.
Era bellissima, disse. Molto macilenta, per via della malattia,
ma si vedeva che aveva dei lineamenti davvero splendidi.
Cercai di figurarmi la ragazza defunta, come una derelitta
sul tavolo anatomico. Con tutto l'impegno del mondo, in quell'immagine
non riuscivo a trovare nulla di bello.
Non l'avevano ancora truccata, sai, per il funerale, per cui
la sua pelle era bianchissima. Ho dovuto lavorare in fretta... occorreva
che fosse finita entro oggi pomeriggio. Ma non ci ho
messo molto a fare il calco. Non vorrei sembrare morbosa, ma
 pi facile quando non devi continuare a dire alla persona di
star ferma.
Era fredda?, chiesi. Non avevo passato molto tempo a
contatto con i cadaveri. Perfino quando era morto mio padre,
ero riuscito a mantenere una certa distanza al funerale.
Non proprio gelata. Ma fredda s. Pi di una persona
viva.
Hai parlato con i genitori?.
S, certo. Mi sono seduta con loro a discutere delle loro richieste
rispetto al prodotto finale.
Come ti sono parsi?. Non riuscivo comunque a immaginarmi
delle persone sane di mente fare una cosa del genere.
Sembravano molto normali. Tristi, ovvio. Il padre a un certo
punto  scoppiato a piangere. Ma erano molto grati che fossi
disposta a fare questo per loro. Temevano di non trovare
nessuno.
Si capisce, volevo dire. Ma rimasi zitto.
Senti, proposi invece. Che ne dici se usciamo a mangiare
qualcosa? Dopo una giornata del genere, hai bisogno di stare
nel mondo dei vivi.
Se proprio ti devo dire, ammise,  un problema se ordiniamo
qualcosa da mangiare qui a casa? Sono impaziente di
scendere e cominciare a lavorare su questa maschera mentre
tutte le mie sensazioni sono ancora vive.
E sia, dissi. Ero deluso. Era venerd sera e avevo davvero
desiderato di passarlo con Lexy, facendo qualcosa di divertente
insieme, per iniziare il weekend nel migliore dei modi.
Dopo tutto eravamo ancora due sposi novelli. Ma era da tanto
che non la vedevo cos entusiasta di un progetto e, per quanto
personalmente lo trovassi ripugnante, non volevo farle scemare
il buon umore. Andai in cucina e ordinai una pizza.
Lexy lavor alla maschera per tutto il weekend, palesandosi
al piano di sopra solo per prendere qualcosa da mangiare
dalla cucina o per misurare il soggiorno a piccoli passi, immersa
nei suoi pensieri. Lorelei pass gran parte del tempo gi
nel seminterrato con Lexy, come faceva sempre quando la sua
padrona era al lavoro, cos io trascorsi un paio di giorni sostanzialmente
solitari. Domenica sera ero seduto in soggiorno
a leggere, quando alzai gli occhi e mi ritrovai davanti Lorelei.
Ciao, piccola, dissi. Allungai una mano per accarezzarle
la testa e, a un certo punto, notai che c'era un pezzo di carta
che le spuntava dal collare. Lo sfilai. Diceva: La sottoscritta
Alexandra Ransome richiederebbe l'onore della sua presenza
nel seminterrato per lo scoprimento della sua ultima opera.
Risi, e tutto fu perdonato. Raggiunsi la porta del seminterrato
con Lorelei al seguito.
Trovai Lexy sdraiata sul divano malmesso. La maschera era
sul tavolo da lavoro, coperta con un telo.
L'hai visto solo adesso il biglietto?, chiese, alzandosi in
piedi. Ho mandato su Lorelei mezz'ora fa.
A quanto pare il ridgeback Express non  veloce quanto ti
immagineresti. Non puoi mai sapere quando dovr fare una
fermata imprevista per mangiarsi una cimice o qualcosa del genere.
Allora sei pronto per vederla?. Percepivo benissimo la
sua esaltazione perfino dall'altra parte della stanza.
Certamente, dissi. Mi feci animo, pronto a mentire quando
mi avesse chiesto cosa ne pensavo.
Lexy mi fece sedere e mi chiese di chiudere gli occhi. Mi
mise la maschera in mano. Aprii gli occhi con una certa trepidazione.
Aveva realizzato qualcosa di fantastico. Rimasi stupefatto
dallo splendore. La mia immaginazione limitata mi aveva indotto
ad aspettarmi che avrebbe dipinto la maschera traendo
ispirazione dalla vita (o dalla morte, in questo caso), rendendo
il colore della carne pallida, le labbra sbiancate e appena rosee,
le sopracciglia sottili che mettevano in risalto il rilievo degli occhi
chiusi. Mi ero immaginato, credo, che la maschera sarebbe
sembrata morta. Ma Lexy non l'aveva fatta cos. Aveva dipinto
la faccia di bianco, su un sobrio sfondo bianco, con un
campo di fiori vivaci che si stendevano da guancia a guancia. I
colori erano brillanti: niente delicate tinte pastello, niente rosa
e azzurri da beb. C'erano gambi e foglie di verdi allegri e vividi,
con in cima dei boccioli rossi e porpora e gialli e blu verdastro,
i petali venati d'oro come sotto uno sprazzo di sole.
Non quel genere di fiori che sarebbero stati mandati al funerale
della ragazza, convenzionali e scuri, disposti con cura.
Questi erano fiori selvatici, scompigliati dal vento e sparati in
tutte le direzioni.
I lineamenti della ragazza si intravedevano appena. Lexy
non li aveva per niente enfatizzati; in effetti, si poteva benissimo
guardare il pezzo senza rendersi subito conto che era un
viso. Gli incavi appena accennati degli occhi, la protuberanza
del naso, la curva delle labbra erano iscritti sotto i fiori come
un palinsesto. Ma una volta che li avevi notati, non riuscivi a
smettere di guardarli. Distinguevo benissimo la giovinezza di
quel volto, la promessa di una bellezza a venire. Ma la maschera
non era triste, quella era la cosa straordinaria. Perfino
sapendo che la ragazza il cui viso era servito da modello era gi
morta e sepolta, guardarla non mi intristiva affatto. In un certo
senso, penso che una fotografia della ragazza, ridente e viva,
avrebbe potuto risultare pi inquietante: basta pensare a quelle
foto degli annuari che ogni primavera vengono pubblicate
sul giornale insieme alle storie di tragici incidenti stradali avvenuti
la notte della laurea. Il potenziale perduto di quei ragazzini
appena deceduti, mostrati nei loro scomodi vestiti nuovi
e con i sorrisi pi artificiosi. Ti spezza il cuore; immancabilmente.
Ma questa maschera in qualche modo era diversa. Non
trasmetteva quel pathos. Ritraeva ci che era stato, non ci che
avrebbe potuto essere. Guardandola, vidi che la morte aveva
una sua grazia, e bellezza. Vidi ci che pensavo avessero visto
i genitori della ragazza quando avevano preso Lexy per il braccio
chiedendole di andare a guardare la figlia.
Rimasi seduto un attimo in silenzio, osservando quel volto.
Tutte le parole di falsa lode che mi ero preparato e avevo pronte
alle labbra si dissolsero nel nulla.
Allora?, chiese Lexy.
 splendida, dissi. Mi aspettavo tutt'altra cosa.
Pensavi che sarebbe stata terribile, vero?, disse lei, sorridendo.
Vuoi che ti dica la verit? S. Studiai la maschera un altro
po'. Ma tu credi che i genitori desiderassero una cosa del
genere?  un po' astratta. Forse si aspettano un'opera pi realistica.
Lexy mi guard circospetta. Cosa vuoi dire?, disse.
Be', mi chiedo solo se non volessero una maggiore verosimiglianza,
che fosse ritratta com'era dal vivo....
Lexy si irrigid.  il suo viso, disse.  quello che mi hanno
chiesto. Volevano il suo viso.
Be', s, certo, ma li hai informati che avresti potuto fare
una cosa simile?.
Una cosa simile?, ripet. Cosa vorrebbe dire una cosa
simile?. La sua voce si fece pi acuta mentre parlava.
Mi alzai e feci un passo verso Lexy, allungando una mano
per posargliela sul braccio, ma lei se la scroll di dosso.
Non agitarti, dissi. La trovo stupenda, penso sia uno dei
pezzi pi belli che hai fatto. Mi chiedo solo se i genitori siano
nella giusta disposizione mentale che consente di apprezzarla.
Tu pensi che la detesteranno, afferm. Non pensi che
sia un buon lavoro. Dammela. Mi strapp la maschera dalle
mani.
No, Lexy, non ho affatto detto una cosa del genere. Calmati.
Abbass gli occhi sulla maschera, che le tremava fra le mani.
Tu la detesti, disse, la voce stremata. Cominci a piangere,
singhiozzi tormentosi, penosi. Tu la detesti.  terribile.
No, dissi.
S, ribad lei. Tu la detesti. Butt la maschera per terra
e la pest con violenza. La cartapesta era dura e resistette alla
forza del suo piede scalzo.
Piantala, Lexy, dissi. Cos diventi ridicola. Piantala.
Raccolse la maschera e la scagli brutalmente sul tavolo da
lavoro. Prese in mano un coltello che usava per rifinire le maschere
una volta che si erano solidificate e conficc ripetutamente
la lama nella maschera. La cartapesta si frantum sprigionando
una nuvola di finissima polvere bianca. Continu a
dare coltellate finch la superficie della faccia fu butterata di
fori e il naso completamente sbriciolato. Poi pos il coltello e
sgran gli occhi sulla devastazione che aveva compiuto. Abbandon
il viso fra le mani e singhiozz finch il suo corpo
prese a tremare.
Mi tenni indietro, preso dall'orrore e anche un po' arrabbiato.
Perch hai fatto questo?, chiesi brusco.
Non lo so, disse. La voce di Lexy sembrava strozzata,
come se non le riuscisse di procurarsi abbastanza aria. Non
lo so.
Rimasi fermo a guardarla, incapace di fare un passo avanti
per consolarla. Finalmente stacc le mani dal viso e mi guard.
Aveva la faccia paonazza e una sfilza di mezzelune pallide lungo
la fronte, l dove si era conficcata le unghie nella carne.
Capisci adesso?, disse. Capisci perch non posso avere
figli?. Si gir e sal su per le scale. Rimasi pietrificato nel seminterrato,
a fissare la maschera sfasciata, e ascoltai i suoi passi
che attraversavano il pavimento sopra di me. Udii la porta
d'ingresso aprirsi e chiudersi, e seppi di essere solo.
...
.
...
CAPITOLO 25.
...
.
...
Spinto da un impulso irrefrenabile, chiamo il Telefono Amico
Paranormale ogni giorno, nella speranza di sentire la voce
di Lady Arabelle. Di solito riattacco quando la sensitiva di turno
mi dice il suo nome e mi rendo conto che non  lei, ma a
volte, quando mi sento solo, una certa voce mi attrae e aspetto
per sentire cosa ha da dirmi. (Raramente si tratta di un
uomo.  quasi sempre una donna). Pu essere che io prenda
a raccontare tutta la mia storia, oppure lascio che ci arrivino da
sole. Di sicuro  stato un incidente, dicono. Si sente che ti
amava molto. Mi confortano: Non sei solo, anche se puoi
sentirti cos. Mi invitano ad avere un po' di pazienza, e poi mi
capiter una vincita inaspettata e l'amore incrocer la mia strada.
Mi consigliano di non perdere le speranze. Mi dicono che
le carte mostrano prospettive molto rosee per me. La carta della
morte significa cambiamento, non morte. Mi chiedono se ho
una domanda in particolare da porre, e non so cosa rispondere.
Si  ammazzata? Non arrivo ad articolare le parole. Riuscir
a insegnare a parlare al mio cane? Come posso fare una
domanda del genere senza farmi compatire? Ho chiesto a una
di loro: Vedi niente che riguarda gli animali? Qualcosa che si
riferisce a un cane?, e lei mi ha assicurato che il mio cane
smarrito era vivo e vegeto e presto sarebbe tornato a casa. Alcune
di loro sono scaltre e crudeli e ricorrono a qualsiasi mezzo
pur di tenerti al telefono. Una mi ha detto che ero malato,
un'altra prevedeva un incidente, ma se fossi rimasto in linea
un po' pi a lungo, forse avremmo trovato un modo per evitarlo.
Ultimamente ti senti un po' esaurito?, chiedono, e chi
onestamente pu affermare il contrario, se  l'una di mattina e
si ritrova al telefono con un'estranea? Azzardano: C' una
donna con cui lavori... Vedo un nome che comincia per S,
possibile? Oppure per R?. La prima volta che una di loro
mi ha chiesto se conoscevo una donna il cui nome iniziava per
L, mi sono sentito il cuore partire all'impazzata. Ma siccome
non ho risposto immediatamente, temendo che la mia voce
si rivelasse tutt'altro che ferma, aveva detto: No, forse comincia
per T... Terry? Theresa?, cos mi sono reso conto
che vendeva fumo. Quando capita che racconti di Lexy, e devo
ammettere che ultimamente lo faccio sempre pi spesso, mi
chiedono quand' il suo compleanno. Mi invitano a visualizzare
il suo volto mentre fanno le carte. Ubbidisco. Mi concentro sul
suo viso con tutto me stesso. Mi rivelano cose sul nostro matrimonio
basate sul mio e sul suo segno zodiacale. Sembrano
comunque tirare a casaccio. Era molto ordinata, vero?, dicono
a un certo punto, e io nego. Ma poi continuano: A volte
avete litigato per questioni di soldi, e io mi ricordo di quella
volta che ho dimenticato di riferirle di un prelievo che avevo
fatto dallo sportello automatico, cosicch Lexy si era vista rifiutare
un assegno scoperto. S, dico, desiderando che sia
tutto vero. S. A volte abbiamo litigato per questioni di soldi.
Loro sanno cosa voglio sentirmi dire. A volte le domande
sono talmente azzeccate che mi sento un tuffo al cuore. 
morta improvvisamente, capita che affermino, senza punto
interrogativo alla fine. Ma poi intuisco che  la mia voce a tradirmi,
quel tono disperato che nemmeno mi ero accorto di avere.
Capiscono benissimo che non  la voce di un uomo che ha
assistito la moglie durante una lunga malattia. Appartiene chiaramente
a qualcuno che continua a svegliarsi ogni mattina sorpreso
di scoprire che sua moglie non c' pi.
Sul fronte canino, tuttavia, le cose non potrebbero andar
meglio. Sono stato folgorato da un'idea fantastica, che penso
possa essere la chiave per l'esito positivo del mio progetto con
Lorelei. L'idea mi  venuta quasi per caso. Sono seduto nel mio
ufficio, sono l che lavoro con il mio computer portatile - sto
catalogando il contenuto del terzo ripiano di libri, quelli che
Lexy ha sistemato il giorno della sua morte - e ho trascritto i
seguenti titoli:
Ricette se non hai tempo di cucinare (Suo, ma l'ho usato spesso
anch'io. Contiene alcune fantastiche ricette che non immagineresti
mai, anche se non proprio realizzabili in un baleno).
796 modi solo per dire Ti amo (Mio. Ho sempre desiderato
essere spontaneo e romantico come Lexy, capace di sorprenderla
come lei non ha mai mancato di sorprendere me.
Cos ho comprato questo libro per aiutarmi a predisporre la
mia spontaneit. Non sapevo che lei ne fosse al corrente).
Dimenticati di ieri e goditi il presente (Di Lexy).
Se non l'avessi visto non ci crederei (Mio. Una raccolta di
scritti di viaggio).
Cose che non avrei mai saputo (Suo. Un libro di poesia).
Come avere successo facendo quello che piace (Di Lexy).
Animale domestico, non calpestare il DNA (Mio. Una raccolta
abbastanza stupida di sequenze palindromiche. In copertina
c' un laboratorio pieno di cani in camice bianco. Un cartello
sulla parete mostra un gatto piazzato su una doppia elica,
con una riga tirata sopra).
Saresti capace di comprare un'auto usata senza farti raggirare (Suo).
Ti conviene crederci! Le burle e gli scherzi pi famosi del mondo (Mio).
Strano ma vero: sono stato un giorno con gli extraterrestri (Di Lexy. Ha comprato questo libro per le illustrazioni dopo che un suo cliente le ha richiesto la maschera di un extraterrestre per uno spettacolo).
Il mio mestiere d'arte con la cartapesta (Di Lexy).
Ho fatto un sogno: il Movimento per i diritti civili ti chiama (Mio).
Mentre batto a macchina, contemporaneamente tento di
mangiare un panino con il prosciutto e il formaggio.  abbastanza
scomodo e, a un certo punto, mentre addento il panino,
un morso di formaggio e uno spruzzo di senape cadono
sulle lettere K e L della mia tastiera. Appoggio il computer sul
pavimento per andare a prendere una spugna in cucina e, al
mio ritorno, trovo Lorelei in piedi davanti al computer, la testa
china sui tasti, che lecca nel punto dove c'era il formaggio.
La scaccio di l - non ho idea dei danni che la saliva dei cani
possa provocare in un costoso computer - ma quando mi chino
per pulire i tasti, vedo che  successa una cosa a dir poco
stupefacente. Sotto il titolo dell'ultimo libro che ho elencato,
Lorelei ha battuto una serie di lettere con la lingua. KKKLKL-
LKIKKLMLK, ha scritto. Ed  l che mi folgora, l'idea fantastica,
 in quel momento che irrompe in me come l'alba di un nuovo
giorno: intendo insegnare a Lorelei a dattiloscrivere.
Mi sembra una soluzione perfetta. Sono passate diverse settimane
dal fatidico ua, senza ulteriori progressi. Pu essere,
penso, che le corde vocali di Lorelei non siano fatte per parlare,
ma non significa che la comunicazione sia per forza impossibile.
Comincio a mettere a punto un piano. Non mi aspetto da
lei che componga delle parole, naturalmente, ma mi viene in
mente che se posso insegnarle ad associare i vocaboli a lei gi
noti - palla, fuori, biscotto, Lexy - a simboli visivi specifici, allora
posso approntare una tastiera speciale con quegli stessi
simboli, cosicch Lorelei riesca a battere un'intera parola con
un solo tocco del naso. I tasti dovrebbero essere un po' pi
larghi del normale, per essere premuti dal suo nasone, oltre
che coperti da simboli abbastanza grandi perch Lorelei sia in
grado di leggerli. Comincio a darmi da fare con le schede illustrate.
Ne mostro una a Lorelei con una sola linea ondulata.
Acqua, dico. Acqua. Poi un'altra con una specie di disegno
infantile simile a un lecca-lecca che sarebbe un albero. Albero,
dico. E cos via. Per rappresentare Lexy disegno un viso
sorridente con un ricciolo di capelli che le scende da una parte
e dall'altra della testa. Indico fuori con una freccia, biscotto con un osso.
Ma non  abbastanza. Occorre che le insegni triste. E poi
mi serve cadere. E saltare. Devo farle capire la differenza.
Alla fine mi limito a creare dei simboli per ogni parola di cui
credo di aver bisogno. I significati posso sempre insegnarglieli successivamente.
Per la tastiera, decido di andare a trovare un mio conoscente,
un uomo di nome Mike Wolfe, che lavora al dipartimento
di ingegneria elettronica all'universit. Mike ha un interesse
particolare per la linguistica, motivo per cui penso che
potrebbe essere disposto ad aiutarmi. Un mio ex studente una
volta aveva chiesto a Mike di aiutarlo a elaborare un programma
che avrebbe riunito insieme dei suoni secondo un ordine
casuale, per creare parole prive di senso, per un progetto che
il ragazzo stava realizzando sulla formazione del linguaggio.
Era un'impresa sostanzialmente inutile - in effetti, se non ricordo
male, lo studente abbandon il progetto poco dopo senza
prendere la laurea - ma ero rimasto colpito dal programma
che Mike era riuscito a ideare.
Cos vado a trovarlo e gli dico cosa mi serve. Non gli rivelo
che  per un cane, mi invento che sto lavorando con bambini
gravemente handicappati. Sottolineo che diversi di loro avranno
bisogno di pigiare i pulsanti con il naso. Lui annuisce rispettosamente
e sembra credermi, ma quando torno a prendere
la macchina una settimana dopo, vedo una vignetta,
evidentemente ritagliata dal giornale del campus, attaccata alla
porta dell'ufficio di un collega di dipartimento di Mike. C' un
cane seduto davanti a un computer, lingua fuori penzoloni, con
un'espressione da gonzo. Le zampe sono appoggiate sulla tastiera,
mentre sullo schermo compaiono una sequela di parole
prive di senso. Dietro il cane c' un uomo in piedi, che a dire
il vero non ha niente in comune con me, intento a sbirciare sopra
la spalla dell'animale. Geniale!, sbotta l'uomo. Non fermarti
proprio adesso!. La didascalia della vignetta dice: Argomentazioni
contro il posto di ruolo.
Ma la macchina  il massimo che potessi sperare. Mike ha
modificato un vecchio computer portatile - sar un po' lento,
mi dice, ma dovrebbe rispondere alle mie esigenze. I tasti sono
grandi e chiaramente contrassegnati dai simboli che gli ho attribuito.
Dato che ha lavorato su una tastiera standard, i tasti,
quando vengono premuti, scrivono ciascuno una singola lettera.
Dovr semplicemente fare una lista di quali lettere corrispondono
a quali simboli, e potr tradurre ci che Lorelei voleva
scrivere. BNL, per esempio, sta per: Lexy albero cadere.
E cos via.
Passo due settimane a lavorare con Lorelei sulla memorizzazione
dei simboli visivi prima di iniziarla alla tastiera. Tanto
per cominciare le mostro una scheda con sopra un simbolo
particolare - quello dell'albero, poniamo - e ripeto la parola
diverse volte. Dopodich mescolo la scheda con altre due, mettendo
in piedi un vero spettacolo, degno del mago che mi sto
sforzando di incarnare con tutto me stesso, e dispongo le tre
schede a faccia in su sul pavimento.
Acqua, Lorelei, dico. Dov e l'acqua? Va' a cercare l'acqua.
Inizialmente non sembra capire cosa voglio da lei. La prima
volta che le do quell'ordine, si dirige un po' titubante nell'angolo
della stanza e afferra la sua giraffa giocattolo stringendola
fra i denti. Grande, penso - adesso la sto costringendo
a interrogarsi sui significati delle parole che conosce gi. Cos
comincio a mostrarle a gesti cosa le chiedo di fare. Abbasso gli
occhi puntandoli sulla scheda che voglio lei prescelga. La indico.
Mi chino e sfrego il naso contro il simbolo. Alla fine sembra
capire. Appena abbassa la testa per annusare la scheda che
ho indicato, non lesino complimenti.
Dopo due settimane, indica la scheda giusta il cinquanta per
cento circa delle volte. Non male, considerando che sceglie fra
tre carte; se avesse semplicemente preso su le schede a caso, mi
aspetterei una percentuale di successo solo del trentatr per
cento. In ogni caso niente di eccezionale. Mi sfiora il pensiero
che forse i segnali visivi sono un problema. La vista non  il suo
senso migliore. Forse dovrei attribuire un diverso odore a ogni
tasto. Una tastiera da grattare e annusare. Ma come posso ricostruire
l'odore che Lexy aveva per Lorelei? Sfregando il suo
maglione sui tasti? Spruzzandovi il suo profumo, applicando il
suo gel per i capelli, impiastrando il suo rossetto su una tavolozza
e mescolandoli insieme? Che dire della semplice fragranza
di Lexy, quella sotto tutte le altre che aggiungeva al suo
corpo? Non posso riuscire a ricrearla. (Oh, ma se potessi! Se
potessi levare in alto un nebulizzatore e spruzzare quell'effluvio
nell'aria!). E l'odore dell'acqua? E il profumo di un melo
in un giorno d'ottobre? Forse l'esalazione dell'aria che fruscia
mentre una persona cade  diversa da quella che sprigiona se
salta di sua volont? E l'odore della polvere che si alza nell'istante
in cui il corpo si schianta a terra sar in qualche modo
differente?
Perci immagino di dovermi attenere al visivo. Ma oggi, impegnato
a lavorare con Lorelei sulle schede, mi avvedo di una
cosa. Mi sono dimenticato di farne una con la mia immagine.
Non ho creato un simbolo atto a rappresentare il concetto di
Paul. Credo occorra ce ne sia uno. Di certo sono parte della
storia che Lorelei ha da raccontare. O mi sto illudendo? E
se la storia che riferirebbe non avesse niente a che fare con me
o con Lexy, ma fosse esclusivamente incentrata sulla sua vita da
cucciola, di cui non so praticamente nulla? La storia che le preme
raccontare, quella che per lei  pi importante esternare,
potrebbe non essere la stessa che voglio sentire io. Ripenso alle
peripezie a seguito delle quali Lorelei ha finito per trovare in
Lexy la sua padrona. Forse il mio cane vorrebbe ragguagliarmi
su questo: come si  salvata dal temporale, il dolore lancinante
in gola. O qualcosa di addirittura pi remoto. Chiss se
ricorda la madre, i fratelli e le sorelle? La tragedia dei cuccioli
strappati uno per uno alle famiglie, senza potersi rivedere
mai pi.  questa la tristezza che infliggiamo alle bestie che
amiamo. Sto umanizzando? Naturale. Difficile evitarlo. E comunque.
Chi sono io per sapere che razza di cuore batte sotto
quel pelo? Quali sogni scorrono dietro quegli occhi imperscrutabili
facendo contrarre le zampe della bestia? Chiss se
Lorelei sogna di camminare su zampe lunghe e malferme da
cucciola, di lottare per conquistarsi un posto di fianco a fratelli
e sorelle per arrivare anche lei a poppare? Ricorda forse tutte
queste cose, oppure la sua infanzia, al pari della nostra,  perduta
nella nebbia pre-linguistica dei primi anni di vita?
Forse vuole raccontarmi di un preciso momento fra l'erba
estiva, mentre era alla ricerca di qualcosa da cacciare, la sensazione
della terra umida sotto le zampe nude. Potrebbe avere
questo da comunicarmi. La gioia di muscolo e ossa che lavorano
in perfetta sincronia per consentirle di correre mentre
si lancia dietro a un'auto. Il vento che le soffia sulle orecchie
mentre ficca la testa fuori dal finestrino dell'auto. La solitudine
innescata in lei dalla porta che si chiude, lasciandola in casa
da sola. L'attesa paziente sotto il tavolo, l'aroma di pranzi non
cucinati per lei, il fremito di essere al posto giusto nel momento
giusto quando certe dita umane si allungano lasciando scivolare
un pezzo di carne per terra. Il terrore di fermarsi davanti
all'ambulatorio del veterinario, che le stimola le ghiandole salivari.
La dolce tristezza sopraggiunta con la scomparsa di Lexy,
la veglia costante in attesa del suo ritorno. Cose che accadono
e non si sa perch. Gli odori degli altri cani. Il morbido dei cuscini
sul divano. La cedevolezza cos appagante di uno di essi
che si disfa sotto i denti. La caccia. Il sole. Rotolarsi nel fango.
Dov' l'albero, Lorelei?, le chiedo, facendo un cenno con
il capo in direzione delle schede sul pavimento davanti a me.
Dov' l'albero?.
Lei strofina il naso contro la scheda che significa Lexy.
Bene, piccola, dico. Per ora basta cos.
Sono stanco. Proprio sfinito. Raccolgo le mie schede e le
metto via. Poi mi siedo alla scrivania e scrivo una lettera a Wendell Hollis.
...
.
...
CAPITOLO 26.
...
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...
La sera dell'incidente della maschera mortuaria, Lexy non
torn affatto a casa. Rimasi alzato tutta la notte ad aspettarla.
Finalmente, intorno alle otto di mattina, sentii la chiave girare
nella toppa.
Entr con un'aria stanca e arruffata. Non sembrava sorpresa
di vedermi seduto in soggiorno.
Ciao, disse, evitando di incrociare i miei occhi.
Ciao.
Rimase semplicemente l, a fissare il pavimento, le chiavi in
mano.
Dove sei stata?, chiesi.
Delaware andata e ritorno.
Perch?.
Non lo so. Sono salita in auto e basta. Non avevo intenzione
di tornare.
Mai pi?.
Mai pi. Volevo solo scomparire.
 una follia, Lexy.
Rise, ma senza sorriso. S.
Cosa ti ha fatto cambiare idea?.
Mi sei venuto in mente tu che mi aspettavi qui seduto. Non
riuscivo a lasciarti qui seduto.
Be', avrei preferito che chiamassi. Avevo paura.... Non
terminai la frase.
Mi dispiace. Segu un lungo silenzio. Adesso sarai terrorizzato
da me, disse alla fine.
Be', s, un po'. Sentii la mia voce alzarsi. Ero pi arrabbiato
di quanto mi fossi reso conto. Mi fermai e regolai il tono.
Eri fuori controllo, dissi pi calmo che potei. Non avevo
idea di cosa avresti potuto fare.
Be', nemmeno io.
Dio, Lexy, sbottai, questa volta senza riuscire a trattenere
la rabbia che trapel dalla mia voce. Lo sai quanto  terribile
sentirti parlare cos? Lo sai com' stato per me, seduto qui
tutta la notte, senza sapere se eri viva o morta?.
Alla fine Lexy alz gli occhi e mi guard. Vidi che il suo
viso stava cedendo. Mi dispiace, disse. Cominciarono a scenderle
le lacrime. Mi dispiace.
La guardai l in piedi che piangeva, in mezzo alla stanza.
Non riuscii ad alzarmi e raggiungerla. Non ci riuscii.
Lexy, penso che tu abbia bisogno d'aiuto, dissi. Non ce
la faccio a vederti in queste condizioni. Hai bisogno di parlare
con qualcuno.
Cominci a piangere ancora pi forte. Tu pensi che io sia
pazza, si lament.
No, non penso che tu sia pazza. Penso solo che potrebbe
farti bene parlare con qualcuno.
Si volt dall'altra parte, continuando a singhiozzare. Non
dovrei essere qui, disse. Dovrei andarmene.
No, la contraddissi. Non  quello che voglio. Voglio solo
parlare di quello che  successo.
Io non voglio parlarne adesso, replic lei, cercando di
mantenere la voce ferma. Sono troppo stanca. Ho solo bisogno
di fare una doccia.
Si volt e si allontan. Mentre camminava, riusc ad atteggiare
la schiena in modo che sembrasse solida e robusta, ma,
appena la porta del bagno si chiuse, la sentii singhiozzare pi
forte. La udii aprire l'acqua della doccia. Rimasi seduto sul divano
ancora un poco, poi mi alzai e raggiunsi il bagno. Bussai
alla porta.
Lexy, chiamai. Fammi entrare.
No, grid. Lasciami in pace.
Lexy. Vedrai, si sistemer tutto.
Vattene. Adesso non riesco a guardarti.
Lexy, dobbiamo parlare di questa cosa.
Non mi rispose. Sentivo il suo pianto stremato dall'altra parte
della porta.
Feci per forzare la maniglia e scoprii che non si era chiusa
dentro a chiave. Entro, dissi.
Lexy non era sotto la doccia. Era seduta nuda sul pavimento
piastrellato, le ginocchia raccolte sotto il mento. Teneva il viso
nascosto fra le mani. La stanza cominciava a riempirsi di vapore.
La vista di lei seduta con un'aria cos infelice incrin qualcosa
dentro di me. Non mi sentivo pi arrabbiato.
Mi inginocchiai di fianco a lei. Sst, Lexy, dissi. Vedrai
che andr tutto bene.
Allungai una mano per toccarla, ma lei si ritrasse di scatto.
Vattene. Non voglio che tu mi veda. Vattene. Volt la faccia
arrossata dall'altra parte.
Non ho nessuna intenzione d'andarmene .
Be', allora vorr dire che lo faccio io, disse. In un attimo
era scattata in piedi, ma altrettanto rapidamente mi piazzai
dietro di lei. L'afferrai e cinsi il suo corpo riluttante con le
braccia.
Lasciami andare.
No. Neanche per sogno.
Pianse e cerc in tutti i modi di liberarsi, ma io continuavo
a stringerla forte. Rimasi l irremovibile come un albero saldamente
radicato nel terreno. Pi lei tirava, pi io mi rifiutavo di
cedere.
Non mollo. Non ti mollo.
Lexy aveva la pelle incandescente come ferro. A toccarla
era davvero bollente.
Emise un suono gutturale, un verso animale in segno di frustrazione
e di resistenza. Ma io continuai a stringerla imperterrito.
Lasciami andare, sibil lei, divincolandosi dalla mia presa.
Era scivolosa come un'anguilla. Ma io non mollai.
Rimanemmo cos insieme nel vapore del bagno, con Lexy
che si contorceva e urlava e io che la stringevo forte, finch i
suoi singhiozzi si calmarono e sentii il suo corpo rilassarsi. Finch
alla fine l'ebbi immobile e nuda fra le braccia come madre
natura l'ha fatta.
Povera la mia piccola, le dissi nei capelli. Hai sempre
creduto di essere la regina degli elfi, non  cos? Ma tu non sei
la regina degli elfi. Non lo vedi? Sei Tarn Lin. Tu sei Tarn Lin.
E io non ti moller.
Pi tardi, quando Lexy si fu quietata abbastanza per parlare
e l'acqua della doccia si fu raffreddata, le chiesi cosa intendesse
fare con la maschera.
Voglio farne un'altra, disse, e ho intenzione di dipingerla
esattamente uguale. Nonostante tutto, penso di aver fatto bene
a immaginarla cos. Se non dovesse piacere ai genitori, ne far
una pi realistica per loro. Ma penso che l'apprezzeranno.
Avrei solo voluto credere in me fin dall'inizio.
Proprio cos, dissi. Anch'io lo vorrei.
Ai genitori in effetti la maschera piacque molto. La prima,
quella distrutta, rimase l ferma sul tavolo del seminterrato per
diverse settimane; io e Lexy camminammo timorosi attorno al
relitto, senza che nessuno dei due desiderasse veramente gettarla.
E se i colori della seconda non erano altrettanto vivaci,
se i fiori dipinti a tutta superficie non parevano danzare nel
vento cos liberamente come prima, i genitori della ragazza non
seppero mai la differenza.
...
.
...
CAPITOLO 27.
...
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...
La lettera che ho scritto a Wendell Hollis  chiara e appropriata.
Con tutto quello che ho letto su di lui, so perfettamente
che si considera una grande personalit, un martire della
scienza. Se spero di ricevere una risposta, dovr enfatizzare
quell'immagine. Lusingandolo, penso. Dimostrandogli che non
metto in dubbio il suo essere uno studioso, che prendo il suo
lavoro sul serio. Senza sembrare spaventato per i metodi che
usa. Evitando di lasciargli intuire in alcun modo la repulsione
che mi assale solo a sentire pronunciare il suo nome.
Ecco cosa mi  uscito:
Caro signor Hollis,
lei non mi conosce, ma io sono molto interessato alla ricerca
da lei condotta. In qualit di studioso suo collega nel campo
del linguaggio canino, sento di avere molto da imparare da
lei. Ho un cane che si chiama Lorelei, un ridgeback, con cui
lavoro da diversi mesi, senza tuttavia ottenere risultati significativi.
Sarebbe disposto a darmi qualche suggerimento? Da
dove deriva il suo interesse per l'argomento? Ha intenzione
di proseguire i suoi studi una volta uscito di prigione? Qualsiasi
consiglio lei potesse fornirmi giungerebbe assai gradito.
Distinti saluti,
Paul Iverson
Con mia grande sorpresa, a nemmeno due settimane di distanza,
ricevo una risposta. Quando la lettera appare nella mia
buchetta, con indicato l'indirizzo della prigione di Hollis quale
recapito del mittente, provo un'improvvisa trepidazione per
quello che ho fatto, sensazione sempre pi forte man mano che
leggo le parole di Hollis.
Caro Paul Iverson,
ricevo molte lettere, ma quelle sensate sono poche, le dico
sinceramente, motivo per cui la sua si  distinta fra tutte.
Sono contento di sapere che il mio retaggio sopravvive mentre
deperisco in questo posto, e sono lieto che studiosi seri
come lei continuino a lavorare sul Problema Canino. La prego
di spiegarmi meglio come sta procedendo con Lorelei. Ha
gi iniziato con gli interventi chirurgici? Sicuramente un
uomo colto come lei sapr che il suo cane va modificato se
vuole ottenere dei risultati. Acclusi alla presente le invio alcuni
degli schemi che ho usato personalmente per eseguire
le operazioni. Faciliterebbe le cose se mi mandasse una foto
del cane che sta utilizzando.
 presto spiegato da dove nasce il mio interesse: i cani hanno
sempre puntato gli occhi su di me. Volevo sapere cosa
pensavano quando mi guardavano in quel modo. In particolare,
nella porta accanto alla mia, c'era un cagnolino che non
la finiva pi di abbaiare. Era come se sbraitasse tutto il tempo
senza dir nulla, a parte fare un gran fracasso. Giorno e
notte, e quando lo vedevo nell'ingresso con l'anziana signora
che era la sua padrona, quel piccolo bastardo tirava il guinzaglio
solo per il gusto di saltarmi addosso e abbaiare. E io
pensavo: Quale diavolo sar il tuo problema? Se hai qualcosa
da dirmi allora dillo. Be', un giorno l'anziana signora muore
stecchita, e io vedo tutti quei poliziotti nell'ingresso, e chiedo:
e adesso cosa ne sar del suo povero cucciolotto? Mi
volete stare a sentire per favore?, cerco di impormi alla loro
attenzione. Al che loro dicono: lo stiamo portando gi al canile,
e io parto in gran cassa dicendo che io e il cane siamo
veramente amici per la pelle e, vi prego, lasciatelo a me che
posso offrirgli una casa come si deve. E quello che l'anziana
signora avrebbe voluto; diceva sempre: Se mai dovesse succedermi
qualcosa di brutto, per favore si prenda cura lei di
quel tesoro del mio cagnolino. Cos vado gi di brutto con il
sentimentalismo e i poliziotti dicono va bene perch quel
pezzo di bastardo comunque continua ad abbaiare facendoli dare tutti di matto. Cos presi il cane e tanto per cominciare
predisposi per lui una camera insonorizzata. Be', a dire il
vero, mi limitai ad apportare alcuni cambiamenti a una stanza
degli ospiti che avevo gi, e il risultato finale non era niente
male. E piazzai gi l'animale l in mezzo e gli dissi: bene,
adesso vediamo cosa hai cercato di dirmi per tutto questo
tempo. Proviamo a scoprire quali rivelazioni celi. E il resto
ormai  storia, ah ah. Era un tipetto astuto, mi tocc ammetterlo,
ma feci in modo che ci non interferisse con i miei
progetti. Volevo lavorare seriamente con lui e avrei fatto in
modo che niente ostacolasse la ricerca con cui intendevo offrire
il mio contributo alla scienza.
Be', la mia storia  tutta qui. Adesso mi deve raccontare la
sua. Ho passato il suo nome e indirizzo a un amico, tal Remo,
che vive nella sua zona.  a capo di un gruppo, una sorta di
circolo clandestino, composto di persone che condividono i
nostri interessi. Vedr che non mancher di mettersi in contatto con lei.
Risponda presto. Noi uomini di scienza dobbiamo restare uniti.
I miei ossequi,
Wendell Hollis
Allegati alla lettera ci sono gli schemi che Hollis mi ha promesso.
Schizzi terrificanti di cani squarciati in due, i corpi vivisezionati,
i musi fatti a pezzi e ricomposti in modi assolutamente
improbabili. C' un disegno del cervello di un cane, le
diverse parti contrassegnate con nomi tipo nodo della parola,
centro della fame e sede dell'aggressivit canina. C'
una lunga spiegazione scritta a mano di come una mandibola
umana potrebbe essere fissata al cranio di un cane, se solo si
riuscisse a mettere le mani addosso a uno senza farsi mordere.
Metto gi i fogli, disgustato. Basta scomporre il nome 'Wendell
Hollis e l'uomo si rivela fatto di lies ("bugie"), sin ("peccato")
e Hell ("inferno"). Slew ("trucidato") e woe ("calamit"). E
low ("meschino"). E staine ("sporco"). A cosa vado incontro, iniziando
a corrispondere con questo squilibrato? E chiss chi 
quel Remo che non mancher di mettersi in contatto con
me? Al solo pensiero mi vengono i brividi.
Eppure - come posso dire eppure, vi chiederete, con un
tale carnaio schematizzato qui davanti e i deliri di questo folle
appena registrati dalla mia mente? A rigor di logica sono d'accordo
con voi, eppure credo sia innegabile che Wendell Hollis
ha centrato il bersaglio dove io l'ho mancato. Un'intera aula
di tribunale stipata di gente ha udito Dog J dire la sua. Guardo
Lorelei che sonnecchia sul divano, il corpo integro e intatto.
No, penso, non adotter mai i metodi di Hollis. Mi rifiuto
con tutto me stesso di far soffrire il mio cane. Ma che male c'
a verificare cosa questo tal Remo ha da dirmi?
...
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CAPITOLO 28.
...
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...
Provai un certo sollievo una volta che la faccenda della maschera
mortuaria fu chiusa. Se non fosse che poi, come venne
fuori, non lo era affatto. I genitori della ragazza defunta furono
talmente contenti della loro maschera che l'appesero bene
in vista in casa loro e la mostrarono a tutti gli amici, molti dei
quali incontrati grazie a un gruppo di supporto per famiglie di
malati di cancro. Da quel momento in poi, Lexy cominci a ricevere
richieste di maschere mortuarie con una certa frequenza.
Dopo la quarta o la quinta, le telefon un reporter che aveva
visto una delle sue creazioni a un funerale; dato che il
defunto era morto in un incidente d'auto, il suo corpo era troppo
maciullato per essere esposto con la cassa aperta, motivo per
cui la famiglia aveva preferito deporre la maschera di Lexy sulla
bara. Il reporter disse a Lexy di essere rimasto talmente impressionato
dalla maschera, cos spettrale e concreta al tempo
stesso, che aveva deciso di scrivere un articolo per il giornale.
Il titolo era Artista trova la morte bella, e nel servizio Lexy
era acclamata quale pioniera di una nuova tendenza nel commemorare
i defunti. Il reporter defin il suo lavoro di una delicatezza
arcana, e afferm che in ogni maschera Lexy riusciva
a catturare la sostanza e la consistenza stessa del lutto,
sempre per mossa dalla tensione a celebrare la vita per come
i suoi soggetti l'avevano vissuta. Era un articolo entusiastico,
accompagnato da parecchie fotografie di maschere (in una
compariva anche Lexy... ma tu guarda quant'era carina!), e fu
da l che il lavoro di mia moglie cominci a suscitare consensi.
Ricevette talmente tante richieste di maschere mortuarie che si
trov costretta ad accantonare qualsiasi altro tipo di lavoro -
le sue vivaci maschere teatrali, le sue facce appariscenti da carnevale
- perch come avrebbe potuto dire di no a una madre
o a un amante affranti dal dolore per dedicarsi a qualcosa di
cos triviale come il classico spettacolo estivo ovviamente convenzionale
che si teneva ogni anno?
Alla fine cominci a pubblicizzarsi come realizzatrice di maschere
mortuarie. Le piaceva farle, mi disse; le dava soddisfazione
vedere come le persone fossero commosse dal suo lavoro,
traendone un certo conforto. E un lavoro importante,
disse. Le persone ne hanno bisogno. In qualche modo per
loro  un aiuto. Aiuta chi rimane in vita. Spesso si sente dire
che quando muore una persona cara, pu servire vedere il suo
corpo che giace immobile e senza vita. D un senso di realt.
Le persone i cui cari sono scomparsi senza lasciare traccia soffrono
in eterno. Lexy, concentrando il suo sguardo sul momento
della morte, credeva di aiutare i sopravvissuti di questa
terra a non desistere dalla fatica di continuare a vivere.
Cominci a lasciare il suo biglietto da visita presso gli impresari
di pompe funebri e a prendere qualche nominativo dai
necrologi sul giornale. Andava a trovare i moribondi ricoverati
in ospedale, quelli che sapevano di avere ben poco da vivere
ed erano riusciti a farsene una ragione. Per cui il lavoro non
le mancava di certo.
Le maschere che creava erano splendide, devo ammetterlo.
Si impegnava tantissimo a pensarle una diversa dall'altra. Andava
a incontrare le famiglie, ascoltava le loro storie, prendeva
appunti. I sopravvissuti avevano un estremo bisogno di parlare.
A differenza di quelli delle pompe funebri, lei non diceva
mai il defunto. Preferiva prendere un'altra strada: Dimmi
di tua madre. Dimmi cosa ti ricordi. Chiedeva il permesso di
fare qualcosa di sorprendente, di esprimente contenuti che non
si aspettavano. Sempre promettendo di fare un'altra maschera
se non fossero stati contenti. Ma in genere lo erano.
Il suo obiettivo era ideare una particolare immagine capace
di evocare per sempre la persona scomparsa. Non solo rappresentando
la sua vita passata, ma chi era, cos come si poteva
riassumere in un disegno, in un emblema, in una singola
scena. La vita di una persona sull'intera superficie della faccia,
personalizzata come un tatuaggio. Niente di cos scontato quale
sarebbe stata una mazza per un giocatore di golf o un caduceo
per un medico. I soggetti che dipingeva avevano un che di
onirico. Il massimo della vita che potesse sognarsi un defunto.
Lexy dipingeva figure indistinte, scure contro il cielo irrorato
di sole. Ritraeva scene pastorali, alberi sulle colline, uccelli nei
nidi. La veduta di una citt, un orizzonte. Costellazioni e meteore.
Un nome scritto a graffiti. Le sue opere emanavano una
gioia incredibile. Quasi esortassero a ricordare le cose belle.
Una ragazzina attraversava ballando il viso di una donna anziana.
Per un pilota di mezza et - morto di infarto, non in un
incidente aereo - dipinse non un aereo, appunto, ma la vista
del mondo dall'alto, con le parole Chiamalo cielo o chiamalo volo scritte fra le stelle. Per un altro uomo, un attivista della
lotta contro l'AIDS, che alla fine era stato stroncato dalla malattia,
dipinse un'immagine del virus stesso, incredibilmente
grazioso per qualcosa di cos letale, circondato da scene tratte
dalla vita dell'uomo. Per un'anziana signora che aveva fatto la
cucitrice, un motivo patchwork che copriva il viso intero, ciascun
quadrato dipinto sul tessuto di una stoffa presa da un capo
di vestiario a lei particolarmente caro: qui un abito da sposa, l
una copertina da neonato. E sempre, in ogni maschera, il volto
nascosto sotto il dipinto, che andava ad aggiungersi con la sua
toccante topografia.
Nei casi di suicidio, Lexy usava particolare premura. Gliene
capitarono due. Il primo era un uomo sulla cinquantina. Era
depresso da molto tempo, ma i famigliari pensavano che ultimamente
mostrasse segni di miglioramento. Era luglio quando
decise di farsi fuori, ma dopo la sua morte i famigliari trovarono
un armadio pieno di regali di Natale, tutti belli impacchettati,
che li aspettavano. Per quell'uomo, Lexy dipinse una scena
invernale, serena ma impenetrabile: cumuli di neve, alberi spogli,
ghiaccioli come schegge di vetro. C'era una figura minuscola
ferma in primo piano, che guardava in su; seguendone lo
sguardo, vedevi che, perso in distanza, appena appena visibile,
c'era un minuscolo cottage con una luce alla finestra. L'uomo
aveva una lunga strada davanti - la collina ripida che avrebbe
dovuto scalare pareva quasi insormontabile - ma lui vedeva che
quella luce e quel calore non erano cos lontani.
La seconda suicida era un'adolescente. Si chiamava Jennifer.
Lexy aveva incontrato i genitori, i volti smunti dal dolore.
Sembravano quasi incapaci di spiegare a Lexy come fosse la figlia;
ogni dettaglio, qualsiasi cosa pensassero di lei, era stato
messo in dubbio, e loro a quel punto si chiedevano se l'avessero
mai conosciuta sul serio. A Lexy diedero da leggere il diario
della ragazzina. Lei lo divor in una sola notte, restituendolo
subito dopo ai genitori affinch lo seppellissero accanto
alla figlia. Loro per non l'avevano letto. Non volevamo conoscerne il contenuto.
Non so cosa-Lexy abbia appreso da quel diario, sempre che
fosse davvero significativo. Non le andava di parlarmene. Di solito,
quando accettava una nuova commissione, mi raccontava
della persona su cui stava lavorando. Mi riferiva cosa aveva
scoperto della sua vita e le piaceva discutere con me le sue idee
per il modello della maschera. Ma non in quel caso. Era tutt'altra
cosa. Sembrava volersi tenere tutto dentro. A volte, mesi
dopo, quando mi sembrava triste e le chiedevo cosa c'era che
non andava, rispondeva: Oh, cos, pensavo a Jennifer.
Per lei, Lexy dipinse una maschera sopra un'altra. Di primo
acchito, sembrava avesse semplicemente dipinto la faccia di
Jennifer, sorridente. Ma, a ben guardare, vedevi che anche il
viso sorridente era a sua volta una maschera; c'era un contorno
indistinto, a forma di scudo - come quelle facce, una felice
e una triste, che usano per simboleggiare il teatro - disegnato
attorno ai lineamenti dipinti, e nastri tratteggiati che spuntavano
da ogni lato, quasi dovessero tener ferma la maschera.
Sotto a tutto, i particolari lineamenti di Jennifer erano in netto
contrasto con il sorriso radioso e la felicit che emanava dagli occhi sgranati.
Era un'opera eccellente. Ma non coincideva con quanto si
aspettavano i genitori di Jennifer. Stando a quanto ricordo,
quella fu l'unica volta che i clienti di Lexy rifiutarono la maschera
da lei proposta. La sola vista li fece andare su tutte le
furie, mi disse. La madre della ragazzina scoppi a piangere, e
il padre addirittura prese a sbraitare contro Lexy. Questa non
 mia figlia, le rimprover.
Mia moglie accett di sostituire la maschera con un'altra.
La seconda era molto graziosa, ma non particolarmente significativa.
C'era uno sciame di farfalle che prendevano il volo.
Davano una sensazione di leggerezza, di essere improvvisamente
liberati dalla gravit della terra. C'erano colori vivaci e
nuvole soffici. Proprio quello che volevano i genitori.
Lexy si tenne per s la prima maschera. L'appese alla parete
sopra il suo tavolo da lavoro e, a volte, quando scendevo per
vedere cosa stesse facendo o per salutarla, la trovavo seduta
sul divano, intenta a fissare la maschera della ragazzina sorridente.
...
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...
CAPITOLO 29.
...
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...
Per una strana coincidenza, il giorno dopo aver ricevuto la
lettera di Wendell Hollis, il suo nome viene di nuovo citato al
telegiornale. Pare che Dog J sia scomparso.
Dopo il processo, dopo che Wendell Hollis era finito in prigione,
Dog J era stato adottato da uno dei poliziotti che l'avevano
tratto in salvo al momento dell'irruzione nell'appartamento
di quel criminale. L'agente aveva ricevuto molte offerte
di esibire Dog J (o Hero, come divenne noto in seguito) in talk
show e fiere di diversi Stati, ma le aveva rifiutate tutte. Questo
cane  gi stato sfruttato abbastanza, aveva dichiarato.
Voglio solo offrirgli una vita tranquilla.
Ma adesso Hero  sparito dall'appartamento dell'agente a
Brooklyn. L'uomo, come ogni giorno, era andato a lavorare lasciando
Hero addormentato sul divano e, quando  tornato a
casa all'ora di pranzo per portarlo fuori, la porta d'ingresso era
spalancata e il cane svanito nel nulla. La porta mostrava segni
di scasso, inoltre non c'era pi traccia del televisore e dello stereo
dell'uomo. Stando alle ipotesi finora avanzate, pare che il
cane sia scivolato fuori dalla porta mentre l'intruso caricava la
refurtiva. Sono state avviate ricerche su tutto il territorio, ma
al momento senza alcun riscontro positivo. Hanno affisso dei
cartelli in giro per la citt, per avvertire la gente di stare all'erta
nel caso vedessero un labrador giallo di quattro anni capace
di parlare. Almeno,  stato il commento dell'agente affranto
riportato dai giornali, almeno sar in grado di chiedere aiuto.
 proprio il giorno in cui vengono divulgate queste notizie
che Matthew Rice e sua moglie Eleanor si presentano alla mia
porta. Quando li sento bussare, sono disteso sul divano che
guardo la televisione nella speranza di sentire ulteriori notizie
su Dog J, e sono tentato di non andare ad aprire.  pomeriggio
presto e sono ancora in pigiama e vestaglia. Ma, appena faccio
per alzarmi e spiare dalle imposte chiuse per vedere chi ,
inciampo su una catasta di libri sul pavimento e senza volere
sparo una bestemmia urlando, cos forte che immagino di non
poter pi fingere di non essere in casa.
Apro la porta, ed ecco l Matthew e Eleanor fermi in piedi,
che sorridono belli pimpanti. Matthew ha in mano una pila di
contenitori Tapperware e teglie da forno coperte di stagnola,
mentre Eleanor si  portata dietro un gran secchio pieno di
prodotti per pulire la casa. Per un istante mi chiedo se li stessi
aspettando, se avessero chiamato per dire che sarebbero venuti
e per qualche ragione me ne fossi dimenticato.
Salve, li accolgo titubante.
Ciao, Paul, dice Eleanor affettuosa. Spero ci scuserai se
piombiamo qui cos all'improvviso, ma non siamo riusciti ad
avvisarti per telefono.  vero che ultimamente non ho mai tirato
su la cornetta. Un po' non ne potevo pi di mia madre e
di mia sorella che chiamavano per esprimere tutta la loro sincera
preoccupazione. Ho lasciato che la segreteria registrasse i
messaggi, anche se in realt non li ascolto da un pezzo.
Ah, dico. Non c' problema. In quel preciso momento,
Lorelei arriva trotterellando sulla porta per vedere cosa succede.
Mi supera di corsa e comincia ad annusare prima le gambe
di Eleanor, poi quelle di Matthew, cercando di individuare
la sorgente degli aromi di cibo che emanano dai contenitori di
lui. Afferro Lorelei per il collare e la tiro indietro.
Gi, piccola, dico. Vuoi che la spedisca nel giardino sul
retro? Sei allergica, no?, chiedo a Eleanor.
Non preoccuparti, risponde lei, posando il secchio e chinandosi
per accarezzare il cane. Ho preso una pastiglia. Non
avr problemi.
E quindi, qual buon vento vi porta?, domando. Mi rendo
conto che dovrei invitarli a entrare, ma provo imbarazzo al
pensiero che vedano la casa in questo stato.
Be', abbiamo parlato con Maura dopo che  venuta a trovarti,
dice Matthew. Ci  parso di capire che potesse servirti
un po' d'aiuto.
Aiuto?, dico, irrigidendomi.
Oh, solo una mano dai tuoi amici per rimettere un po' in sesto
la casa, ribadisce Eleanor prontamente. Ti ho portato qualche
manicaretto gi pronto da ficcare nel freezer. Ci sono lasagne,
carne al chili e un contenitore di zuppa di fagioli bianchi.
Oltre a maccheroni e formaggio, aggiunge Matthew.
Con dentro il prosciutto, come quelli che Eleanor aveva cucinato
l'anno scorso per quel cenone di Natale dove ognuno
portava qualcosa. Se non ricordo male avevi detto che ti erano
piaciuti.
L'elenco di quei piatti mi fa venire un crampo allo stomaco
dalla fame. Sono passate settimane dall'ultima volta che ho fatto
la spesa al negozio di alimentari. Ho mangiato quasi sempre
cracker e cereali secchi.
Eleanor continua a parlare. Io adesso mi tiro su le maniche
e do una pulitina mentre tu e Matthew ve la spassate un po'.
Be',  tremendamente carino da parte tua, dico, ma non
sono sicuro che questo sia l'orario migliore....
Eleanor mi sorride e allunga una mano per sfiorarmi la
guancia, la mia spinosa guancia coperta di barbetta incolta.
Facci entrare, Paul, dice. Non hai motivo di essere imbarazzato.
La delicatezza del suo tocco per poco non mi fa salire
le lacrime agli occhi. Ti ho preparato una teglia di quei
dolcetti alla menta e al cioccolato che ti piacciono tanto.
Guardo per terra e annuisco. Mi sento umiliato. Trattato da
bambino piccolo. Va bene, dico, e faccio un passo di lato
per lasciarli passare.
Se avvertono una certa repulsione nel varcare la soglia, sono
bravi a nasconderla. Benissimo, esclama Eleanor. Che ne
dici adesso di andarti a fare una doccia e vestirti, mentre io ti
scaldo un po' di zuppa.
Non so se ci sono pentole pulite, la avverto. O scodelle.
Ci penso io, mi rassicura.
Ora che riemergo dalla mia stanza, pulito e vestito, la casa
non sembra pi la stessa. Eleanor ha aperto tutte le tende e le
stanze si sono riempite di luce. Ha sgombrato la tavola di cucina
dai piatti sporchi e apparecchiato un posto per me. Appena
mi siedo mi mette davanti una scodella di zuppa fumante
e un piatto di pane tostato imburrato. Divoro tutto voracemente.
Dopo io e Matthew ci mettiamo a sedere sul divano in soggiorno
con due tazze di caff bollente tutte per noi e un piatto
di dolcetti al cioccolato e alla menta. Eleanor ha passato l'aspirapolvere
sul tappeto e ha sgombrato il tavolino e il pavimento
da tutta l'accozzaglia di roba che vi si era ammucchiata. Ha
aperto una finestra e la stanza d una sensazione di fresco, 
ariosa.
Allora, come va con le tue ricerche?, mi chiede Matthew,
sforzandosi addirittura di incrociare i miei occhi.
Splendidamente, attacco, poi mi fermo. Be', normale.
Ad esser sinceri,  difficile dire se sto davvero facendo progressi.
Gli riferisco dell'impresa con la macchina da scrivere.
Matthew annuisce pensieroso.  un approccio interessante,
dice. Sai, una volta ho letto che la figlia di Thomas Mann
aveva azzardato qualcosa di simile. Cercando di far comporre
al suo cane delle poesie alla macchina da scrivere.
Ah s?, dico. Con qualche risultato?.
Matthew fa spallucce. Pi o meno come ti immaginerai. O
come mi immagino io, in ogni caso. Sorride. Mi pare che
alla fine il cane si sia ribellato, rifiutandosi di avvicinarsi alla
macchina da scrivere per qualsiasi ragione.
Eh s, ammetto. Ai cani non piace molto scrivere.  dura
con il naso.
Restiamo zitti un momento, entrambi concentrati a guardare
Lorelei che russa sul tappeto davanti a noi. Sento che nell'altra
stanza  stata azionata la lavatrice.
Sai, Paul, dice Matthew. Non sono sicuro di aver proprio
capito questo tuo progetto. Non credo di avere ben chiaro cosa
speri di scoprire.
Be', suppongo.... Tentenno un attimo, cercando di ricordarmi
gli obiettivi accademici che mi ero prefissato all'inizio.
Suppongo che vorrei verificare se la comunicazione tra
uomo e cane  possibile....
Matthew scuote la testa. No, dice. Voglio dire, cosa speri
di venire a sapere su Lexy?.
Mi volto dall'altra parte. Non ho mai accennato a Matthew
che il mio progetto avesse a che fare con mia moglie. Non mi
ero reso conto che le mie motivazioni fossero cos palesi.
Voglio dire,  quello che ti interessa, no, Paul?, mi chiede
Matthew, colmando il mio silenzio. Stai sperando di scoprire
qualcosa su Lexy?.
Annuisco. Dopo la sua morte, prendo a dire, ci sono state
alcune incongruenze.
Cosa intendi per incongruenze?.
Gli riferisco dei miei ritrovamenti: l'osso della bistecca e gli
incarti del supermercato, il diverso ordine dei libri sullo scaffale.
Anche il fatto che fosse salita su quell'albero, dico. 
un'incongruenza. Cosa ci faceva lass?.
Tu pensi che Lexy si sia uccisa.
Distolgo lo sguardo e cerco di concentrarmi su un quadro
appeso alla parete dall'altra parte della stanza. Non mi piace
sentir pronunciare quelle parole a voce alta.
E credi che Lorelei possa aiutarti a scoprire la verit?.
Guardo Matthew. Lo punto dritto negli occhi.  una testimone,
dico. Non capisci?  l'unica che di sicuro sa cosa
 successo.
Matthew annuisce poco convinto. Vedi, Paul, dice, la
perdita del coniuge  una tragedia difficilissima da affrontare.
Non  che per caso hai pensato di consultare qualcuno? Un
esperto? Qualcuno che ti possa dare una mano?.
Mi sforzo di sorridere. Ho tutto l'aiuto che mi serve. Ho
Lorelei.
Matthew sospira. Okay, dice. Okay. Si ferma un attimo.
Be', lo sai che sei sempre il benvenuto quando deciderai
di tornare al lavoro. Riprendere potrebbe farti bene. Magari a
orario dimezzato.
No, replico deciso. Sono molto occupato.
Bene, dice lui. Comunque pensaci su.
Restiamo seduti in silenzio per qualche minuto. Lorelei si
scuote di colpo dal sonno e si gira per mordicchiarsi, presa da
un improvviso prurito alla base della coda.
Hai sentito di quel cane che hanno rapito?, chiede
Matthew. Come si chiama, Hero?.
Annuisco. Dog J, dico.
Ecco, s. Ride senza nascondere un certo disagio. Devo
ammettere, confessa, che venendo a casa tua ho un po' temuto
di trovarlo nascosto qui.
Be', di sicuro mi piacerebbe averci pensato per primo.
Matthew mi lancia un'occhiata indagatrice. Scherzo, dico.
Non sono ancora diventato un criminale, per il momento.
No, mi auguro. Matthew si china in avanti per prendere
un dolcetto. Che mentecatto, eh? Il tizio che ha conciato cos
quel cane.
Mi guardo attorno con aria colpevole. La lettera che ho ricevuto
da Wendell Hollis era sul tavolino quando Matthew ed
Eleanor sono arrivati, ma a quanto pare lei deve averla messa
via insieme a tutto il resto.
Un demente, dico.  un caso terribile. Ma non puoi contestare
i risultati che ha ottenuto.
Matthew mi guarda circospetto.
Voglio dire, eccola l, continuo. La prova che non sono
pazzo. Un vero cane parlante vivo e vegeto.
Se davvero  cos.
Cosa vorresti dire? L'hanno sentito parlare. Un'intera aula
di tribunale, lo ha sentito.
Matthew scrolla le spalle. Trucchetti da due soldi, dice.
O pie illusioni. Intere aule di tribunale a Salem erano convinte
di aver visto qualcuno praticare la stregoneria. Devo
aver fatto una faccia impressionata, perch Matthew modera un
po' il tono. Be', chi pu dirlo?, ammette. Non ci sono limiti
all'inimmaginabile. Forse  tutto vero.
Proprio cos, gli assicuro. Nessun dubbio.
Rimaniamo seduti a parlare un altro po', con Matthew che
si impegna ad aggiornarmi sugli ultimi pettegolezzi del dipartimento.
Ora che Eleanor ha finito di pulire, la casa luccica. Ha
lavato i pavimenti e lustrato i sanitari, pulito il frigo e rifatto il
mio letto cambiando le lenzuola. Ha raccolto tutti i vestiti dal
pavimento della mia stanza e li ha trasformati in pile ordinate
di biancheria linda e soffice.
Grazie, le dico, baciandola sulla guancia. Grazie mille.
Quando hai bisogno, dice. Basta chiedere.
Fatti sentire, dice Matthew. E mi raccomando, cerca di
tenerti un po' su.
Rimango l sulla porta a salutarli con la mano mentre si allontanano
in auto. Poi mi giro e rientro nella mia casa splendente.
Dai, Lorelei. E ora che facciamo un po' di esercizi di dattilografia.
...
.
...
CAPITOLO 30.
...
.
...
Non passa molto tempo prima che io venga contattato da
Remo, l'amico di Hollis. Dopo soli cinque giorni dalla lettera
di quest'ultimo, trovo un biglietto nella buchetta. Non  stato
impostato; a quanto pare, quest'uomo che non ho mai incontrato,
questo tizio che mi hanno descritto come uno psicopatico
 stato a casa mia. Il biglietto  scritto a mano su un foglio
di carta a righe strappato da un notes. Dice cos:
Caro Paul,
ho fatto qualche indagine su di lei, da cui  risultato che non
 un poliziotto n niente del genere, cos ho deciso di fidarmi
della raccomandazione di Wendell e scriverle. Siamo sempre
contenti di accogliere nuovi soci. La nostra riunione mensile
avr luogo sabato sera alle diciannove. Venga con un po'
di anticipo, facciamo attorno alle diciotto - cos potr mostrarle
lo stabile. Sperando di incontrarla in quell'occasione,
le invio i miei pi cordiali saluti.
Remo e la Societ Cerbero
PS. E porti il suo cane. Vogliamo vedere cosa  in grado di fare.
Leggendo la lettera mi prende un certo malessere. Cosa sar
questo stabile di cui parla? Mi sto forse lasciando invischiare
in una brutta faccenda dalla quale, tutto sommato, era meglio
restare fuori? E cosa vogliono da Lorelei? Metter a repentaglio
la sua vita portandola? Sotto queste paure, un'altra
preoccupazione prende forma, pi legata alla mia personale
vanit che al desiderio di proteggere Lorelei: se la prendo con
me, cosa sar in grado di dimostrare a quella gente, con tutti i
miei mesi di duro lavoro? Lorelei che d colpetti a casaccio
sulla tastiera? Lorelei che seleziona la scheda illustrata sbagliata
dalle tre che le sottopongo? Se racconto la mia patetica storiella
di quella volta che per poco non dice ua, cosa penseranno
di me? Potrei barare, immagino, sfregando della carne
sui tasti che voglio lei prema. Ma cosa ci guadagnerei, alla fin fine?
C' una piantina allegata al biglietto, con le indicazioni per
raggiungere l'edificio in cui avr luogo la riunione. Ho l'impressione
che lo stabile sia una casa qualsiasi in un quartiere
non molto lontano da qui. Salgo in auto e faccio un giro per
passarci davanti. E una casetta di mattoni con un praticello tagliato
con cura. Non diresti mai che l dentro, nel seminterrato,
c' un laboratorio o un capanno insonorizzato dove forse
vengono eseguiti esperimenti indicibili. Non abbiamo veramente
mai un'idea di cosa i nostri vicini facciano dietro i loro
steccati, quali relazioni amorose e rituali sanguinari accadano
proprio alla porta accanto. Il mondo  sempre un posto molto
pi interessante di quanto riusciamo a immaginare.
Ma per tornare alla domanda pi impellente: dovrei andare
alla riunione? Mi daranno una botta in testa, drogheranno
il mio bicchiere, mi porteranno via il cane? O sar come ogni
altra conferenza: relatori, forse, un gruppo di discussione, qualcuno
che controlla i tempi, caff e buffet a seguire? La verit
, ovviamente - e credo ve lo sarete gi immaginato - la verit
 che ci voglio andare. Sono curioso. Una societ clandestina
di linguisti canini proprio nella citt in cui vivo? Talmente vicino
a casa, che potrei addirittura recarmi a piedi ai loro incontri?
Come resistere? E la prospettiva di conversare con altre
persone, gente che non mi guarder come se fossi uscito di
testa appena mi metto a parlare delle cose su cui lavoro, be',
mi rende entusiasta. In questo preciso momento mi sembra che
potrei scoprire di avere pi in comune con persone del genere
che con i cosiddetti colleghi dell'universit.
Ecco spiegato perch in questo sabato sera dall'aria cos
mite ho fatto la doccia e mi sono sbarbato, ho agganciato il
guinzaglio al collare di Lorelei e mi accingo a unirmi alla Societ Cerbero.
Nel momento in cui io e Lorelei raggiungiamo la casa di
Remo, vedo che il vialetto  gremito e la strada zeppa d'auto.
Sembra proprio che qualcuno dia una festa. Trovo un posto per
parcheggiare e lascio uscire Lorelei dall'auto. Lei mi trotterella
di fianco felice, finch prendo a indirizzarla lungo il viottolo di fronte a casa; a questo punto accade qualcosa di strano.
Si ferma rifiutandosi di procedere oltre. Tiro come un dannato, ma lei oppone resistenza.
Dai, piccola, dico. Che c'?.
Mentre provo in tutti i modi a farla smuovere - dopo tutto
pesa quasi quaranta chili e sta tirando indietro con tutte le sue
forze - la porta d'ingresso si apre e un uomo esce sulla veranda.
Sembra pi o meno un mio coetaneo, forse un po' pi vecchio.
 un uomo ben messo con lunghi capelli bianchi e una
folta barba. Mi ricorda il re di un mazzo di carte da gioco. Appena Lorelei lo vede, comincia ad abbaiare.
Ehil, dice. Qualcosa non va?.
In un certo senso, rispondo. Di solito non fa cos. A proposito, io sono Paul.
Lo immaginavo, dice. Io sono Remo.
Remo scende i gradini davanti alla porta d'ingresso e si dirige
verso di noi. Lorelei indietreggia e cerca di nascondersi
dietro le mie gambe. Continua ad abbaiare, ma con un latrato
diverso. Riconosco quello che ho classificato come Latrato Impaurito numero uno.
Remo si inginocchia di fianco a Lorelei e le afferra la testa.
Lei gira il muso verso la sua mano e ringhia, avventandosi come
per morderlo. Sono terrificato, ma Remo reagisce velocissimo,
agguantandole il muso con una mano e serrandole la bocca di
scatto. Con l'altra mano, le va a tastare un punto appena dietro
l'orecchio sinistro. Le scosta il pelo e scopre la pelle sotto.
Mi chino per vedere cos'abbia scovato, e noto che c' un puntino
rosso. Non l'avevo mai notato prima; non avevo mai pensato
di controllare se l avesse qualcosa che non andava.
Ma tu guarda, dice Remo.  dei nostri.
Lo fisso stravolto, poi torno a concentrarmi sul puntino con
un profondo senso di disagio. Cos' quello?, chiedo.
 un tatuaggio, dice Remo. Molla il cane e si alza in piedi.
Lorelei si ritira dietro di me, attorcigliandomi il guinzaglio
alle gambe. Lo facciamo a tutti i cuccioli che usiamo. Lei
dev'essere scappata. A volte succede.
Non capisco, dico. Lorelei ce l'abbiamo da quand'era piccola.
Be', evidentemente prima  stata da noi. Il puntino non
mente. Remo mi sorride a trentadue denti. Deve essersene
andata presto. Fammi pensare un secondo... mi pare che abbiamo
avuto una cucciolata di ridgeback forse sette o otto anni
fa, e un paio potrebbero essere scappati. Ti torna pi o meno?
Sette o otto anni?.
Eccome, lo assecondo. Mi gira la testa, data lagravit di
quanto Remo mi sta dicendo. Non credo sbagli di molto.
All'epoca pensai che non l'avrei pi rivista, dice Remo, e
invece guarda dove me la ritrovo. Sbotta in una risata grassa.
Bentornata a casa, piccola, dice a Lorelei. Bentornata all'ovile.
Comincio a indietreggiare. Sai, non mi pare sia una buona
idea. Lorelei sembra preoccupata. Non l'ho mai vista cos. Credo
che dovrei riportarla a casa.
Sciocchezze, ribatte. Siamo vecchi amici. Non  vero,
piccola?. Remo allunga una mano verso Lorelei, facendo per
accarezzarla. Lei si ritrae.
Be', possiamo fare cos, dice l'uomo. Sembra un po' fuori
fase. Che ne dici se la mettiamo in uno dei canili dietro la
casa mentre tu vieni alla riunione? Lasciamo che si calmi un attimo.
L star bene. Puoi passare a prenderla dopo.
Guardo Lorelei, acquattata dietro di me.  terrorizzata.
Non avrei dovuto venire qui. E pensare che il suo segreto di
cucciola dev'essere proprio questo.  da qui che stava scappando
quando si  presentata inzuppata e insanguinata sulla
veranda di Lexy. Chiss che genere di orrori avr patito in quel
luogo prima di fuggire? Dovrei solo portarla a casa e non tornare
mai pi. E chiamare la polizia perch venga ad arrestare
questa gente.
Remo mi vede titubante. Penso potrebbe interessarti restare,
dice, abbassando la voce. Quello di stasera  un
incontro molto speciale. Abbiamo un relatore che credo non vorrai
perderti. Uno non proprio umano, se capisci quello che intendo.
Lo guardo a occhi sgranati. Non vorrai mica dire....
Remo sorride di nuovo a tutta bocca. Proprio cos, afferma.
Abbiamo Dog J.
...
.
...
CAPITOLO 31.
...
.
...
Fisso Remo con aria incredula. Dog J?, chiedo  qui?.
Lui sorride con una specie di ghigno. Esatto, conferma.
Quindi cosa ne dici se depositiamo Lorelei nel canile e ti faccio
dare un'occhiata in giro?.
Abbasso gli occhi su Lorelei, ancora acquattata dietro le mie
gambe. Dovrei forse portarla a casa e dimenticare di aver mai
visto questo posto? Mi immagino la serata che mi aspetta, seduto
tranquillo a casa con Lorelei, sapendo che, a pochi isolati
da l, un gruppo di uomini si  riunito per sentir parlare un
cane. Non credo potrei sopportarlo. Ultimamente, devo ammetterlo,
sto perdendo fiducia nel mio progetto. Ho cominciato
a chiedermi se non stia gettando via il mio tempo. Il mio
morale salirebbe alle stelle se potessi incontrare la prova vivente
che tutti i miei sforzi non sono stati vani. Constatando
che  possibile, dopo tutto. Allora s mi sentirei pieno di speranze!
Alzo gli occhi sulla casa di Remo, cos ordinaria e brutta
da vedere. Da qualche parte, l dentro, l'unico cane parlante
di cui si conosca l'esistenza aspetta di riferirci quanto ha da
dire. Come faccio a perdermi una cosa del genere?
Senti un po', dico a Remo. Faccio una corsa e la porto
a casa. Tra un minuto sar qui.
Sei proprio deciso?, mi chiede. Il canile  giusto qui dietro.
Sono sicuro che si troverebbe benissimo.
Abbasso gli occhi sul mio cane impaurito e mi sento sopraffare
da uno slancio protettivo. No, dico. Star meglio
a casa. Mi inginocchio per consolare Lorelei. Sst, piccola,
dico. Sento che sta tremando. Vedrai che andr tutto bene.
Ma com' brava la mia piccola. Remo mi guarda in modo
strano.
 cos che le parli, eh?, dice. Be', in effetti ognuno ha il
suo metodo.
Dai, piccola, la incito, riportando Lorelei sul vialetto. Lei
saltella davanti a me, boccheggiando tanto  sollevata. Mi tira
per tutto il tragitto finch non siamo davanti all'auto. Apro lo
sportello dietro e Lorelei salta su. Non preoccuparti, piccola,
le dico dolcemente mentre abbasso il finestrino. Adesso
ti porto a casa. Lei si sistema sul sedile e posa la testa sulle
zampe.
Nel giro di poco arrivo a casa e deposito Lorelei nel giardino
dietro. Le do un buffetto e le lascio cadere vicino un pugno
di biscotti per farmi perdonare le traversie di quella sera, poi
mi dirigo di nuovo a casa di Remo. Ora che mi ripresento, la
strada  intasata d'auto. Finisco per parcheggiare due isolati
pi in l. Mentre cammino verso la casa, vedo che c' Remo seduto
in veranda, che mi aspetta.
Allora, l'hai sistemata bene?, chiede, mentre mi avvio sul
sentierino davanti.
S, dico.  a posto.
Benissimo. Vieni che ti faccio da cicerone.
Mi accompagna sul retro della casa. Cerchiamo di non avere
troppi nuovi arrivati, mi dice mentre camminiamo. E dobbiamo
stare molto attenti con gli estranei. Non si sa mai, a qualcuno
pu anche saltare il grillo di chiamare la polizia.
Comunque, come ho detto nel mio biglietto, abbiamo fatto un
po' di ricerche su di te. E tu sei arrivato qui con la raccomandazione
di Wendell Hollis... impossibile avere migliori referenze.
Mi sforzo di ricambiare il sorriso. Bene, dico.
In giardino ci siamo fermati davanti a un grande edificio
staccato dal resto. Dentro si sentono cani latrare e guaire. 
un rumore assordante.
Questo sarebbe il canile, dice.
I vicini non protestano mai?, domando.
Be', in passato succedeva, ammette. Ma ho messo loro
un po' di bastoni fra le ruote, finch tutti hanno chiuso la bocca
o si sono trasferiti. Ride. S, ho reso loro le cose abbastanza
difficili. Adesso le case da una parte e dall'altra rispetto
a questa sono di propriet di nostri soci, cos non riceviamo
troppe lamentele.
Spalanca la porta dell'edificio e mi fa strada all'interno.
Vedo che siamo in un lungo corridoio stretto con gabbie disposte
in fila lungo entrambi i lati. Sono piene di cani delle razze
pi diverse, la maggior parte raggruppati a due a due. Ce ne
saranno trenta l dentro. Quasi tutti penosamente ossuti e alcuni
con diverse parti del corpo bendate. Le gabbie non sono
mai state pulite negli ultimi tempi e la puzza  asfissiante. Sono
molto contento di non avere accettato di lasciarla l, Lorelei.
Questi sono i cani con cui stiamo lavorando adesso, dice.
Da entrambe le parti, i cani si lanciano contro le sbarre delle
gabbie, ululando verso di noi mentre passiamo.
Non sembrano molto felici, dico.
Oh, stanno benissimo. Sono solo impazienti di mangiare.
Torniamo in giardino e Remo chiude la porta del canile dietro
di noi. La riunione si terr al piano di sopra nella zona
giorno della casa, dice, ma abbiamo ancora un po' di tempo.
Che ne dici se ti porto gi in laboratorio e ti faccio curiosare
in giro?.
Tiro un gran sospiro. Certo, dico. Mi sembra un'ottima
idea.
Lo scantinato ha una porta che immette direttamente in
giardino, una di quelle inclinate che si aprono in fuori scoprendo
una rampa di scale che portano gi nel seminterrato.
Tutt'a un tratto mi viene in mente che lo scantinato di mia nonna
aveva una porta come questa, e che mi divertivo a infilarmi
gi quando ero piccolissimo. Remo non apre la porta, e indica
con un cenno le scale all'interno. Dopo di te, dice.
Scendo le scale con circospezione. E buio finch Remo aziona
l'interruttore della luce. Sono preparato a un'infinita quantit
di cose orribili, ma la stanza  pi o meno identica a un
qualsiasi seminterrato. Nel mezzo c' un grande tavolo, un lavandino
nell'angolo e una fila di pensili lungo una delle pareti.
Sussulto leggermente nel momento in cui noto una serie di
bisturi e attrezzature chirurgiche disposti in bella vista sul bancone
di fianco al lavandino.
 qui dove si fa tutto, dice Remo. La cosa funziona cos:
una volta che ti sarai iscritto alla Societ e avrai pagato la tua
quota, avrai accesso a tutto questo. Immagino che adesso utilizzi
casa tua per lavorare?.
Annuisco.
Be', venire qui ti far sembrare tutto molto pi semplice.
La stanza  insonorizzata e abbiamo una buona fornitura di attrezzi
ed etere, scorte di prodotti per suturare, in sostanza tutto
l'occorrente.
Annuisco di nuovo. Fantastico, dico, ma la voce mi esce
falsa.
Remo continua. Altra cosa, mi  parso che Lorelei non sia
stata alterata in nessun modo. Dico bene? Non hai ancora cominciato
a farle degli interventi?.
Oh, no. Vedi, la mia formazione  nel campo della linguistica,
e ho pensato che inizialmente avrei tentato un approccio
non chirurgico.
Remo sembra scettico. Quindi cosa hai fatto finora con lei?.
Be', negli ultimi tempi ho lavorato con le schede illustrate,
cercando di indurla ad associare certe parole a una serie di
simboli grafici da me ideati, dico. Ho fatto fare una tastiera
speciale con quei simboli e sto tentando di addestrarla a battere
una frase con il naso. Smetto di parlare. Suona ridicolo
perfino a me che lo dico.
Remo sta ghignando. S, e come sta andando secondo te?,
chiede.
Be', devo ammettere che il processo  un po' pi lento
rispetto alle mie previsioni.
Si mette a ridere. Certo, lo immaginavo. Senti, non sei il
primo a tentare di arrivarci per quella strada, ma qui alla Societ
Cerbero siamo pressoch convinti che non si possa compiere
nessun progresso senza interventi chirurgici. Nel caso tu
decida di iscriverti, avrai anche accesso alla nostra biblioteca
- e indica un angolo del seminterrato dove ci sono un paio di
scaffali con sopra allineati una fila di quaderni ad anelli e testi
di veterinaria - e penso che, dopo aver letto un po' di cose,
probabilmente anche tu giungerai alla medesima conclusione.
Remo si porta vicino a uno schedario accanto alla biblioteca.
Apre un cassetto ed estrae alcune carte. Me le allunga.
Questo  il pacchetto per i nostri soci. Puoi dare un'occhiata
e farmi sapere dopo l'incontro se hai intenzione di iscriverti
o meno. La quota  di trecento dollari all'anno, che pu
sembrare un po' esosa, ma serve a coprire il costo delle forniture
mediche, a nutrire i cani e a pagare il relatore di turno che
abbiamo come ospite. Sorride. Naturalmente, non abbiamo
dovuto pagare nulla per quello di stasera. Gli daremo l'onorario
in croccantini.
Mi costringo a sorridere. Va bene, dico. Dar un'occhiata.
Remo guarda l'orologio. Be', ci conviene salire al piano di
sopra, dice. Si avvia verso la scala, poi si ferma e si gira. Ho
dimenticato di chiederti, dice. Sei sposato?.
No, dico. Sono vedovo.
Be', molto spiacente, ma per queste cose probabilmente 
un vantaggio. Abbiamo scoperto che la maggior parte delle donne
non sembra capire il lavoro che portiamo avanti qui. Circola
un piccolo detto fra noi: Le sole cagne cui consentiamo l'entrata
sono quelle che abbaiano. Sbotta in una sonora risata.
Distolgo lo sguardo. Remo si accorge che non sto ridendo.
Be', si corregge. Con questo non intendevo certo mancare
di rispetto alla tua defunta moglie.
No, dico. Ovvio.
Remo mi accompagna su per le scale dello scantinato e poi
di nuovo in giardino. Continuo ad ascoltare il baccano proveniente
dal canile, che mi d un certo malessere.
Io e Remo giriamo intorno alla facciata della casa e saliamo
i gradini. Remo apre la porta d'entrata e passiamo in un piccolo ingresso. Sulla destra c' il soggiorno, e vedo che hanno disposto
diverse file di sedie davanti a un podio. Buffo, pensare
che hanno preparato per Dog J un affare del genere. In piedi ci
sono circa venti uomini riuniti a gruppetti, che parlano.
Vieni, mi invita Remo. Ti presento.
Mi accompagna da un gruppo di tre uomini. D una pacca
sulla schiena a uno di loro, un omone corpulento senza tanti
capelli, con in mano un blocco a molla per prendere appunti.
Lucas, dice. Voglio farti conoscere Paul. Sta meditando
se iscriversi alla nostra piccola societ. Paul, Lucas  il nostro
tesoriere. E quello a cui consegnerai il tuo assegno.
No, dallo a me, interviene un altro uomo, con i capelli
rossi e la pelle bianchissima. Posso prenderli io i tuoi soldi.
Tutti gli uomini ridono.
Quello  Aaron, dice Remo. Non devi dargli retta per
nessun motivo.
E comunque non dargli soldi, qualsiasi cosa tu decida,
aggiunge il terzo uomo, un tipo basso e riservato con gli occhioni.
Altre risate. Io sono Tom, si presenta.
Stringo la mano a tutti. Il nostro Paul ha una femmina di
ridgeback, dice Remo. E pensate che era dei nostri.
Fuggita?, chiede Tom.
S, dice Remo. Ma finiscono tutti per tornare qui prima
o poi, no?. Si volta verso Lucas. Sette o otto anni fa stavi lavorando
con quella cucciolata di ridgeback, vero?.
Esatto. Quindi dev'essere la mia figliola prodiga.  l
fuori?.
No, dice Remo. Paul l'ha riportata a casa. Tornare qui
sembrava averla molto agitata. Gli uomini ridono. Paul si 
davvero preoccupato per come si sentiva Lorelei. Remo e Lucas
si scambiano un'occhiata che non riesco a interpretare.
Magari prima o poi te la lascer vedere, se glielo chiedi con
le dovute maniere.
Mi piacerebbe molto, dice Lucas. Forse un giorno passo.
Vediamo, stai in.... Consulta i suoi fogli di appunti. Stai
in Turner Street, giusto?.
S, esatto, rispondo. Non mi piace che questi uomini sappiano
dove abito.
Remo coglie la mia espressione e sorride. Te l'ho detto che
ci andiamo con le pinze, dice.
Capisco benissimo, mi limito a replicare.
E quindi, Paul, riattacca Lucas. Non le hai fatto ancora
nessun intervento alla gola?.
No. Uhm, non ancora.
Paul  una specie di neofita in questo campo, riferisce
Remo agli altri. Finora ha provato con un approccio non chirurgico.
Gli altri tre scoppiano a ridere.
Ah, sei uno di quelli, quindi?, mi dice Lucas.
Rimango l impalato, non sapendo cosa dire. Remo mi d
una pacca sul braccio. Non prendertela, amico, dice. Ti
stiamo solo stuzzicando un po'.
Abbiamo provato tutti per quella strada, dice Tom, l'uomo
riservato. Anch'io ho cominciato cos. Tre anni ho passato
cercando di far dire al mio bracchetto Se sei bello ti tirano
le pietre. Alla fine mi sono reso conto che era una creatura
pensata male e non sarei riuscito a cavargli fuori una parola, a
meno di ritoccarlo.
E cos ha funzionato?, chiedo poco convinto.
Be', quello in particolare non ce l'ha fatta. Ma adesso sto
lavorando su uno che  capace di pronunciare la C di "casa".
Stiamo tutti facendo ottimi progressi, mi dice Remo. Ma
nessuno di noi- arrivato a risultati del livello di Wendell. Quell'uomo
 un genio. Gli altri uomini mormorano in segno di
approvazione.
Ecco perch siamo tutti cos esaltati per il nostro ospite
d'onore di stasera, dice Lucas. A proposito.... D un'occhiata
all'orologio. Penso che ormai sia ora di dare il via allo
spettacolo....
Prendi pure posto, mi dice Remo. Adesso vado a vedere
se sua altezza il cane  pronto.
Anch'io chiedo scusa, si unisce Lucas. Ho due o tre cosette
da sistemare prima dei festeggiamenti. Lui e Remo spariscono
nell'altra stanza, e Tom va a dire agli altri uomini che
l'incontro sta per cominciare. Io e Aaron troviamo due posti vicini.
Allora, com' che hai cominciato a interessarti a tutto questo?,
mi chiede Aaron.
Esito, non so se voglio davvero dirgli la verit o meno. Ma
quale altra storia sarebbe plausibile? Mia moglie  morta lo
scorso autunno, dico. E il nostro cane Lorelei era il solo testimone.
Cos... mi piacerebbe sentire la sua versione della storia.
Mi accorgo di arrossire, quello che dico suona cos ridicolo,
ma Aaron si limita ad annuire.
La mia storia non  poi cos diversa, dice. A un certo
punto mi sfior il sospetto che mia moglie - la mia ex moglie,
dovrei dire - mi tradisse. Mi resi conto che il solo a cui potessi
rivolgermi per sapere la verit era il suo barboncino, Fluffer.
Sorride mestamente. Ho sempre detestato quel nome.
E... Fluffer te l'ha detta?.
Non ce n' stato bisogno. Un giorno, tornando a casa, ho
trovato mia moglie a letto con l'altro tizio. Se n' andata portandosi
via Fluffy. Ma ormai ero gi stato accalappiato da questa
gente - fa un cenno con la mano per includere tutti i soci
che affollavano la stanza - ed era troppo tardi. Mi ero gi fissato
su quest'idea.
Annuisco.  veramente strano, questo gruppo di persone in
cui sono finito. Il fatto  che, in qualche modo, sono uno di loro.
L'incontro comincia con un breve saluto da parte di un
uomo di nome Jeff che a quanto pare  il segretario del gruppo.
Legge qualche annuncio, poi passa in rassegna i verbali
dell'ultima riunione. Tutto sembra ordinario, di routine, esattamente
come a tutte le altre riunioni a cui sono stato, a parte
i dettagli sinistri che continuano ad affiorare: Jeff informa che
un testo di veterinaria  sparito dalla biblioteca e invita a restituirlo
al pi presto; ci ricorda che una corretta pulizia delle
attrezzature chirurgiche  una delle condizioni per rimanere
soci. Un uomo del pubblico alza la mano e comunica di aver
trovato un posto che vende cibo per cani in grandi quantit a
un prezzo assai conveniente; un altro annuncia di avere una
cagna incinta, nel caso a qualcuno interessassero dei cuccioli.
Mi sento sempre pi a disagio in quel posto. Guardo l'orologio.
Siamo seduti da quasi venti minuti.
Nel preciso momento in cui Remo e Lucas fanno ritorno
nella stanza scende il silenzio. Reggono una grande gabbia per
cani, coperta con un telo scuro. La depongono a terra con cura,
e Remo sale sul podio. Jeff si allontana e prende posto nella fila
davanti.
Buona sera signori, dice Remo nel microfono. E grazie
a te, Jeff. Questa serata  davvero motivo di grande orgoglio
per la Societ Cerbero. Circa undici anni fa ho incontrato un
uomo di nome Wendell Hollis. Allora ero soltanto un amatore,
che di tanto in tanto cercava di fare qualche esperimento
con un bastardo randagio raccolto dal canile. Ma incontrare
Wendell Hollis mi ha cambiato la vita. Non avevo mai conosciuto
nessuno capace di una tale lungimiranza, una devozione
cos incrollabile per una causa. Era un visionario in quel
campo ancora inesplorato, un vero visionario, e tutto quello
che so l'ho imparato da lui. Purtroppo, come sappiamo tutti,
Wendell stasera non pu essere qui, per colpa dell'ignoranza e
della miopia del sistema penale americano. Ma abbiamo qualcosa
di ancora pi significativo della sua presenza. Abbiamo
l'opera a coronamento del suo successo. C' chi lo chiama
Hero, ma io preferisco il suo vero nome. Signori, vi presento...
Dog J.
Gli applausi scrosciano per tutta la stanza. Accanto a me,
Aaron si alza in piedi e fischia come se fosse allo stadio. Remo
si porta verso la gabbia, solleva il telo e apre la grata davanti.
Allungo il collo per vedere al di sopra della folla, ma appena il
cane esce dalla gabbia, devo voltarmi dall'altra parte. Praticamente
non ha pi il muso. Dalle spalle in gi, sembra un normalissimo
labrador giallo, adulto ma ancora abbastanza giovane
per camminare con la tipica falcata da cucciolo. La testa
per  stata rifatta del tutto. Il muso talmente accosciato che
la faccia sembra quasi scavata in dentro. La mascella  stata
squadrata e allargata per renderne la forma simile a quella umana.
Anche da quattro file di distanza, vedo benissimo il tessuto
cicatriziale sul collo dove Hollis, lo so dagli articoli di giornale,
l'ha aperto per operarlo alla laringe.
Aaron si china verso di me. Che lavoro fantastico, eh?,
sussurra.
Remo prende quel colosso di animale in braccio e lo piazza
su uno sgabello bello largo davanti al podio. Regola il microfono
per portarlo all'altezza della povera bocca tutta piena
di cicatrici del cane. Sulla stanza scende il silenzio e Dog J apre
la bocca per parlare.
Il suono che ne fuoriesce  assolutamente innaturale. A mezza
via fra un ululato e un guaito, il rumore si modula in una serie
di vocali e consonanti a casaccio. Non avevo mai sentito
una creatura di questo mondo fare un rumore del genere. E la
cosa pi triste che abbia mai udito. Con il parlare non ha proprio
nulla a che fare.
Aiaiai, dice il cane. Cafofuaio.
Mi guardo un po' in giro. Gli uomini sorridono e guardano
rapiti.
Uoganouu, enuncia Dog J. lucaluc.
Stupefacente, sussurra Aaron. Le I e le C sono molto
dure.
Resto l seduto, con quel chiasso infernale nelle orecchie, in
attesa che qualcuno reagisca. Ma sembrano tutti soddisfatti.
Accanto al podio, Remo sorride beato. Ha una luce diversa negli
occhi, la stessa che vedo riflessa in tutte le facce che mi circondano.
Mi chiedo se non sia io a lavorare troppo di fantasia. Cos'
che dice?, bisbiglio ad Aaron, ma lui mi fa cenno di tacere.
Ascolta e basta, dice. Pi chiaro di cos non potrebbe essere.
All'improvviso, si sente bussare alla porta. I colpi sono talmente
forti da coprire quel mesto ululato, e non posso che rallegrarmene.
Polizia, urla qualcuno dall'altra parte della porta. Aprite.
Il panico si diffonde per la stanza mentre la gente attorno a
me salta su e corre per raggiungere la porta sul retro. Sul podio,
intanto, Remo afferra Dog J e lo rificca nella gabbia. Vedo
che dice qualcosa a Lucas, e tutti e due si girano a guardarmi
per un attimo. Poi, uno di qua e uno di l, prendono su la pesante
gabbia e la portano fuori passando per la porta sul retro.
Per un momento resto immobile nel caos della stanza, con gente
che mi spinge da ogni lato per superarmi. Tutti si divincolano
per uscire, rovesciando un mucchio di sedie.
Sono contento che sia arrivata la polizia. Desidero che questa
gente sia arrestata, e i cani liberati. Faccio per aprire la porta
e lasciarli entrare, ma mi blocco di colpo: la polizia penser
che sono uno di loro. Come far a spiegare la mia presenza
qui, insieme a dei criminali? La cosa migliore da fare  andarmene,
salire in auto e correre a casa pi veloce che posso. Raggiungo
la porta sul retro proprio nell'istante in cui la polizia fa
irruzione dall'ingresso. Con tutta la confusione che c' nel giardino
dietro, sembra che io riesca ancora a filarmela. Corro lungo
un sentiero contorto attraversando i giardini dei vicini finch
arrivo nell'isolato dove ho parcheggiato. Salto in auto e
sfreccio a casa a tutta birra.
Mi fermo sul vialetto, ubriaco di adrenalina, e spengo il motore.
Resto un attimo seduto in auto, il cuore che mi parte all'impazzata
nell'improvviso silenzio. Sono appena scappato dalla
polizia. Mi sar ficcato nei guai? Mi ripeto che, a parte
essermi defilato di soppiatto, in fondo ho solo partecipato a
una riunione. Cerco di pensare se la polizia potr trovare il mio
nome da qualche parte tra gli effetti personali di Remo oppure
no. Non ho mai firmato, non ho mai pagato la quota associativa,
quindi non dovrei essere incluso in nessun elenco di
soci del circolo. Ma naturalmente - e a questo punto sento una
fitta di paura - Wendell Hollis ha mandato a Remo il mio nome
e indirizzo. Di sicuro la polizia vorr esaminare tutta la corrispondenza
proveniente da Hollis, seguendo il nesso Dog J. Calmati,
mi dico. Risulter senz'altro che in tutta questa messinscena
non ho che una particina. Non c'entro con il rapimento
di Dog J, e non ho mai contribuito alla mutilazione di un cane.
Non ho fatto nulla di male.
Ma appena ci rifletto un attimo, so che non  vero. Non
avrei mai dovuto essere l. Cosa diavolo m' saltato in testa, andare
in un posto del genere? Mi sento come se dovessi passare
il resto della mia vita a dimenticare le scene cui ho assistito
stasera. La sola cosa a cui mi riesce di pensare, l'unica che pu
aiutarmi,  andare a recuperare il mio cane e circondare con le
braccia quella sua enorme massa di pelo. Scendo dall'auto e attraverso
il prato decisamente di corsa.
Ma appena raggiungo il cancello sul retro, mi blocco di colpo
e mi sento accapponare la pelle. Perch il giardino  vuoto.
...
.
...
CAPITOLO 32.
...
.
...
Io e Lexy eravamo scivolati in una sorta di serena armonia
dopo quella notte terribile in cui lei distrusse la prima maschera
mortuaria, quando cerc di scomparire e io la riportai indietro
stringendola forte fra le mie braccia. Sapevo che era imbarazzata
per la collera che le era esplosa quella notte, per la violenza
con cui le era uscita, balzando fuori come un cagnone tutto infangato
che lascia le pedate sul tessuto immacolato del divano.
Per pensavo che adesso fosse un po' troppo accorta nei miei
confronti, che si stesse sforzando di controllarsi. Non mi piaceva
quel cambiamento in lei; la rivolevo com'era, la mia ragazza
esaltata e sbattuta dalla tempesta. Mi preoccupava anche
che passasse cos tanto tempo in mezzo ai morti. Era ora
di ricondurla al mondo dei vivi.
Decisi di portarla via. Non era mai stata al carnevale - ma
si pu? Lexy, la mia creatrice di maschere, per qualche ragione
proprio lei non c'era mai andata. Perfetto. L'avrei portata
via senza preavviso, una dolce reminiscenza di quella prima
settimana trascorsa insieme. Una fuga dalla tetra versione invernale
da minestrina in brodo di noi stessi. Avrei messo in
valigia cose stravaganti per lei. Un abito lungo ornato di lustrini.
Un boa di piume. Avevamo un estremo bisogno di finzione,
travestimento, baldoria. Dell'ebbrezza che viene dallo
stravizio. L'avrei portata dove aveva bisogno di andare. Un
hotel romantico con i balconi, le portefinestre e una storia
scioccante. L'avrei bardata da capo a piedi, il seno tutto un
luccichio. Mi sarei lasciato trascinare ovunque dalle sue perline.
Come periodo era decisamente perfetto. Pasqua cadeva tardi
quell'anno, non prima della met di aprile, e le vacanze cominciavano
con un po' di anticipo rispetto agli altri anni. Naturalmente
la mia spontaneit non  mai davvero tale... palesarsi
a New Orleans la settimana del carnevale e aspettarsi di
trovare una stanza d'albergo? Il solo pensiero mi dava un senso
di mancamento. Passai mesi a programmare tutto e non so
neanch'io come riuscii a mantenere il segreto.
A Lexy dissi tutto il giorno prima di quello previsto per la
partenza. Cercai di darle a intendere che l'idea mi fosse balenata
all'improvviso, ma lei mi smascher abbastanza in fretta.
Ehi, ho un'idea, dissi. Era venerd sera, e l'inizio delle mie
vacanze. Giusto il periodo dell'anno in cui ci eravamo incontrati
la prima volta. Sarebbe bello prendere un aereo e andare
a New Orleans. Per il carnevale.
Lexy alz gli occhi dal libro che stava leggendo. Seriamente?
Detto fatto?.
Detto fatto, ripetei, facendo schioccare le dita in un modo
che subito percepii come troppo artefatto. Ma lei sembr non
farci caso. Ci divertiremo un mondo, aggiunsi.
E con Lorelei, come facciamo?, chiese lei. Credo che
Jim non sia in citt. Jim, il nostro vicino, qualche volta badava
a Lorelei, quando io e Lexy eravamo fuori.
La mettiamo a pensione.
Non avranno posto, contattandoli cos all'ultimo momento.
Sai, a volte sono al completo con settimane d'anticipo. Ti
ricordi l'ultima volta, per il Giorno del Ringraziamento, quando
abbiamo dovuto portarcela dietro da tua sorella?.
Be', quello  il momento del pienone. Che ne dici se provo
a chiamarli? Non si sa mai, potrebbero avere un posto disponibile.
Lexy studi un attimo la mia faccia e sgran un sorriso. Hai
gi fatto tutto, vero? Avrai chiamato un mese fa.
Non so di che cosa parli, dissi, cercando di mantenere
un'espressione indifferente. Non sono mai stato molto bravo a
mentire.
Vuoi dire che se adesso vado a scartabellare fra le carte
sulla tua scrivania, non trover nessun biglietto d'aereo? O tabulati
di computer con i dati dell'hotel in cui pernotteremo?.
Certo che no, dissi. L'idea mi ha folgorato giusto due
minuti fa.
Quindi non sei uscito a comprare una guida e non hai prenotato
un'auto a noleggio e non hai stampato una lista dei migliori
ristoranti di New Orleans?.
Fu la lista dei ristoranti a lasciarmi interdetto. Mi era sembrata
un'idea semplicemente fantastica - dopo tutto, perch
rischiare di finire in un pessimo ristorante quando  cos facile
trovarne uno buono? - ma trovai divertente che mia moglie
mi conoscesse cos bene.
Okay, okay, dissi. Beccato. Ho fatto tutte quelle cose che
hai detto. E con questo?  il pensiero che conta, no?.
S, e scommetto che di pensieri ne hai impiegati un bel po'
per organizzare il tutto.
Certo, certo, certo, la assecondai. Be', domani mattina io
sar su un aereo diretto a New Orleans. Hai intenzione di venire
o no?.
Ci sar anch'io, assicur, dandomi un bacio.
Tutta in tiro, azzardai.
Be', questo non lo so.
Lo so io. Ti ho gi fatto la valigia.
La sola cosa che rimaneva da fare a Lexy era mettere in valigia
le maschere per noi due.
Quelle che vuoi tu, le dissi. Chiunque vuoi che siamo.
Se solo tu me l'avessi detto prima, protest. Avrei creato
qualcosa per l'occasione.
Ma allora non sarebbe stato cos spontaneo e romantico.
Sorrise. Be', sul fatto del romantico sono d'accordo, disse.
Non c' problema. Del resto, ne ho gi fatte un'ampia scelta.
Vedrai che qualcosa trover.
Non volle che vedessi cosa aveva scelto. Mise le maschere
dentro una valigia a parte e mi disse che avrei dovuto aspettare.
A New Orleans alloggiammo in un albergo che, si diceva,
ospitava un fantasma. Si trattava di una giovane il cui innamorato
era stato ucciso in duello. Era nota con il nome di Blue
Mary per l'azzurro cobalto dell'abito lungo che indossava. C'era
un opuscoletto con la sua storia sul banco della reception.
Cercatela in cortile nelle sere miti, ci invitava, cercate una donna
con un lungo abito azzurro e una chioma di boccoli scuri
raccolti in cima alla testa. Mor di crepacuore, cos si dice, e ora
vaga per il parco gridando il nome del suo innamorato. C' chi
sostiene di aver visto anche lui, l'innamorato. Attraversa il cortile
impugnando ancora la pistola del duello. Ma i due non si
trovano mai nello stesso posto nello stesso momento. Una coppia
di fantasmi, che soffrono in eterno la nostalgia dell'altro.
Nel caso incontraste Blue Mary, diceva l'opuscolo, se doveste
imbattervi in lei in una notte senza luna, non scappate. Sedetevi
e parlate un po'. Ditele le cose che sapete. Cercate di alleviare
il suo tormento. Nel caso vedeste Blue Mary, prendetele
la mano. Niente paura. Rimarrete sorpresi da quanto sembra
reale. Sar fredda al tocco. Incitatela a restare con voi, a fermarsi
un attimo. Quando vi chieder se avete visto il suo innamorato,
rispondete di s. Ditele che manda a riferirle il suo
amore e che vorrebbe lei riposasse in pace. Invitatela a smettere
di cercare. Offritele una sola rosa, suggeriva l'opuscolo.
Rivelandole che gliela manda lui. Lei si lamenter che ha talmente
freddo. Allungatele la vostra giacca, posategliela delicatamente
sulle spalle. E appena scomparir, come accade ogni
volta, pregate che sia per sempre. Dopo tutto i fantasmi non
hanno nulla di terrificante. Solo, sono una gran tristezza, tutti
quanti. Quella donna, per esempio, vagher all'infinito aspettando
il bacio del suo innamorato. Una vera bellezza vestita
d'azzurro. Se volete, potete andare a vedere la sua tomba. Pare
sia questa qui. Osservate l'angelo inciso in cima. Fateci scorrere
sopra le dita. E poi passate oltre.
Lexy rimase incantata dalla storia, ma io non ci avrei creduto
neanche morto. Sospettavo che l'albergo si fosse inventato
quella fandonia di sana pianta, anche se l'impiegata della reception
era parsa abbastanza sincera quando si era messa d'impegno
per spiegarcela. Era tutto troppo ovvio, la solita solfa di
quelle tragiche canzoni pop anni Cinquanta, come LastKiss,
Leader of the Pack e roba del genere. Sapeva di leggenda metropolitana:
l'autostoppista che svanisce prima che tu riesca ad
accompagnarla a casa. La vecchia che viene ad aprire la porta,
un sorriso mesto in volto: Stanotte  il decimo anniversario
della sua morte. Storie cos ormai ci escono dagli occhi.
E comunque, pensai,  una pia illusione, tutto questo tirare
in ballo i fantasmi. Se i morti vagassero fra noi, i loro spiriti
ancora presenti su questa terra, che bisogno avremmo del
lutto? Pur essendo inquietante,  quanto ci auguriamo accada.
Altrimenti come si fa a continuare a vivere?
Ma Lexy mi fece cenno di tacere appena cominciai a esprimere
le mie remore.
 una storia dolcissima, disse. E chi saresti tu per dire
che non  vera? Una volta tanto, non puoi abbandonarti a qualcosa
assolutamente privo di logica?.
No, pensai. Non posso. Certo che no. Ma quella era la nostra
vacanza, e volevo che Lexy fosse felice, cos tentai di minimizzare
i miei commenti sprezzanti.
La prima notte, andammo nel Quartiere Francese. A vederlo dal vivo non somigliava nemmeno vagamente a come me l'ero
immaginato: non aveva nulla del mistero, nulla dell'oscura
magia che mi ero aspettato. Le strade rimbombavano di musica
a tutto volume, con i goliardi che esibivano i peni e le ragazze
che si sollevavano le magliette per mettere in mostra i seni
e farsi dare le collane di perline. Quella gozzoviglia ad ogni costo
mi sembrava assolutamente fuori luogo. Ero troppo vecchio
per cose del genere.
Torniamo in albergo, dissi.
Ma uffa, disse Lexy. Stava bevendo un intruglio di alcol
di grano che aveva comprato da una finestra sulla strada. Era
dentro un bicchiere di plastica a forma di bomba a mano. Siamo
appena arrivati.  divertente. Approfittiamone. Andiamo
a ballare da qualche parte.
A me invece non entusiasma, dissi. Tutta questa scena
non mi dice niente.
Ma  ovvio.  proprio questo il punto. Facciamo qualcosa
che non c'entra con noi. Non  per questo che mi hai trascinata
qui?.
Non sapevo pi bene perch l'avessi portata l. Era tardi e
volevo andare a letto. In situazioni del genere, ero sempre costretto
a ricordarmi che Lexy aveva otto anni meno di me. O
forse l'et non c'entrava niente. C'era davvero stata un'epoca in
cui mi sarebbe piaciuto stare in mezzo a una folla come quella?
Non fare quel muso, disse. Dai che ti prendo qualcosa
da bere. Vuoi quello che ti versano nella testa di scimmia o l'altro
nella finta noce di cocco?.
Nessuno dei due, rifiutai, facendo una smorfia. Ho bevuto
il vino a cena, e non mi pare il caso di mescolare.
Be', di sicuro qui del vino non ne troverai.
Torniamo indietro e basta, dissi. Eravamo fermi in mezzo
alla strada, e la gente spingeva per superarci da una parte e
dall'altra. Presi Lexy per il braccio e la spinsi a lato della strada.
Domani ci sono le sfilate, e dobbiamo alzarci presto se
vogliamo trovare un posto da dove si vede bene.
Non credo alle mie orecchie, disse Lexy. Mi porti via in
quattro e quattr'otto per fare questo viaggio, che con ogni probabilit
sar la cosa pi romantica che hai fatto in vita tua, e
appena arriviamo qui, non ne vuoi sapere di divertirti.
Sento di non aver nulla da spartire con tutti questi ragazzini.
E se mi imbatto in un mio studente?.
Se proprio dovesse accadere, penserebbe che sei molto pi
figo di quanto immaginava.
Be', io torno in albergo. Vieni s o no?.
No, si impunt. Voglio restare a divertirmi.
Come vuoi, dissi. Ero irritato, e cominciavo ad avere mal
di testa. Ti ricordi la strada per tornare in albergo?.
Certo, non preoccuparti. Si gir e si allontan. Lo vedevo
che era seccata con me e, appena presi a farmi largo fra la
folla, cominci a dispiacermi. Fui sul punto di decidermi a restare,
ma quando mi girai per cercarla era gi scomparsa dalla
mia vista.
Quando arrivai in albergo, mi sentivo malissimo. Lexy aveva
ragione: l'avevo portata qui per farla divertire e poi io per
primo mi rifiutavo di abbandonarmi ai bagordi. Cominciai a
preoccuparmi per lei l fuori, da sola, in mezzo alla folla. E se
le fosse successo qualcosa? O se semplicemente avesse deciso
di non tornare pi? L'avrei ritrovata in quella citt piena di
gente?
Un'ora dopo, nel momento in cui sentii la chiave girare nella
serratura, ormai ero pronto a cadere in ginocchio ai suoi piedi
e implorare perdono. Ma quando entr, Lexy aveva il viso
acceso ed eccitato. Non sembrava per nulla arrabbiata.
Lexy, dissi, saltando su dalla sedia dove ero rimasto ad
aspettare. Non sai quanto mi dispiace. Avevi ragione. Sono
stato un idiota. Mi spiace aver rovinato tutto.
Ma figurati, mi tranquillizz lei. Avevi ragione tu. Non
era poi tutto quel divertimento. Una specie di odiosa messinscena.
Sono rimasta solo qualcosa come un altro quarto d'ora dopo che te ne sei andato.
Allora perch ci hai messo cos tanto a tornare?.
Paul, disse, la faccia avvampata, tanto non stava pi nella pelle. L'ho vista. Ho visto Blue Mary.
...
.
...
CAPITOLO 33.
...
.
...
Lexy era convinta di aver visto Blue Mary. Mi disse che era
rientrata in albergo e aveva deciso di passare per il cortile mentre
tornava nella nostra stanza. Si era fermata sul bordo della
piscina, a godersi l'aria fresca della notte, quando not una
donna con un lungo abito azzurro da cerimonia, seduta sull'orlo
di una sedia a sdraio, che si teneva il viso tra le mani.
Sembrava stesse piangendo. Lexy non rimase particolarmente
colpita dal suo abito antiquato e di una certa raffinatezza; dopo
tutto era carnevale, c'erano balli in maschera tutte le sere. Si avvicin
e le si mise a fianco.
Si sente bene?, chiese.
La mia Lexy era fatta cos: non avrebbe certo mancato di rivolgere
la parola a un'estranea in lacrime per assicurarsi che si
sentisse bene.
La donna alz gli occhi e Lexy si accorse che era pallidissima.
Il fatto  che non riesco a trovarlo, le disse la sconosciuta.
Non so dove sia andato.
Mentre parlava, prese la mano di Lexy nelle sue, che a toccarle
erano ghiacciate. Fu allora, disse Lexy, che cap con chi
stava parlando.
Mi spiace, le disse. Forse  venuto il momento di smettere
di cercarlo.
Al che, mi rifer Lexy, la donna s'infuri. Smettere di cercarlo?,
disse, la voce acuta fino a diventare stridula. Cosa ha
fatto con lui?. La donna fece una faccia orribile davanti agli
occhi di Lexy e, quando si alz, sembr torreggiare sopra di lei.
Cosa ha fatto con lui?, ripet.
Non ho fatto niente, disse Lexy.
Be', allora lui dov' finito?, strepit l'altra.
Lexy rimase l impettita e, dall'alto della sua statura, la
guard dritta negli occhi. Se n' andato, disse. Adesso non
lo trover di sicuro.
Un attimo prima che la donna si voltasse e corresse via, sul
suo viso scese un'espressione terrificata e addolorata fino allo
strazio. Lexy si pent immediatamente di averle detto quel tanto
e allung una mano per stringerle il braccio. Ma la donna se
n'era gi andata.
Che ne pensi?, mi chiese Lexy alla fine del racconto, mentre
eravamo seduti sul letto della nostra stanza d'albergo. Era
lei, per forza.
Non lo so, dissi, bastardo d'uno scettico che sono sempre
stato. Se Lexy mi vedesse adesso, come ripongo tutta la mia fiducia
in un cane parlante! Poteva essere una cliente dell'albergo
che tornava da una festa in costume, e tu vai l a dirle che
suo marito se n' andato.
Se solo tu avessi sentito com'erano fredde le sue mani.
E cos aveva le mani fredde. Certe persone ce le hanno
sempre. Hanno dei problemi a regolare la temperatura corporea.
Dio, mi vuoi stare a sentire?
 sparita, Paul. Svanita nell'aria sottile. Proprio davanti a
me.
Forse hai distolto lo sguardo un attimo e lei  corsa via.
Non ho distolto lo sguardo.
Be', non so, Lexy. Ma non credo che tu abbia visto un fantasma.
Be', lo so che non mi credi, disse, abbandonandosi sul
letto. Ma io so cosa ho visto.
Pi tardi, quella notte, mi svegliai e trovai Lexy scossa dai
singhiozzi. Ho cos tanta paura, disse. Ho cos tanta paura
che tu possa morire. La strinsi a me finch il mio petto si copr
di sudore.
La mattina successiva mi svegliai presto, mi vestii, e scivolai
fuori mentre Lexy era ancora addormentata, per andare a
prendere bign e caff. Quando tornai con il mio sacchetto di
paste, la trovai seduta sul divano in camicia da notte, che guardava
l'opuscolo di Blue Mary. Era cos graziosa, l seduta nella
luce mattutina, che mi sentii un tuffo nel petto.
Buongiorno, dissi. Ho portato la colazione.
Bene, disse, senza alzare gli occhi.
Cosa stai leggendo?, chiesi, nonostante lo vedessi benissimo
da dove mi trovavo.
Un po' di cose su Blue Mary, rispose. Alz gli occhi e mi
punt. Che tu ci creda o no, sono sicura che fosse lei la donna
in cui mi sono imbattuta la notte scorsa.
Annuii. Non volevo contraddirla. Be', vieni che ci mangiamo
i bign, dissi. Sono ancora caldi. E poi andremo a cercarci
una buona postazione lungo il percorso della sfilata.
A me non interessa pi di tanto, disse. Vorrei andare al
cimitero. Mi piacerebbe trovare la tomba di Mary.
E la sfilata?  la ragione per cui siamo venuti.
Paul, ci sono qualcosa come altre cinque sfilate fra oggi e
marted. Possiamo andare a quelle.
Sospirai. Lexy, sono preoccupato per te. Ultimamente sembri
cos presa dalla morte, con quelle maschere mortuarie e
tutto il resto. Ti ho portata qui per distrarti.
Alz gli occhi per guardarmi e sorrise. Non devi preoccuparti
per me. Le maschere mortuarie sono importanti...  un
nuovo ambito di ricerca per il mio lavoro, e mi entusiasma. Ma
non ne uscir trasformata in una persona morbosa, te lo prometto.
E comunque questa storia di Blue Mary non c'entra
niente.  solo che non ho mai avuto un'esperienza del genere.
Voglio approfondirla un po'. Potrebbe anche diventare divertente,
se tu non fossi cos scettico.
E va bene, concessi. Cercher di allargare i miei orizzonti.
Esitai un attimo. E cosa mi dici di ieri notte?, chiesi.
Quando piangevi.
S, ammise, abbassando gli occhi. Non so cosa mi sia
successo. A volte  solo che mi prende il terrore di perderti.
Non devi preoccuparti per me. Non ho nessuna intenzione
di andarmene da nessuna parte. Mi avvicinai al divano
dov'era seduta e la baciai in cima alla fronte. Adesso vieni a
fare colazione, finch i bign sono ancora caldi.
Cos andammo a cercare la tomba di Blue Mary. Il cimitero
era uno di quegli strani camposanti che ci sono a New Orleans,
con tutte le tombe sopra la terra. In ogni caso, era abbastanza
caratteristico, con vecchie lapidi di marmo e il
muschio spagnolo che ricadeva dagli alberi. Mi scoprii per nulla
dispiaciuto di esserci andato.
Seguimmo le indicazioni sull'opuscolo che avevamo preso
all'hotel e alla fine individuammo la tomba. Era un alto blocco
di granito con in cima incise la testa e le ali di un cherubino.
Lessi le parole a voce alta.
Qui giace il corpo di una Ragazza Ignota, che fu ritrovata
lungo le strade di New Orleans il 27 dicembre 1872. Poich
nessun Famigliare o Amico Solidale si  fatto avanti chiedendo
notizie della Bella Fanciulla in Abito Azzurro, questo Memoriale
 stato eretto con i Fondi raccolti dai Cittadini di New
Orleans il 24 agosto 1873. Possa finalmente riposare in pace,
nel seno di Dio.
Lexy si chin per far scorrere le mani sui caratteri sbiaditi.
Come vorrei essermi portata della carta per ricalcarli, disse.
A che scopo?.
Solo come ricordo.
Ficcai una mano in tasca, frugai un po' e scovai l'itinerario di
tre pagine che avevo preparato per quel viaggio. Scorsi velocemente
l'annotazione sulla prima pagina per vedere cosa avremmo
dovuto fare in quel preciso momento: sfilata, seguita da pranzo
in un ristorante accuratamente selezionato, e il pomeriggio a
curiosare nei negozi di maschere... al che strappai il foglio.
Hai una matita?, chiesi.
Lexy mi sorrise. Credo di s, disse. Rovist dappertutto
nella borsa. E fu cos che trascorremmo il nostro secondo pomeriggio
a New Orleans, marito e moglie inginocchiati fra l'erba
umida, a ricalcare le parole sulla tomba di un'estranea. Ci
vollero tutte le pagine del mio itinerario per tirarle gi dalla
prima all'ultima.
Dopo quello strano giorno, tuttavia, il nostro viaggio sembr
rientrare nel corso tracciato e le cose cominciarono a seguire
pi o meno i miei programmi. Erano previste pi sfilate
di quelle che riuscimmo a vedere, per cui averne persa una fu
del tutto irrilevante. L'intera citt sembrava pervasa di un'atmosfera
contagiosissima di gozzoviglie e mascherate. Vedemmo
cose stupende: acrobati che sembravano camminare nell'aria,
e un cagnone bianco con il pelo tinto che andava a
intonarsi con la maglietta tinta annodata del padrone. Per tutto
il tempo Lexy fu di ottimo umore. Qualcosa, di quel viaggio,
sia che fosse il mio programma alla fin fine soddisfacente
(come mi sarebbe piaciuto credere), o il suo incontro con Blue
Mary, sembrava averle sollevato il morale, in un modo che non
mi sarei mai aspettato.
Il nostro ultimo giorno a New Orleans, proprio la notte di
Marted Grasso, mentre ci stavamo preparando per uscire,
Lexy apr la valigia dov'erano le nostre maschere. Me ne allung
una con la faccia di un leone, contornata da una criniera
arruffata.
Non era niente male. Perch un leone?, chiesi.
Oh, cos. Ho solo pensato che ti stesse bene.
Evidentemente avevo fatto una faccia delusa, perch lei rise.
Okay, vediamo, disse. Ti ho portato la maschera del leone
perch sei talmente forte e feroce e selvaggio. Me la ritrovai
di fianco, che faceva una specie di ringhio nel mio orecchio. 
meglio che nessuno si sogni di infastidirti.
Be', perch non la pianti con questa sceneggiata.
Sorrise. Non c' sempre una ragione per ogni cosa.  solo
un travestimento. Non ho avuto molto tempo per pensarci su,
sai. Ma evidentemente vedo in te una specie di gattone, se questo
ti fa piacere.
S, grazie, non sai quanto. E tu quale metterai?.
Ho pensato che saremmo stati in coppia, disse, ed estrasse
una graziosa maschera da leonessa, con in cima una ghirlanda
di fiori di cartapesta che sembravano intessuti fra il pelo.
Perfetto, dissi. Rigirai la mia maschera fra le mani. Queste
non le avevo mai viste. Quando le hai fatte? Lo so che non
puoi avere avuto il tempo prima di partire.
Dovevano essere una sorpresa per il nostro anniversario,
disse. Ma questa mi  sembrata una buona occasione per scoprirle.
Be', le trovo stupende, dissi. Saremo la coppia con il travestimento
pi bello di tutta la notte.
Scendemmo nell'atrio, tenendo le maschere in mano. Eravamo
in coda alla reception nell'ingresso - il nostro albergo aveva
mantenuto la consuetudine ormai superata di far lasciare ai
suoi clienti la chiave all'impiegata della reception quando si usciva
la sera - ed ecco che si fece avanti una donna e diede a Lexy
un buffetto sul braccio. Era una tipa giovane, molto carina, con
i capelli scuri. Indossava un lungo abito rosso da ballo.
Salve, disse. Si ricorda di me?.
Lexy si gir e la scrut. Non rispose.
Ha presente l'altra notte?, disse la donna. Fuori, sul bordo
della piscina? Speravo proprio di incontrarla di nuovo, in
modo da porgerle le mie scuse. Si gir verso di me e spieg.
Ero appena tornata da un party, e avevo bevuto come una
spugna, e litigato di brutto con mio marito, ed ero l seduta
che piangevo, e la sua amica  stata talmente carina con me, ma
io mi sono davvero comportata da schifo. Penso di essermi
messa a urlare contro di lei, vero?, disse, sorridendo a Lexy.
E poi ho preso e sono corsa via.
Guardai Lexy. Era diventata bianca come un lenzuolo. L'avevo
scambiata per qualcun altro, disse alla fine. Aveva le
mani cos fredde.
La donna guard Lexy incuriosita. Davvero?, si stup.
Be', ad ogni modo, volevo solo chiederle scusa. Abbass gli
occhi sulla maschera che Lexy aveva in mano. Che splendida
maschera!, esclam. Se la metta, mi faccia vedere!.
Lexy se la pos sulla faccia. Senza profferire parola.
Oh,  semplicemente fantastica!, disse la donna. Dove
l'ha presa?.
Intervenni io al posto di Lexy.  mia moglie che le fa. Ne
ho una anch'io. Me la misi.
La donna non la finiva pi di complimentarsi per le nostre
maschere, poi rimase ferma di fianco a noi, parlottando finch
non venne il nostro turno di depositare la chiave. Quando finalmente
usc anche lei, scusandosi con Lexy per l'ennesima
volta, presi mia moglie per mano. Ti senti bene?, chiesi.
S, s, mi assicur, e dal tono della sua voce non riuscii a
capire se dicesse sul serio o tanto per liquidare la faccenda. A
quanto pare avevi ragione.
Mi dispiace, dissi. Vorrei tanto essermi sbagliato.
Ci immettemmo nella strada chiassosa. Faceva un po' caldo
quella sera, e quasi all'istante la mia faccia cominci a sudare
sotto la maschera. Lexy non disse una parola mentre ci aprivamo
un varco in mezzo alla folla. Cosa avr pensato mentre
spingevamo per passare lungo quelle strade stipate di gente, io
con il sudore che mi scorreva gi per la faccia sotto la maschera?
Non ne ho idea. Il suo viso mi era nascosto.
Restammo fuori fino a tardi, passando in mezzo a tutti i festeggiamenti
senza realmente prendervi parte. Lexy non si tolse
mai la maschera. Quando finalmente tornammo nel silenzio
della nostra stanza d'albergo, gliela sollevai dal viso.
Tutto okay?, chiesi. La presi fra le braccia, e lei pos la
testa contro il mio petto.
Si strinse nelle spalle.
Vedi, dissi, il fatto che quella donna non fosse Blue Mary
non significa che lei non esista. Potremmo uscire in questo
istante e provare a cercarla.
Lei scosse il capo e mi sfior le labbra con un dito. Poi mi
prese per mano e mi port a letto. Lentamente, cominci a svestirmi.
Ah, dissi. Capisco.
Appena fui nudo, mi spinse gi fino a farmi sedere sul letto.
Si chin e mi baci a lungo e teneramente. Poi alz un dito,
intimandomi di aspettare un secondo. Scomparve in bagno.
Mi adagiai sotto le lenzuola. La stanza era buia, ma quando
Lexy entr un istante dopo, vidi che aveva indossato una camicia
da notte bianca e si era messa la maschera.
Ooh, esclamai. Questa poi. Devo mettermela anch'io?.
Non rispose. Si infil a letto di fianco a me e mi scost le
lenzuola di dosso. Chiusi gli occhi mentre lei si lasciava scivolare
sopra di me e cominciava a muoversi contro il mio corpo.
Sentii il bordo rigido della maschera sfiorarmi il viso mentre
Lexy si sollevava e mi guidava dentro di lei.
Ehi, rallenta un attimo, dissi. Cos' tutta questa fretta?.
Aprii gli occhi e, alla luce del chiaro di luna che filtrava dalla
finestra, vidi che Lexy non si era messa la maschera da leonessa.
Bens quella di Jennifer. La maschera della ragazza sorridente.
Cominciai a tirarmi indietro. No, Lexy, dissi. Levatela.
Lei mi tenne gi sul letto e scosse il capo.
Avrei potuto rifiutarmi sul serio. Se potessi riandare a quella
notte, lo farei. Potendo rivivere quel momento, le solleverei
la maschera dal viso e bacerei le sue labbra morbide. Ma non
lo feci. Lasciai che andasse avanti. Lexy fece l'amore con me
indossando la maschera della ragazza sorridente, e io non reagii
ma la lasciai fare. Nell'attimo in cui venni, mi sentii come se avessi tradito entrambi.
Tutto questo accadde in marzo. Lexy mor in ottobre. Il nostro tempo insieme stava per scadere.
...
.
...
CAPITOLO 34.
...
.
...
Il giardino  vuoto. Mi guardo attorno stravolto, ma di
Lorelei nessuna traccia. Uscendo, sono sicuro di aver chiuso il
cancello con il catenaccio; mi ricordo la sensazione del gancio
di metallo mentre lo fermavo infilandolo nell'anello e vedo benissimo
Lorelei che salta su per strofinare il naso sulla mia
mano mentre tiro la porta per assicurarmi di averla chiusa
bene. Ma adesso il cancello  spalancato del tutto. Il cane 
sparito, e lo so che non se ne  andato di sua iniziativa.
Mi butto a sedere sull'erba, frastornato. Lorelei  scomparsa,
Lorelei  scomparsa... rigiro la frase in tutti i modi nella mia
testa, cercando di farla sembrare irreale. E tutta colpa mia, lo
so. Ho messo a repentaglio la sua vita. L'ho trascinata di nuovo
sul luogo dove  rimasta traumatizzata da cucciola e ho attirato
su di lei l'attenzione di uomini che le volevano male. Chi,
fra quelli riuniti nella stanza, si sar preso il mio cane? E poi
mi rivedo Lucas in piedi al mio fianco, che si china leggermente
verso di me appena sente che Lorelei  un ridgeback, scrutandomi
con gli occhi che sembrano due puntini, tanto sprofondano
nel viso grosso. Quindi dev'essere la mia figliola prodiga,
aveva detto. Sar stato lui a prendersela; avr pensato di
vantare ancora dei diritti nei suoi confronti. Un conto in sospeso
con quella che se l' filata. Forse anche Remo gli aveva
dato una mano. Ma quando l'avranno fatto? Sicuramente non
dopo l'arrivo della polizia; non c'era tempo. Dev'essere stato
ancora all'inizio della riunione, prima che portassero dentro
Dog J. Mi ricordo che Lucas si era scusato, dicendo: Ho due
tre cosette da sistemare. Ce l'ho presente che legge il mio
indirizzo dal suo blocco con gli appunti e poi mi scruta dall'alto in basso.
Mi corre un brivido gi per la schiena mentre cerco di immaginare
cosa le staranno facendo in questo preciso istante.
Devo a tutti i costi riuscire a recuperarla... ma non so nemmeno
i cognomi di quegli uomini. Andr alla polizia,  l'unica
cosa da fare. Dir quello che so. E forse mi aiuteranno a trovare Lorelei.
Mi alzo ed entro in casa per cercare il numero sull'elenco telefonico...
vivo qui da cos tanti anni e non so nemmeno dove
sia la centrale di polizia pi vicina. La mia mente  turbata.
Sotto la mia preoccupazione per Lorelei, s'impone l'urgenza
di un altro pensiero che non voglio fermarmi a prendere in
considerazione. Dog J. Dog J non sa parlare. Durante tutti questi
mesi passati con Lorelei, la storia di Dog J  stata per me
un faro di luce, come dire: vedi, allora si pu fare. Ogni volta
che cominciavo ad avere la sensazione di essermi imbarcato in
un'impresa assurda, e che il mio lavoro non mi avrebbe portato
da nessuna parte, aprivo il cassetto della scrivania ed estraevo
la pila di ritagli di giornale su Dog J. Da l traevo le mie speranze.
Adesso non so pi cosa pensare. Tutti in quella stanza
hanno sentito il rumore indistinto che ho udito io, e tutti, tranne
me, hanno interpretato quel groviglio di suoni come un discorso.
Cosa pensavano stesse esprimendo, quel povero cane
mutilato? E che dire dei giurati, quelli che hanno dichiarato
Wendell Hollis colpevole dopo aver udito la testimonianza di
Dog J? E dei reporter dei giornali che hanno pubblicato le parole
del cane? Si  forse trattato di una suggestione da vestiti
nuovi dell'imperatore, quando senti quello che vuoi sentire e
ti bevi quello che ti pare? No. Non pu essere. Perch nessuno,
pi di me, avrebbe voluto crederci con tutto se stesso.
Mentre scorro l'elenco telefonico, accendo la televisione sintonizzandomi
sul canale del notiziario locale. Eccola l, la notizia
del giorno. La polizia l'ha definito il caso pi grave mai
verificatosi di crudelt nei confronti degli animali, ha detto la
conduttrice. Ed ecco la sequenza filmata degli addetti del canile
municipale che conducono uno dopo l'altro i cani fuori
dalle gabbie nel giardino di Remo. Alcuni di quei poveri animali
sembrano camminare a stento. Poco fa, prosegue la
conduttrice, sulla base di una soffiata anonima, la polizia ha
fatto irruzione in casa di Remo Platt. Stavano cercando Hero,
il famoso cane parlante scomparso dall'appartamento newyorchese
del suo padrone la settimana scorsa. Lui non l'hanno trovato,
ma la scena in cui si sono imbattuti era sufficiente per far
rovesciare lo stomaco di chiunque ami gli animali. La linea
passa a un reporter fermo davanti alla casa di Remo, il quale
spiega che la polizia ha interrotto la riunione dei seguaci di un
bizzarro culto della mutilazione animale, la maggior parte
dei quali sono scappati all'arrivo della polizia. Ispezionando
lo stabile, dice-l'uomo, la polizia ha trovato un laboratorio
improvvisato dove Platt e soci pare conducessero degli esperimenti
sui cani. Il materiale propagandistico trovato sul luogo
- al che il reporter solleva in alto un pacchetto per i soci identico
a quello che Remo mi ha allungato poco prima quella sera -
suggerisce che i membri del gruppo hanno alterato chirurgicamente
i cani nella speranza di dotarli della facolt della parola.
A questo proposito sembrano aver tratto ispirazione dall'ex
padrone di Hero, Wendell Hollis, il cosiddetto Scannacani di
Brooklyn.
Dopodich si innesca una specie di sciocco motteggio fra il
reporter sul campo e la conduttrice, e poi sullo schermo appaiono
le foto dei tre uomini che la polizia  riuscita ad arrestare.
Uno di loro  Aaron, l'uomo dai capelli rossi con la moglie
infedele; gli altri due ricordo vagamente di averli visti alla
riunione.
Platt  ancora latitante, comunica la conduttrice. Se
qualcuno per caso avesse sue notizie,  pregato di segnalarlo
alla polizia.
Dunque Remo  riuscito a scappare con Dog J. E Lucas ce
l'ha fatta a svignarsela con Lorelei. Spengo la televisione e cammino
nervosamente un paio di minuti su e gi per il soggiorno.
Mi infilo la giacca e mi preparo ad avviarmi verso la centrale
di polizia, ma prima che riesca a farlo, il trillo del campanello
mi prende in contropiede.  un poliziotto.
Paul Iverson?, chiede appena apro la porta. Annuisco.
Mi segua, dice. Avremmo qualche domanda da farle.
Ora che torno  quasi l'alba. Sono sfinito;  stata una notte
estenuante. Salta fuori che la polizia  da un pezzo che mi tiene
d'occhio. Dopo la scomparsa di Dog J, hanno scartabellato
fra la corrispondenza pi recente di Wendell Hollis, e per forza
 emerso il mio nome. E cos stasera mi hanno seguito alla
riunione. Mi ci  voluto un po' di tempo per convincerli che
non sono esattamente una figura chiave nell'ambito della Societ
Cerbero. Solo che le parole Mi stavo giusto dirigendo
verso la centrale di polizia quando siete arrivati non sembrano
reggere pi di tanto. In definitiva, ovvio, non possedevo
nessuna informazione fondamentale per le indagini. Non avevo
idea di dove Remo fosse andato; ero totalmente all'oscuro
dei dettagli del rapimento, o dei piani di Remo per quanto riguarda
Dog J. E se anche hanno preso nota di una descrizione
di Lorelei e mi hanno detto che mi avrebbero fatto sapere
se fosse ricomparsa, era chiaro che per loro comunque non era
una priorit. Non  certo lei il cane che il pubblico aspetta con
ansia venga ritrovato dalla polizia.
Almeno non mi hanno arrestato. Di sicuro all'inizio sembrava
una possibilit non troppo remota, anche se mi ci  voluto
poco per dimostrare che non avevo niente a che fare con
il rapimento. E tuttavia poche altre volte in vita mia mi sono
sentito cos umiliato. Il detective con cui ho parlato, un gran
bullo di nome Caffrey, ha mantenuto un tono minaccioso finch
ha deciso che non rappresentavo un pericolo. Poi mi ha
trattato come un imbecille. Quando gli ho raccontato la storia
della morte di Lexy e del mio successivo lavoro con Lorelei -
mi era parso importante spiegare le circostanze che mi hanno
condotto a partecipare a quella riunione -  letteralmente sbottato
a ridere.
E cos dovrei diffondere la notizia che abbiamo un altro
cane parlante per le mani?, ha chiesto sogghignando.
No, ho risposto pacato. Lorelei non ha ancora imparato.
Capisco, ha replicato lui. Non ha ancora imparato. Be',
la informeremo certamente se dovesse presentarsi qui chiedendo
aiuto.
In quel preciso istante  entrato il detective Anthony Stack,
l'uomo a capo della squadra accorsa sulla scena della morte di
Lexy.
Dottor Iverson, ha detto rivolto a me. Avrei potuto saltargli
al collo solo perch mi aveva chiamato dottore. Ho
saputo che era qui, e ho pensato di venire a salutarla.
Detective Stack, ho esclamato. Come sono felice di vederla.
Speravo di tornare utile per il caso della Societ Cerbero,
ma a quanto pare non sono in possesso di informazioni rilevanti.
Sono rimasto un po' sorpreso quando ho sentito fare il suo
nome. Non mi capacitavo che lei si fosse messo con quei tizi.
Be', non aveva tutti i torti, mi sono difeso. Come stavo
appunto dicendo al qui presente detective Caffrey....
Il nostro professore sta cercando di insegnare al suo cane
a parlare,  intervenuto Caffrey. Intende trasformarlo in un
cane poliziotto. E affidargli il compito di risolvere il mistero
della morte della moglie.
Dottor Iverson, ha detto il detective Stack. Sa benissimo
che la morte di sua moglie  stata giudicata accidentale.
S, be', ho ammesso. Volevo solo... C'erano certe incongruenze,
ho tagliato corto in modo poco convincente.
Il detective Stack mi ha puntato addosso uno sguardo indagatore,
per poi annuire perplesso.
Ma come dicevo al detective Caffrey, ho proseguito, il
mio cane  scomparso. Uno degli uomini presenti alla riunione
se l' portato via. Ero consapevole dell'effetto che dovevano
aver sortito le mie parole.
E a quanto pare, ha riferito Caffrey, il cane  il solo a poter
attribuire un significato a quelle incongruenze.
Stack ha lanciato a Caffrey un'occhiata di ammonimento.
Be', vedremo cosa si potr fare per il suo cane, mi ha detto.
Il tono della sua voce era gentile. Ora, mi sa che le convenga
tornarsene a casa. Le occorre un passaggio?.
Per un attimo mi sono visto come doveva vedermi lui - trasandato,
gracile, distrutto - e mi sono vergognato. No, ho risposto.
Grazie. Sono uscito dalla centrale di polizia, sparendo
nella notte senza stelle.
Adesso sono tornato nella mia casa vuota, e il sole gi comincia
a sorgere. Nonostante l'ora tarda, non ho una gran voglia
di andare a dormire. Cos ricorro all'attivit che ultimamente
prediligo, appena ho due minuti a disposizione. Alzo la
cornetta e digito il numero che ormai ho imparato a memoria.
Grazie per aver chiamato il Telefono Paranormale, dice
la donna all'altro capo del filo. Sono Lady Arabelle.
...
.
...
CAPITOLO 35.
...
.
...
Sono Lady Arabelle, ripete dal momento che non rispondo.
Interno quattro-tre-nove-otto-uno. Adesso ti legger
i tarocchi, quindi che ne dici di cominciare dicendomi nome,
data di nascita e indirizzo.
Sei veramente Lady Arabelle?, chiedo, per quanto la sua
voce mi sia fin troppo nota.
S, certo, mi assicura. Con chi parlo?.
Paul, rispondo.
Be', Paul, tesoro, perch non dici a Lady Arabelle quand'
il tuo compleanno, cos possiamo cominciare.
20 settembre, dico. Ma non ho chiamato per farmi leggere i tarocchi.
Ah, no?, si stupisce. La voce liscia come il caramello ancora caldo.
No, insisto. Mi sforzo di pensare da dove potrei partire.
Sono settimane che cerco di telefonarti. Vedi, mia moglie 
morta lo scorso ottobre, e poi, un paio di mesi fa, stavo guardando
la televisione e ti ho sentita parlare con lei durante uno
dei tuoi spot. E quella che ha detto: Sono perduta, non so
cosa fare. Hai presente chi intendo?.
Be', ho certamente presente lo spot, ma temo di non saperti
dire niente di preciso su nessuna telefonata in particolare.
Primo, si tratta di informazioni riservate e, secondo, se proprio
vuoi che ti dica onestamente, non posso dire di ricordare
i dettagli di ogni telefonata che mi arriva.
No, immagino. Ma se magari provi a pensarci un attimo,
sforzandoti di ricordare. E molto importante per me.
Lady Arabelle fa per dire qualcosa, ma io la interrompo e
parto in quarta. Per quanto riguarda la riservatezza delle informazioni,
le chiedo, non contesto le vostre regole, ma devono
per forza essere applicate quando la persona che ha chiamato  defunta?.
Lady Arabelle sospira. Sai, dice, quella che hai sentito
potrebbe non essere nemmeno la voce di tua moglie. Ma magari
quella di una donna che non c'entra niente. Non  possibile
che tu, confuso dal dolore, abbia travisato?.
La voce di mia moglie la distinguerei fra mille, dico. Sono
sorpreso dal tono freddo che m' uscito. Inspiro e mi placo.
Ad ogni modo, procedo, eccolo qui, nella mia bolletta telefonica.
23 ottobre. Le ventitr e ventitr minuti. Ora atlantica.
Hai parlato con lei per quarantasei minuti. Ti ricorderai
pure qualcosa. Almeno provaci. Lady Arabelle non spiccica
parola, cos continuo. Senti, mi tieni al telefono per cinque
dollari al minuto, e io non ho intenzione di riattaccare finch
non riesco a cavarti fuori una risposta. Non ti capiter mica
tutti i giorni un'opportunit del genere?.
Lady Arabelle non ride ma, appena prende la parola, sento
che si  un po' ammorbidita. Perch non mi racconti di tua moglie?, dice.
Non mi occorre altro. Le dico tutto quello che mi salta in
mente. Le racconto come ho incontrato Lexy; le riferisco come
 morta Lexy. E dei mesi di solitudine trascorsi da allora, cercando
di attribuire un senso a una serie di indizi che potrebbero
non significare nulla. Il mio lavoro con Lorelei, il cancello aperto, il giardino vuoto. Non saprei dire quanto ho parlato
ma, nel momento in cui finalmente la smetto, ho la gola arsa.
Segue un lungo silenzio. Lady Arabelle, dico. Ci sei?.
Come no, piccolo, mi assicura.
Quindi...  pi chiaro adesso?, le domando. Ti  venuto
in mente qualcosa della chiamata di Lexy?. Mi si incrina la
voce. Credo che non riuscir a sopportare una sua eventuale
risposta negativa.
Forse posso aiutarti, azzarda lei. Mi esce un respiro pi
simile a un singulto. Non ricordo la chiamata, ad essere sincera.
Mi arriveranno qualcosa come duecento telefonate al
mese, e la maggior parte dopo un po' sembrano pi o meno
tutte uguali. Ma prendo appunti.
Appunti! Oddio, ha degli appunti sulla telefonata di Lexy!
Temo mi venga meno la voce impedendomi di risponderle.
Sto scrivendo un libro, mi informa. Sulle mie esperienze
come Lady Arabelle. Dallo scorso autunno ho cominciato a
prendere appunti su ogni telefonata che ricevo. Se per favore
mi ridai di nuovo la data e l'ora, posso cercare di vedere cos'ho
tirato gi, e poi ti richiamo.
Grazie, dico. Grazie. Non so come dirti....
Lascia perdere, piccolo.
Le do le informazioni e il mio numero di telefono, e riattacchiamo.
Tremo dai capelli alla punta dei piedi. In qualche
modo esulto, e ho anche paura.
Adesso  mattino inoltrato, e il sole entra dalle finestre.
Devo calmarmi, devo trovare qualcosa con cui tenere impegnata
la mente mentre aspetto che Lady Arabelle mi richiami.
Mi siedo per buttar gi l'annuncio di Cane smarrito, ma appena
scrivo le parole: Scomparso: ridgeback di otto anni, mi
salgono le lacrime agli occhi e devo rimettere gi la penna. Invece
vado nello studio e raccolgo la mia lista dei libri disposti
sullo scaffale. Non ho ancora finito di trascrivere tutti i titoli.
Mi allungo sul pavimento davanti alla libreria e comincio a
elencare quelli sui due scaffali pi bassi.
Avrei se sapessi mantenere (Nostro. E un libro su come scrivere
le tue personali promesse nuziali. L'abbiamo comprato
prima di sposarci).
L'estratto mai estratto: il valore linguistico dei giochi di parole
(Mio).
Al bando la competitivit e viva il chip (Mio. L'autore  il
nonno di una ragazza con cui uscivo all'universit. Racconta
come ha avviato la sua ditta individuale di compravendita per
corrispondenza e come in questo modo  riuscito a fare una
barca di soldi sempre e comunque continuando a giocare a golf
tutti i pomeriggi).
Esercizi per un cuore sano (Mio. E un romanzo che ho trovato
sullo scaffale sbagliato nella sezione fitness di una libreria).
A proposito di sogni (Di Lexy. Un libro sull'interpretazione
dei sogni).
Ferite superficiali della carne (Di Lexy. Una raccolta di racconti
ironici e divertenti).
Una stanza tutta per s (Suo, dell'universit. Non so se l'abbia
letto o meno).
Vorrei mettertene al corrente: gestire la rabbia si pu (Di
Lexy).
La citt dell'uno (Mio. Un thriller fantascientifico avveniristico).
Lezioni di piano per imparare a suonare in quattordici giorni
(Mio).
Le scarpe di pietra e altre fiabe (Di Lexy).
Con questo ho finito, ma non ne ho cavato fuori nulla. Comincia
a venirmi sonno. Del resto sono stato sveglio tutta la
notte. Poso la testa sul blocco di fogli. Mi beo della sensazione
di fresco contro la guancia. Chiudo gli occhi e dormo.
Sogno che mi ritrovo davanti a Lexy seduta in cucina, intenta
a tagliare una cipolla. Nel sogno l'odore  talmente pungente
che mi bruciano tanto gli occhi.
Lei alza la testa e mi guarda sorridendo. Volevo pelarla,
dice. Ma prima di riuscire a tagliarla ti tocca eliminare cos
tanti strati.
Lexy, dico. Sei viva. Ma non provo sorpresa n meraviglia.
Sono furioso con lei. Pi di quanto mi sia mai capitato.
Avevo pensato di chiamarti, dice.
Avevi pensato di chiamarmi?, replico brusco. Be', il fatto
che tu lo dica  davvero un gran sollievo.
Lexy ride. Scusa, dice.
Non puoi ripresentarti come se niente fosse, la rimprovero.
Ti rendi conto di quello che ho passato? Dove cazzo
avevi la testa?. Adesso sto proprio sbraitando con lei.
Vuoi che me ne vada?, chiede Lexy, alzandosi da tavola.
No, la fermo. Tornatene pure a tagliare la tua fottuta cipolla.
Al che il sogno diventa strano - c' qualcos'altro, qualcosa
che riguarda il bisogno di Lexy di riavere il suo corpo, proprio
quello che io ho seppellito. Non so come possiamo fare per
chiederlo indietro. E tutta colpa tua, urlo a Lexy. Strillo, sono
fuori di me. Se tu non l'avessi lasciato andare fin dall'inizio,
non dovremmo inventarci qualcosa per farcelo restituire.
Mi sveglio con la rabbia che mi ribolle ancora nello stomaco.
Il telefono squilla. Lo guardo un attimo, disorientato, prima
di rispondere.
 Lady Arabelle. Ho trovato i miei appunti, dice. C'
qualcosa che potresti non voler sentire.
Inspiro profondamente. Devo assolutamente saperlo, replico.
Come vuoi, tesoro. Adesso ascoltami. Tace un secondo.
Sento che scartabella pagine di appunti, anche se sa gi benissimo
cosa vuole dire. Scomponi Lady Arabelle e cosa ottieni?
Read ("leggere") e bleed ("sanguinare"). Lay bare ("mettere a
nudo").
Tua moglie, dice Lady Arabelle. Era incinta.
Taccio per un pezzo. Quando finalmente parlo, la mia voce
suona lontanissima.
S, dico. Lo so.
...
.
...
CAPITOLO 36.
...
.
...
Non l'avevo saputo prima della sua morte. Non me l'aveva
mai detto.  risultato dall'autopsia, naturalmente; il detective
Stack ha chiamato per comunicarmi la notizia. Era entrata nel
secondo mese. Ma a quel punto lo sapevo gi. Avevo trovato
un pezzo di carta, un angolo di cartoncino tagliato da una scatola
con dentro un test di gravidanza da fare in casa. Il test
vero e proprio non l'avevo recuperato; Lexy si era premurata
di eliminarlo. Ma nel cestino dei rifiuti in bagno - a questo
punto tanto vale ammettere che, in quei primi giorni, avevo
messo sottosopra la casa cercando tracce dell'accaduto, e passato
in rassegna ogni minimo pelucco del tappeto e ogni busta
molliccia chiazzata di caff nella spazzatura - e nel cestino del
bagno, dicevo, sotto fazzoletti di carta, tamponi di cotone e
grovigli di filo interdentale alla menta, avevo trovato un pezzetto
di cartoncino rosa che doveva essere sfuggito a Lexy. Una
delle... anomalie che mi erano saltate all'occhio in quei giorni
terribili. Uno degli indizi che mi hanno indotto ad avviarmi
su questa strada. Sopra il pezzo di cartoncino c'erano scritte tre
lettere: CLE. I caratteri o il colore non mi ricordavano nulla
che avessimo avuto in casa recentemente, cos ero andato al
drugstore con il mio ritaglino rosa in mano e avevo camminato
lungo le corsie finch non avevo individuato la scatola da cui
veniva. Le lettere erano le prime tre della scritta clear, e la scatola
conteneva un test di gravidanza da fare in casa. E cos avevo saputo.
Non era successo a New Orleans, ho fatto i conti e fin l ci
arrivo. Ma quando, allora? Penso di aver sempre nutrito la convinzione,
molto romantica, che nel momento in cui avessi concepito
un figlio ci sarebbe stato un cataclisma, un segnale che
era accaduto qualcosa di notevole. Ma in quel caso non fu cos.
Ho controllato sul calendario, lasciandomi guidare dal referto
dell'autopsia, e ho individuato la settimana in cui dev'essere
avvenuto il concepimento. Ricordo benissimo certe cose successe
durante quella settimana, alcune piuttosto felici, ma niente
di speciale, nulla da ribaltare la vita. Una settimana come tante.
Alla fine dei conti poi, cosa cambia sapere che Lexy era incinta?
Che sollievo pu darmi? Non contribuisce certo a chiarire
le cose. Non fa che ampliare il vortice di immagini che mi
frullano nel cervello. Penso: be', per esempio, se era incinta, potrebbe
aver avuto un capogiro.  salita sull'albero a prendere
le mele per fare una torta - forse voleva festeggiare cos il momento
in cui mi avrebbe dato la notizia! Un messaggio nella
torta! - al che le  venuto un capogiro ed  caduta. Oppure gli
ormoni. Le donne incinte sono soggette a repentini sbalzi di
umore. Un attacco di disperazione proprio mentre raggiungeva
il ramo pi alto. Un momento di abbattimento dovuto a un
subbuglio ormonale, che non c'entrava niente con i sentimenti
che provava per me, per la sua vita o per il nostro bambino.
Avrebbe potuto accadere per cos tante ragioni. La pancia non
si vedeva ancora. Oppure s? Le sue forme si erano forse arrotondate
e io non ero stato pronto ad accorgermene? Mi lambicco
il cervello ma non riesco a ricordare com'era l'ultima volta
che l'ho vista nuda. Non riesco nemmeno a ricostruire quando sia stato.
Come arriviamo a dare per scontate cose del genere quando
le abbiamo sotto gli occhi tutti i santi giorni! C'era stato un
periodo in cui la vista del suo corpo nudo l davanti mi faceva
mancare il respiro, in cui non riuscivo neanche a guardarla senza
sentirmi attraversare da un'ondata infuocata di desiderio.
Quanto tempo era passato da quando la sorprendevo da dietro
e chiudevo i palmi a coppa sui suoi seni? Da quanto tempo
la vista di lei che usciva dalla doccia aveva cominciato ad apparirmi
normale? Il mio corpo che cantava quando mi si
palesava davanti agli occhi. Non  che facessimo l'amore meno
frequentemente di prima... be', ovvio che non avevamo mantenuto
il ritmo di quei primi giorni assolutamente inebrianti.
Chi ci riesce ad andare avanti pi di un anno o gi di l, amando
con una tale intensit? Ma il sesso non era pi la corrente
sotterranea che ci pervadeva in ogni momento. Forse Lexy l'aveva
notato? Avr sentito che non l'amavo pi con tutto me
stesso? Si sar sentita respinta? Forse la lussuria che scatenava
in me si era ritirata sullo sfondo, diventando troppo presto la
tappezzeria delle nostre vite e non piuttosto il fulcro? Dio mio,
Dio mio, pensava forse che non la trovassi pi bella? Sar stata
preoccupata dei cambiamenti che un bambino avrebbe impresso
sul suo corpo? No, non era diventata di vedute cos ristrette,
insicura fino a quel punto. E allora? Cosa posso aver
fatto, o mancato di fare? In che modo le ho voltato le spalle?
In quanti modi diversi? Fino a che punto sono da ritenere responsabile...
lo so che non pu essere altrimenti, il problema
 riuscire a precisare la portata della mia inadempienza. Il problema
 spiegarlo in un modo che mi risulti comprensibile.
Forse nemmeno Lexy sarebbe riuscita a farlo.
Gli appunti di Lady Arabelle non mi rivelano molto di pi.
Il resto della nostra conversazione verte sulla lettura di tarocchi che aveva fatto a Lexy.
Faccio una lettura con dieci tarocchi, dice Lady Arabelle,
disponendoli a forma di croce celtica. Te ne intendi di tarocchi?.
No, dico.
Be', in una lettura, dispongo dieci carte, ciascuna delle quali ricopre un ruolo specifico. Nel complesso, mi restituiscono
lo spaccato di un particolare momento della vita di una persona,
capisci? E guardando la disposizione riesco a farmi un'idea
delle strade che potrebbe prendere da l in poi. In questo modo
non predico il futuro, sia chiaro. Il futuro non  fermo nello
spazio. Dipende tutto da quali atti decidi di compiere a partire
da quel preciso istante che prendiamo in considerazione. E
le carte possono aiutare a determinare la migliore linea d'azione.
Fin qui ci sei, tesoro?.
Okay, dico. S.
Benissimo. Ora, con tua moglie, la prima carta che scoprii
fu il Bagatto.
Il mago?, chiedo. Mi sto guardando attorno per cercare
un pezzo di carta dove intanto annotare questo.
Esatto. La carta del Bagatto era nella posizione del Significatore,
ossia quella che rappresenta in generale il punto della
vita in cui tua moglie si trovava la notte che ha chiamato.
Sembra importante, dico.
Be', certo, conferma lei. Sono tutte importanti. E in relazione
fra loro. Il fatto che il Bagatto appaia l significa che tua
moglie era nella posizione di controllare ci che stava per capitarle.
Il Bagatto rappresenta le potenzialit inesplorate, capisci,
opportunit e possibilit. Spettava a tua moglie decidere di
seguirle. Aveva il controllo del suo mondo.
Okay, dico. Fin qui tutto bene.
Ora, la seconda carta  la carta degli Ostacoli. Indica il
problema fondamentale che il consultante - nel nostro caso
tua moglie - si trova ad affrontare. In questa lettura, la carta
era gli Amanti.
Okay, dico, prendendo nota.
La carta degli Amanti indica una scelta, una scelta molto
importante da compiere. La decisione che prenderai influenzer
il corso della tua vita. Ci sono forze contrastanti in atto, e
devi avere ben presente le implicazioni della decisione per cui
propendi. Bene, a questo punto la terza carta, quella dell'incoronazione.
Rappresenta la situazione complessiva che gravita
sulla testa della persona in quel particolare momento. Nel
caso di tua moglie, questa carta era il Fante di Coppe, il che rimanda
a una notizia appena ricevuta. Di solito si tratta di una
nascita, o qualcosa che comincia da zero. Ho considerato che
nel suo caso fosse il bambino.
S, dico. Dev'essere cos.
La quarta carta  l'Essenza della Questione. Ti mostra cosa
c' effettivamente alla base della situazione attuale. Nel caso di
tua moglie, era l'Asso di Bastoni, ma rovesciato.
Cosa significa?.
Vuol dire che la carta  uscita capovolta, per cui ha un significato
leggermente diverso da quello che avrebbe in caso
contrario. Di solito, l'Asso di Bastoni segnala un nuovo inizio
- ancora, a volte una nascita o a volte solo l'avvio di una
nuova attivit o qualcosa del genere - ma quando  rovesciato,
significa che questo nuovo inizio non era stato ben ponderato.
Le circostanze non sono favorevoli, e la consultante
potrebbe non riuscire nell'impresa in questione. Oppure potrebbe
farcela, ma non ha abbastanza fiducia in se stessa per riuscirci.
Come ha reagito, Lexy, quando le hai rivelato queste cose?.
Mi dispiace ma non ce l'ho negli appunti, tesoro. Ma non
credo l'avesse presa male. Sicuramente avr enfatizzato l'aspetto
positivo, sottolineando che, se fosse riuscita a credere in
se stessa, sarebbe andato tutto bene. Sono certa che le avrei
detto una cosa del genere.
Okay, dico. Dentro di me i conti cominciano a quadrare.
Sembra tutto talmente convincente, ma non so cosa trarre da
ogni singola informazione. Trascrivo tutto diligentemente. La
quinta carta, mi dice, rappresenta gli influssi del passato, e nella
lettura di Lexy era il Sei di Coppe; pare c'entri con l'andare
a rivangare ricordi felici ma, al di l di questo, il significato
profondo mi sfugge. Scuoto la testa per schiarirmi le idee e decidermi
ad ascoltare pi attentamente.
La carta successiva, dice Lady Arabelle, la sesta,  il contrario;
rappresenta il futuro immediato. Qui avevamo il Sette
di Bastoni. Questa carta rivela al consultante che  venuto il
momento di agire a qualsiasi costo. Anche se non ha idea del
passo successivo, deve fare qualcosa. Qualsiasi atto  meglio di niente.
Qualsiasi atto  meglio di niente, ripeto.
Proprio cos. La settima carta viene chiamata Punto in
cui si . In qualche modo  simile al Significatore, ma in
realt lo trascende. Rappresenta lo stato interiore del consultante
e d un'idea del passo successivo che probabilmente
compir. Nella lettura per tua moglie, a questo punto  uscito il Matto.
Intendi dire che Lexy era matta?, butto l, tentando di
azzardare una battuta. Mi sento rintronato.
No, assolutamente. Ma il Matto rappresenta qualcuno
che... be', se tu avessi la carta sotto gli occhi, c' la figura di un
uomo che cammina sull'orlo di un dirupo. Nella figura, anche
se varia da mazzo a mazzo, di solito c' un animale che cerca
di fermarlo, a volte un cane o qualcosa di simile.
Un cane?, ripeto, rizzandomi a sedere.
Oppure un uccello. Il fatto  che quelli attorno al matto vedono
benissimo che sta facendo un errore, e quasi certamente
anche lui ne  consapevole. Ma si rifiuta di vederlo e, se continua
ad andare per quella strada, va a finire che precipiter gi dal dirupo.
Quindi  una carta della morte?.
No, di solito l'interpretazione non  cos letterale. Significa
solo che quella persona si trova di fronte a una scelta e, se
fa quella sbagliata, le conseguenze potrebbero essere gravi.
Okay, dico.
L'ottava carta, mi spiega,  quella che rappresenta come gli
altri vedevano Lexy. Era l'Asso di Coppe, che Lady Arabelle
dice essere un'ottima carta. Rappresenta la felicit, l'amore, la
fertilit. Un matrimonio felice e famiglia.
Ma hai detto che questo  come gli altri vedevano Lexy?,
chiedo. Non come si vedeva lei?.
Be', quella  la posizione della carta. Ma non vuol dir nulla,
tesoro. Non avevo visto niente da farmi pensare che non
fosse felice del vostro matrimonio. Non avevo visto assolutamente nulla del genere.
Annuisco, incapace di parlare. A un tratto mi sento un groppo in gola.
La nona carta - porta pazienza ancora un attimo, piccolo,
siamo quasi alla fine -  la carta di Timori e Speranze. L'idea 
che il timore e la speranza sono le due facce di una stessa medaglia.
Il Cinque di Spade  saltato fuori in quella posizione.
 una carta molto negativa, che indica una perdita e una tragedia
molto gravi. La rovina totale. Penso fosse questo che tua
moglie temeva.
Be', non vale per chiunque?, obietto.
Certo, dolcezza, dice Lady Arabelle.  quello che ci terrorizza
tutti. Ora, l'ultima carta, la decima, rappresenta l'Esito
Finale. Ma  un po' fuorviante, perch, come ho detto, e di sicuro
l'avr riferito anche a lei, non c' niente di scolpito sulla
pietra. Esito Finale significa soltanto la conseguenza pi
plausibile alla luce delle circostanze attuali.
Bene. E che carta era?.
Be', non vorrei che tu traessi conclusioni troppo azzardate,
piccolo, ma era l'Appeso.
Mio Dio, esclamo.
E comunque l'Appeso non significa morte, dolcezza. Significa
solo abnegazione. E una carta di rinuncia. Vuol dire
che forse dovresti privarti di una cosa a vantaggio di un'altra
pi importante.
Capisco, dico.  tutto?.
 tutto, conferma. Tace un secondo. Ci tengo a sottolineare,
aggiunge, che non era una brutta lettura. In questa disposizione
non c'era niente che io abbia ritenuto preoccupante
per il futuro di questa donna.
Okay, dico. Hai altro nei tuoi appunti?.
Be', fammi vedere. Che aveva trentacinque anni, che era
sposata e incinta, e non aveva informato il marito della gravidanza.
Questa  la prima cosa che mi ha detto. Ho la sua data
di nascita, e una lista delle carte che le ho letto. Ho anche scritto
che sembrava pi tranquilla quando ha messo gi. Mi ha
ringraziato, e ha detto che le ero stata di aiuto. Ho tracciato un
pi vicino alla chiamata, segno che mi sembrava fosse andata
bene. E questo  quanto.
Grazie, dico. Grazie mille.
Non c' di che, piccolo, minimizza. Stammi bene. Cerca
di metterti il cuore in pace. Sono sicura che questo sarebbe
stato il desiderio di tua moglie.
S, dico. Grazie.
Al momento di riagganciare mi sento perduto. Per cos tanto
tempo ho riposto tutte le mie speranze in questa chiamata,
e adesso  finita, e non so nulla pi di prima. Ho le mie pagine
di appunti ordinati da archiviare insieme a tutte le altre che
ho trascritto: appunti sul comportamento di Lorelei, sulla fisiologia
canina, liste di libri sistemati sugli scaffali uno accanto
all'altro in un ordine che sembra privo di qualsiasi significato.
Tutt'a un tratto sento tremendamente la mancanza di
Lorelei. Ci che vorrei al di sopra di tutto, pi della rivelazione
del mistero della morte, forse addirittura pi della possibilit
di riavere mia moglie fra le braccia,  di rannicchiarmi a letto
e sentire il conforto del corpaccione peloso di Lorelei di
fianco a me. Di posare la mano sul suo ansante fianco caldo
mentre mi lascio scivolare nel sonno. Mi alzo e vado in camera,
fermandomi per chiudere le tende in modo da lasciar fuori
il sole che splende. Mi corico sul letto e sprofondo in un sonno
agitato, dove si affollano donne che precipitano e cani che abbaiano fuori dalla mia vista.
...
.
...
CAPITOLO 37.
...
.
...
Dopo il viaggio a New Orleans, io e Lexy tornammo a casa
di un umore un po' funereo. Lexy se ne restava zitta, rifiutandosi
di parlare di Blue Mary o della notte in cui era venuta da
me con indosso la maschera. Aveva gettato via le copie delle
scritte ricalcate dalla tomba di Blue Mary e, quando le recuperai
dalla spazzatura e le spianai, mi disse che non le voleva
pi. Io mi premurai comunque di infilarle in valigia senza stropicciarle
ulteriormente, nel caso cambiasse idea.
Lexy torn alle sue maschere mortuarie, ma sembrava dedicarvisi
senza alcun interesse. Non so se quel suo atteggiamento
avesse qualcosa a che fare con Blue Mary, o se semplicemente
il suo entusiasmo per quel mezzo espressivo si fosse
esaurito. Continu a farle su commessa, ma smise di pubblicizzarle,
e alla fine le richieste diminuirono notevolmente. Ma
a quanto pare non aveva nemmeno intenzione di tornare al
tipo di maschere prodotto in precedenza. Saltava fuori con
nuove idee che poi non portava a termine, mettendo a punto
progetti elaborati per serie di maschere che non realizzava mai.
Le era venuta l'idea di una linea di maschere di Halloween per
bambini, molto originali - maschere di grottesche megere e demoni
che sarebbero state mille volte meglio di quelle di gomma
o di plastica da due soldi che mi ricordo dalla mia infanzia
- ma decise che avrebbe dovuto venderle a un costo troppo
alto rispetto a quello che la maggior parte dei genitori sarebbero
stati disposti a pagare. Per qualche giorno si entusiasm
per una serie chiamata Anime come panni sporchi, basata su
una frase che ricordava vagamente da un sogno che aveva fatto.
Non riusc a spiegarmi cosa la frase significasse esattamente,
ma il sogno era stato cos evocativo, le parole talmente misteriose
quando se le era trovate sulle labbra al risveglio, che
sentiva di dover fare qualcosa per portarle in vita. Dopo qualche
giorno, per, come spesso accade con i sogni, lo stimolo del
ricordo era gi svanito, e a Lexy non riusc pi di immedesimarsi
di nuovo nello stato d'animo in cui si era ritrovata appena
aperti gli occhi. Un'altra idea, ispirata da certi cani mascherati
che avevamo visto al carnevale, era di fare delle maschere
con volti umani da mettere agli animali, una specie di equivalente
delle maschere con i musi di animali per le persone, che
erano sempre stati fra i suoi pezzi forti. Ne fece una utilizzando
come modello il muso di Lorelei, e l'effetto finale faceva
un'impressione abbastanza strana - gli occhi azzurri, le guance
rosee e i boccoli biondi di un bambino dall'aria vittoriana
con sotto il muso di Lorelei che spuntava - ma, anche in questo
caso, l'interesse scem ben presto. Lorelei, dal canto suo,
gir per la casa qualche giorno con il pelo impiastricciato di
gesso finch non riuscimmo a prenderle un appuntamento per
portarla dalla tolettatrice.
Ero preoccupato per Lexy. Certi giorni quando tornavo a
casa la trovavo sul divano con Lorelei raggomitolata di fianco a
lei. Non ho fatto un accidente di niente per tutto il giorno,
diceva. Aveva anche difficolt a dormire. Una notte, mi svegliai
e scoprii che si era alzata dal letto. Andai a cercarla e la trovai
gi in laboratorio, che camminava nervosamente su e gi.
Che fai?, le chiesi.
Penso, tutto qui, disse. Cerco di farmi venire uno straccio
di idea per il prossimo lavoro.
Volevo fare qualcosa per darle una mano, cos parlai con
una mia amica del dipartimento di teatro, Patricia Wellman,
che avrebbe curato la regia del classico Macbeth da repertorio
estivo. Aveva delle idee piuttosto ambiziose per la messinscena
dello spettacolo - per esempio aveva scelto di affidare tutti
i ruoli maschili a delle attrici e quelli femminili a degli attori,
ambientando la vicenda in un bar karaoke di Hackensack -
e quando suggerii che prendesse in considerazione l'idea di far
indossare delle maschere a tutti i personaggi, si dichiar entusiasta.
Inizialmente Lexy non parve affatto elettrizzata dall'incarico.
Quel lavoro in realt non aveva nulla di nuovo, e le idee di
Patricia erano un po' vaghe e soggette a variazioni dell'ultimo
momento - una settimana pretese che tutti i personaggi indossassero
maschere con volti bianchi inespressivi del tutto prive
di lineamenti e la successiva opt invece per facce sorridenti
da salutino convenzionale, ma Lexy parve trarre comunque
giovamento dal fatto di avere un lavoro regolare, scadenze,
un'incombenza precisa da portare a termine. Le piaceva andare
alle prove, vedere lo spettacolo prendere forma man mano,
e ce la spassammo eccome, tutti e due, a ridere di alcune delle
idee pi strampalate escogitate da Patricia.
La sera della prima, io e Lexy andammo a vedere lo spettacolo,
che si rivel un po' meglio di quanto ci aspettassimo. Le
sue maschere erano la maggiore attrattiva. Lexy ce l'aveva fatta
a convincere Patricia a rinunciare ai volti sorridenti, e si erano
invece accordate per una serie di maschere che rivelavano il
tormento interiore di ogni personaggio, conferendo uno straordinario
effetto conturbante e assai suggestivo a un allestimento
altrimenti piuttosto scialbo. Patricia poi ci invit a raggiungere
il cast per il party che segu la prima, organizzato - e dove,
senn? - in un bar karaoke. Ricordo che quella sera ci divertimmo
moltissimo. Buttammo gi un bicchierino di tequila dopo
l'altro, al che Lexy riusc a convincermi ad alzarmi e unirmi a
lei per cantare un duetto di I Got You Babe. Nella mia mente
conservo un'istantanea di Lexy l in piedi, che ride tutta eccitata,
con un microfono in mano, mentre canta per me le parole
di una canzone d'amore. Quando io intonai Put your little
hand in mine, lei allung la mano e prese la mia, stringendola
con calore e tenerezza. Poi, tornando a casa in taxi, ci baciammo,
pomiciando come due adolescenti mentre il tassista evitava
accuratamente di guardarci. Fu un istante di felicit allo stato
puro, non solo per me, ma per entrambi. Lexy era felice quella notte, capite? Era felice.
Era pi o meno la met di agosto. E quella, stando alle indagini
pi scrupolose del medico legale, fu la settimana in cui nostro figlio fu concepito.
...
.
...
CAPITOLO 38.
...
.
...
Penso continuamente al bambino. Lorelei  scomparsa da
una settimana, e non ho molto altro da fare. Ho tappezzato
tutto il quartiere con la sua foto, pubblicato gli annunci sui
giornali locali, e chiamo la polizia tutti i giorni, ma ancora nessuna
nuova. Cos me ne resto seduto in casa, aspettando di ricevere
notizie del mio cane, e mi crogiolo nel dolore della perdita.
Adesso  luglio; il bambino avrebbe due mesi, sarebbe
abbastanza grande per tener su la testina da solo, forse anche
per sorridere. Cerco di immaginarmi quell'altra vita, quell'altro
inverno, in cui arrivo a guardare il corpo di Lexy appesantirsi
per la nuova creatura che ha in grembo. Quella dove le si
rompono le acque in piena notte, e cronometriamo gli intervalli
fra una contrazione e l'altra. Quella in cui torniamo a casa in
auto in una luminosa giornata di primavera e io tengo una
mano sotto il gomito di mia moglie mentre lei entra in casa con
il nostro bambino per la prima volta. Prima mi immagino una
femmina, una neonatina minuscola con le fossette nelle dita e
la testa coperta di peluria morbida. Poi un maschio, un bimbo
dolcissimo con la bocca a rosellina. E alla fine mi rendo conto
di essere arrabbiato.
Sono arrabbiato con una defunta. Non  particolarmente
edificante ritrovarsi a provare un sentimento del genere. E
quando cerco di afferrare il filo della mia rabbia, di seguirlo
fino a raggiungere l'altro capo, mi imbatto in una serie di nodi
aggrovigliati. Sono arrabbiato, immagino, perch si  arrampicata
in cima a un albero, sapendo benissimo di avere dentro di
s nostro figlio. Sono arrabbiato perch non mi ha mai detto
di essere incinta, perch non mi ha mai fatto dono di quella conoscenza
con tutte le potenzialit che conteneva. E sono arrabbiato,
naturalmente - ma tu cosa ne sai, mi dico, non ne sai
proprio niente - sono arrabbiato perch se si  tolta la vita,
l'ha fatto sapendo benissimo che ne stava eliminando un'altra
insieme alla propria.
Ho voglia di urlare. Ho voglia di sbattere i pugni contro il
muro, di fare a pezzi tutto quello che c' in questa casa. Mi
sento il sangue ribollire nelle vene, e voglio saltare fuori dal
mio corpo. Misuro avanti e indietro le mie stanze vuote, assaporando
il gusto sconosciuto di quest'emozione mai provata.
Si alimenta da s, acquistando sempre pi peso nel mio corpo
finch penso di dover fare qualcosa per lasciarla fuoriuscire. E
solo dopo che ho camminato su e gi per qualcosa come cinquanta
volte davanti alla porta del seminterrato che decido di
aprirla e scendere le scale che portano al laboratorio di Lexy.
Non  che non ci sia pi entrato dalla sua morte, naturalmente,
ma  la prima volta che mi guardo in giro per questa stanza
con gli occhi non offuscati dalla quintessenza della tenerezza
che un lutto recente porta con s. Voglio buttare tutto per
aria, strappare le maschere da queste maledette pareti, ma mi
trattengo. Ci che desidero davvero  capire. Vedere Lexy per
quello che era. Quaggi deve esserci qualcosa in grado di aiutarmi
a comprendere.
In un angolo c' una piccola scrivania dove Lexy teneva fascicoli,
ricevute di maschere vendute, schizzi di modelli da realizzare
in futuro. Mi getto sulla scrivania e comincio a sfilare
carte dai cassetti. Li svuoto completamente uno dopo l'altro
alla ricerca di qualcosa, qualsiasi cosa sia in grado di offrirmi
una rivelazione. Ed  in quella furia sconsiderata, in quel brancicare
senza ritegno tutte le cose che erano importanti per Lexy,
che metto le mani sul libro dei sogni.
Lo riconosco immediatamente, ovvio - quante volte l'ho visto
nelle sue mani? - e mi sembra impossibile che prima d'ora
non mi sia mai venuto in mente di cercarlo. E un libro splendido,
confezionato da Lexy, con una copertina di velluto
azzurro e morbide pagine di carta granulosa fatta a mano. Non
 l'originale, naturalmente, dei tempi dell'infanzia. Quel primo
libro, un taccuino rosso tutto sbrindellato con la copertina
quasi completamente strappata e la rilegatura a spirale con quei
pericolosi spunzoni in fuori, lo usava ancora quando l'ho incontrata.
Ma io, per il nostro primo Natale insieme, le avevo
comprato un kit paper-making, e lei aveva passato settimane a
trascrivere accuratamente ogni sogno dal vecchio libro in quello nuovo fatto da lei.
Lo tengo in mano, stordito dalla scoperta. Per un attimo
cado in preda al terrore, penso che non dovrei affatto aprirlo,
che dovrei rimetterlo dov'era, bruciarlo, togliermelo dalla vista
proprio come i genitori della defunta Jennifer di Lexy avevano
seppellito il suo diario rifiutandosi di carpire i segreti che
conteneva. Nel giro di un istante, per, sento che lo legger.
Come faccio a rinunciare?
Mi avvio verso il divano con il libro in mano e mi siedo. I
sogni sono elencati in ordine cronologico. Lexy aveva undici
anni quando cominci a trascriverli e all'inizio aveva stilato una
lista di tutti quelli che ricordava di aver fatto. Il primissimo, con
la data indicata in modo esitante, con un punto interrogativo,
dato che risaliva a quando lei aveva quattro anni,  uno di quelli
di cui ricordo Lexy mi raccont durante il viaggio in auto a
Disney World: Ero in un castello, ma c'era solo una stanza.
Entr un re e mi fece un verso, e io ero terrorizzata. Anche il
successivo, datato due anni dopo,  un incubo: C'erano ragni
ovunque. Io non c'ero neanche nel sogno, solo ragni. E a nove
anni: Il mio cane, Luce,  morto, e io sono tristissima. A dieci
anni scrive: Mi sono sposata con Jonathan Weiss, quel bambino
della scuola che mi piaceva. Quando mi sono svegliata, ho
pensato che me lo sarei trovato l, e ho girato per tutta la casa
cercandolo. Con il passare degli anni, man mano che lei e i
suoi sogni maturano e si fanno un po' pi complessi, le descrizioni
diventano pi dettagliate, come in questo, scritto
quando aveva dodici anni: Ero a casa della mia amica Lisa, ma
in realt era il McDonald's del centro acquisti Wal-Lex. Cercavo
Lisa ovunque, per dirle che quella non era davvero la sua
casa, ma sua madre continuava a portarmi dietro il bancone
per farmi cuocere gli hot dog. Io le urlavo che da McDonald's
non li vendono proprio, gli hot dog, ma lei faceva come se non
mi sentisse. Tantissimi sogni sono di questo genere: ordinari,
incoerenti, plasmati da una sorta di logica interna propriamente
onirica. Perch questo  il punto... sono solo sogni. Cosa spero
di scoprire?
Volto le pagine, dando una scorsa ai soliti sogni magici e
banali da ragazzina. Uno di questi, che risale a quando aveva
sedici anni, mi mozza il respiro: Ero in cima a un edificio altissimo,
stavo costeggiando il bordo, ed ecco che precipito.
Pensavo che sarei caduta fino a schiantarmi a terra, ma a met
strada ho scoperto che sapevo volare. L'altezza elevata, la caduta...
per un attimo mi sento frastornato. Ma cos tante persone
sognano di cadere, sognano di volare... li ho fatti anch'io,
certi sogni in cui mi sveglio con il cuore che mi batte all'impazzata,
convinto di essere appena caduto sul letto da un'altezza
incredibile - perci concludo che non significa nulla di
particolare.
Salto i sogni del periodo universitario, di esami mancati e
sesso con estranei, pi un incubo ricorrente dei suoi ventanni,
in cui Lexy guida gi per una rampa di gradini di pietra.
Non mi soffermo sulla parte successiva al nostro incontro. Finch
anch'io faccio la mia comparsa, una presenza nuova che ritorna
nei suoi sogni: a volte figura chiave, altre relegato a una
particina di secondo piano. Io e Paul decidiamo di comprare
una nuova casa, ma  talmente grande che mi perdo. Lui continua
a chiamarmi, e io cerco di seguire la sua voce, ma non riesco
mai a trovarlo. Oppure: Sono su un treno da qualche
parte in Europa, e non sono sicura di dove devo scendere, ma
la cosa non mi preoccupa pi di tanto. Mangio dei pasticcini
deliziosi. C' anche Paul. Mi piace leggere quelli in cui compaio
anch'io, anche quando vi ricopro un ruolo irrisorio.  gratificante
sapere di essere apparsi nei sogni di qualcun altro. In
un certo senso  la prova che esisti, che hai consistenza e valore
al di fuori delle mura della tua mente.
Sono talmente tanti i sogni di cui non sono all'oscuro, perch
Lexy ha voluto raccontarmeli - ecco le anime come panni
sporchi, nonch Mi ricordo mia moglie in bianco - che comincio
a vergognarmi. Non mi nascondeva un bel niente, per
lo meno niente che io possa scovare in questo libro. Di quelli
che non mi sono noti, alcuni sono molto criptici, come se la
stessa Lexy non fosse riuscita a ricordare altro che dettagli lacunosi.
Serpente mangia soldi,  riportato in uno di essi.
Cos tanta gente l'ha rimpinzato. E un altro dice solo: Ne
ho messo uno nel metallo, uno nel vetro e uno nel legno.
Nelle annotazioni scritte durante il nostro primo inverno da
sposati, cominciano a spuntare sogni di gravidanze e di nascite.
Ho partorito una neonata che aveva paura di me, dice in
uno. E in un altro: Avevo un bambino, ma non era proprio
mio. In un sogno, Lorelei fa i cuccioli, poi se li mangia uno
dopo l'altro. In un altro, Lexy si ritrova seduta in un'aula di tribunale
con un gran pancione. Mi dispiace, le dice il giudice,
ma dobbiamo interrompere la gravidanza. Lexy abbassa
gli occhi e scopre che la pancia  tornata piatta.
Guardando le date di questi sogni, vedo che risalgono pi
o meno al periodo in cui stavo cercando di convincere Lexy
che sarebbe stato bello avere un figlio. All'epoca, mi sembrava
che lei stesse liquidando l'idea un po' troppo sbrigativamente,
senza ponderarla come meritava, ma ora mi rendo conto
che la decisione doveva pesarle molto, arrivando addirittura
a condizionarle il sonno. Be', e anche se fosse, penso, di nuovo
travolto da uno sprazzo della rabbia di poco fa. Era un desiderio
comprensibile, quello di metter su famiglia insieme.
Non intendo certo sentirmi colpevole per aver voluto le stesse
cose che desiderano i miei simili.
Mi aspetto che i sogni tendano al macabro pi o meno all'epoca
in cui Lexy cominci a fare maschere mortuarie, e invece
mi sbaglio. Perch, in effetti, trovo soltanto un sogno sulla
morte durante quel lungo lasso di tempo, anche se piuttosto
significativo: Sono morta, scrive Lexy, e sono al mio funerale.
Paul  nella fila davanti, e piange. Vorrei tanto consolarlo,cos mi alzo e gli poso la mano sulla spalla, ma lui non sente
che ci sono. Allora mi guarda dritto negli occhi, anche se in
qualche modo io lo so che non mi vede davvero. Piango,
dice, perch  un tale sollievo. Al che mi sveglio.
Ci tengo tuttavia a sottolineare che non tutti i sogni sono di
questo genere. Per ognuno che sembra traboccare di simbolismi
e rivelazioni, ce ne sono altri dieci assolutamente ordinari.
La settimana prima del sogno del funerale, per esempio, Lexy
scrive: Sono al supermarket, e compro una montagna di ananas.
E la notte immediatamente successiva a quella in cui aveva
sognato che la sua morte per me era un sollievo, nel suo
mondo onirico Io, Paul e Lorelei ci siamo messi in auto per
fare un lungo viaggio. Lorelei ha ficcato la testa fuori dal finestrino,
e io e Paul ce la ridiamo di gusto.
Dopo il nostro viaggio a New Orleans, c' un periodo di un
mese circa dove Lexy non ha annotato nessun sogno. Non so
cosa dovrei dedurne; pu essere che in quel periodo mia moglie
non abbia fatto alcun sogno, oppure semplicemente non li
annotava? Il primo elencato dopo questo periodo infruttuoso
non getta molta luce: Nuoto in piscina, ma in realt mi accorgo
di essere nell'oceano. Quando apro gli occhi sott'acqua,
vedo che  pieno di pesci variopinti che nuotano tutto intorno a me.
Provo una certa trepidazione man mano che mi avvicino
alla fine, e le date inesorabilmente arrivano a sfiorare la morte
di Lexy. Non so il giorno preciso in cui ha scoperto di essere
incinta, o anche solo cominciato a sospettarlo, o in cui ha fatto
il test, ma sono sicuro che emerger dai suoi sogni. Ma ancora
una volta sono fuori pista. Questo non  un diario, dopo
tutto;  un'annotazione di sinapsi assolutamente casuali che resistono
ai miei tentativi di attribuirvi un significato. Niente sogni
di neonati nei suoi ultimi giorni. Ce n' uno una settimana
prima della morte - Il mio corpo  coperto di cicatrici dalla
testa ai piedi - che potrebbe riflettere una preoccupazione
per i mutamenti corporei. E, di nuovo, comunque non  detto.
Quattro giorni prima della morte, Lexy sogn che andava
al lavasecco; e poi, un'altra notte, che cucinava un pranzetto
fantastico. L'ultimo sogno della sua vita, o per lo meno l'ultimo
che abbia annotato,  il seguente, datato il giorno prima
della sua morte: Ho sognato che mi aprivano in due e scoprivo
di avere due cuori. Il secondo era piccolo, e di un colore
diverso. Era nascosto sotto quello principale, ecco perch all'inizio
non l'avevano visto. Rimasi di stucco quando me lo
dissero, ma il dottore sosteneva che non ci fosse proprio nulla
di strano. Disse che quasi tutti noi abbiamo due cuori, solo che
non lo veniamo mai a sapere.
Questo mi incuriosisce, e non solo perch  l'ultimo. Non
sar vero che ciascuno di noi ha due cuori? Uno segreto, che
resta appallottolato e girato indietro come un pugno, costretto
a vivere contorto e ristretto sotto l'altro ordinario e manifesto
che usiamo ogni giorno. Mi ricordo, qualcosa come un anno
fa, una notte in cui ero coricato a occhi spalancati accanto a
Lexy, incapace di prender sonno. Per qualche ragione mi misi
a pensare a una donna che avevo conosciuto all'universit, con
cui ero uscito per sei o sette settimane soltanto. Non era stata
una vera storia d'amore, almeno per lei, ma io avevo perso la
testa, e mi vergognai di me stesso vedendo che, a distanza di
tutti quegli anni, ancora mi bruciava che lei non avesse ricambiato
il mio amore. Come pu essere, mi chiesi, che mentre
siamo coricati a letto accanto alla persona che amiamo con tutto
il cuore e tutta l'anima, colei che ci preme pi del nostro
stesso respiro, ancora ci prende una fitta al pensiero di chi ci
ha fatto soffrire cos tanti anni prima? E il tradimento del secondo
cuore, la cui carne  annodata come un polpastrello stritolato
da un solo capello, ormai cianotico per mancanza di sangue.
La strizzata cos disonorevole viene da l. Coricato di
fianco a Lexy, quella notte, fui sorpreso di trovarmi dov'ero.
Sconcertato di fronte all'evidenza che nel frattempo avevo vissuto
una vita intera. E adesso, qui seduto, con tutti i sogni di
Lexy sulle ginocchia, mi diventa lampante che ci sono cose di
lei che non sapr mai. Il colorito scuro del nostro secondo cuore
non  dato dal contenuto dei nostri sogni, ma dai pensieri
che ci passano per la testa in quei momenti insonni in cui di
addormentarsi non se ne parla proprio. E sono quelli i tormenti di cui non facciamo parola con nessuno.
...
.
...
CAPITOLO 39.
...
.
...
Chiamo il detective Stack tutti i giorni, sperando abbia notizie
di Lorelei, ma finora niente di niente. Oggi per mi chiama
lui.
Dottor Iverson, esordisce. Volevo informarla che ieri
notte abbiamo arrestato Remo Platt e Lucas Harrow. Abbiamo
avuto una soffiata sul loro nascondiglio, e ora sono in prigione.
Oh, grazie a Dio, dico. E Lorelei? L'avete trovata?.
Be', non ne sono certo, tentenna. Sono stati recuperati
parecchi cani che si trovavano l, ma non so se il suo fosse uno
di loro. Gli agenti che hanno effettuato l'arresto li hanno dati
in consegna agli addetti del canile. Dove sono tuttora, se vuole
andare a dare un'occhiata.
Grazie mille, detective, dico. Le sono molto grato.
Si figuri, replica. Spero ritrovi la sua Lorelei.
I cani stavano... stavano bene?.
Si interrompe. Alcuni non erano in ottima forma, dice.
Voglio essere sincero con lei. E sul luogo abbiamo trovato
tracce di altri che erano stati... che erano morti.
Capisco, dico. Be', grazie.
Prendo l'auto e mi dirigo al canile, preparandomi al peggio:
Lorelei dopo tutto non  l, oppure c', ma gravemente ferita.
E magari non vuole pi avere niente a che fare con me. Quest'ultima,
lo so,  un'esagerazione, ma in fondo come biasimarla
nel caso lo facesse? Anche i cani riconoscono il tradimento.
Lorelei sa di essersi fidata di me, e io l'ho riportata nel posto
dove una volta le hanno fatto del male. Lei sa che un uomo di
cui aveva paura  venuto a prenderla, e io non ero l per aiutarla.
Cerco di prepararmi all'eventualit che sia morta, ma non
reggo al pensiero. Quando immagino quegli uomini che la maltrattano,
forse la uccidono, comincio ad essere scosso da un
tremito talmente forte che devo accostare l'auto per recuperare il controllo.
Finalmente raggiungo il canile. Parcheggio l'auto ed entro.
C' una giovane seduta dietro il banco della reception. Sembra
una persona gentile. Ha una targhetta con su scritto il nome: Grace.
Salve, dice appena mi avvicino al banco. Mi sorride. Posso esserle utile?.
Lo spero, dico. Ho saputo dalla polizia che la scorsa notte
hanno portato qui dei cani. Uno potrebbe essere il mio.
Ah, dice, il viso che cede un minimo. Intende i cani del caso di maltrattamento?.
S.
 una storia cos raccapricciante. Sono contenta che abbiano
arrestato quei tizi. Se vedesse cos'hanno fatto ad alcuni
di loro.... La sua voce si smorza. Mi perdoni. Di che razza  il suo cane?.
Un ridgeback. Una femmina. Si chiama Lorelei.
Questo  gi qualcosa. In effetti ce l'abbiamo una femmina
ridgeback. Non so se sia quella giusta... nessun cane aveva
addosso targhetta o collare. Ma quella che dico io  un vero tesoro.
Stamattina le sono stata seduta vicina quasi tutto il tempo.
Siamo diventate amiche.
 in buone condizioni?, chiedo.
Grace abbassa gli occhi. Be', sta... sta bene, non si preoccupi,
si riprender presto. Ma le hanno fatto un piccolo intervento.
Stamattina l'abbiamo fatta vedere dal nostro veterinario,
e pare che.... Alza gli occhi, puntandoli dritti nei miei. Le
hanno asportato la laringe.
Oddio, dico. Oddio.
Mi spiace, si rammarica lei. Ma non  una cosa cos terribile.
Si sta riprendendo molto bene. Il veterinario ha detto
che l'operazione  stata fatta come si deve, se la cosa pu
confortarla in qualche modo. Tra un po' sar in gran forma.
Solo che non riuscir ad abbaiare n niente.
Mi si riempiono gli occhi di lacrime. Non riuscir a parlare,
dico. E tutt'a un tratto mi metto a ridere, tanto suona ridicolo
quanto ho appena affermato.
Grace sorride titubante ma, quando parla, la sua voce  gentile.
No, dice. Non riuscir a parlare.
Annuisco e chino il capo, sperando di farcela a trattenere le
lacrime che mi scorrono gi per le guance.
Oh, dice Grace. Oh. Non pianga. Si alza, prendendo
due o tre fazzolettini da una scatola che ha davanti, e fa il giro
per accostarsi a me dall'altra parte del banco. Mi posa la mano
sul braccio e lo stringe leggermente. Vedr che le passer,
dice, allungandomi un fazzoletto. Passer tutto.
Mi lascia un attimo per rimettermi in sesto. Mi asciugo la
faccia e mi soffio il naso, vergognandomi di comportarmi cos
davanti a un'estranea.
Perch non andiamo a dare un'occhiata?, mi invita, cos
vediamo se si tratta proprio del suo cane?.
S, dico. Grazie.
Apre una porta chiusa a chiave e mi accompagna all'interno,
lungo un corridoio pieno di gabbie. Mi sento invadere da
una grande tristezza, perch mi ricorda il canile a casa di Remo.
I cani si lanciano contro le sbarre delle loro gabbie, uggiolando
e abbaiando mentre ci passiamo davanti. Vedo che alcuni
sono feriti, i tagli fasciati con bende bianche pulite.
Quella che dico io  nella penultima gabbia sulla destra,
dice Grace.
Affretto il passo, guardo avanti, cercando di puntare gli occhi
dentro la gabbia giusta. E poi eccomi l di fronte,  proprio
lei, la mia dolce Lorelei, la mia dolce cucciolona. E accucciata
in fondo alla gabbia ma, appena mi vede, salta su e balza nell'aria,
facendo ruotare il corpo in cerchio. Si spinge verso di me
con una forza incredibile, planando con le zampe anteriori
puntellate sulla parte alta della gabbia. Mi guarda dritto in faccia.
Vedo che sulla gola ha una benda pulita. Emette un suono,
un fischio sordo pi che un vero guaito, come il fruscio
dell'aria che soffia dentro una canna palustre. Infilo le dita fra
le sbarre, e Lorelei le lecca vigorosamente.
Lorelei, dico. Ma che brava bambina! Che brava bambina!
Sono cos desolato, piccola. Rido mentre infila la lingua
in mezzo alle sbarre, cercando di arrivare alla mia faccia.
Grace sorride. Immagino sia proprio il suo cane, dice.
Ricambio il sorriso, felice come da un bel po' non mi ricordavo
di esser stato. S, dico. Questo  proprio il mio cane.
Riporto Lorelei a casa con me, torniamo insieme nella nostra
casetta. Le do da mangiare e controllo che le bende siano
a posto, secondo le istruzioni del veterinario. Dopodich lei si
accuccia nel suo angolo preferito e sprofonda nel sonno, le
zampe che si contraggono e si agitano mentre sogna. Mi chiedo
se i suoi sogni, sempre che di questo si tratti - ma in realt
suppongo che non lo sapr mai - abbiano subito una trasformazione,
dati i traumi che ha passato. Mentre se ne sta l al sicuro
nel soggiorno, star sognando uomini con i bisturi, che la
chiudono in gabbia e le fanno bruciare la gola come se le versassero
dell'acido? Perch mai dovrebbero farle una cosa del
genere, quegli uomini il cui obiettivo era di dare ai cani il dono
della favella? E poi tutt'a un tratto vengo folgorato dall'evidenza,
e mi sento cos male che devo mettermi a sedere.  per
colpa mia. Mi viene in mente l'occhiata che Remo e Lucas mi
avevano lanciato quando la polizia aveva fatto irruzione dalla
porta d'ingresso. Sapevano che ero stato io a condurli l, idiota
che sono stato.  stata tutta colpa mia. E siccome non potevano
mettere a tacere me, si sono accaniti su Lorelei. Se l'abbiano
inteso come un messaggio rivolto a me - immaginavano
che sarebbero stati arrestati? - o semplicemente volessero vendicarsi
su di lei, non ne ho idea. Ma  colpa mia, come del resto
sembro essere responsabile di tutto quanto, e non so se riuscir
mai a farmi perdonare da lei.
Lorelei comincia a fare dei rumori nel sonno, tipo sibili ansimanti,
che in altri periodi della sua vita sarebbero stati uggiolii.
Mi inginocchio vicino a lei e le accarezzo il fianco finch
si sveglia di soprassalto e mi fissa con due occhioni sgranati
che sembrano non riconoscermi.
Sst, piccola, cerco di placarla. Va tutto bene. Lei sospira
e rimette gi la testa, piombando in un sonno pi tranquillo.
Qualche giorno dopo io e Lorelei torniamo all'ambulatorio
per una visita di controllo prenotata con il veterinario che le ha
guardato la gola. Mentre usciamo, Grace ci invita a raggiungerla alla reception.
Speravo proprio di rivedervi voi due, dice, girando attorno al banco e chinandosi per salutare Lorelei. Quelli della polizia hanno mandato qua dei collari che hanno trovato sul... be', sapete, sul luogo del reato. In mezzo potrebbe esserci quello di Lorelei. Vuole dare un'occhiata?.
Certo, dico. Mi piacerebbe riaverlo. Ce l'ha praticamente da quand'era cucciola.
Grace estrae una scatola di cartone da sotto il banco e me la piazza davanti.
Pu passarli in rassegna tutti, dice.
Comincio a separare i collari. Ce ne saranno trenta o quaranta: di nylon, di cuoio, luccicanti di gemme artificiali. Su uno c' scritto il nome Oliver con dei biscotti per cani d'argento.
Mi sembra una cosa tristissima. Tutti quegli animali avevano dei padroni che li amavano, e non tutti sono stati fortunati come me e Lorelei. Finalmente individuo il suo collare di cuoio spesso.
E allacciato a cerchio, come se l'avesse ancora al collo. Lo sfilo dalla scatola.
Oh, quello, dice Grace. C' scritto qualcosa all'interno.
Immagino sia opera di quei tizi. Vai a capire perch.
Slaccio il collare e lo rigiro. Vedo delle parole scritte a pennarello e vengo scosso da un sussulto improvviso appena le riconosco.
 la calligrafia di Lexy. Mi occorre un attimo per leggerle bene. Per capire cosa dicono. E cio: Tu sei il mio pi bel cavaliere.
Per poco non mi si mozza il respiro, quasi che il mondo intero si fosse arrestato, mi accascio sul pavimento e affondo la faccia nel collo ancora libero di Lorelei. Bisbigliandole nel pelo la ringrazio per avermi detto ci che lei sa da sempre.
Alzo gli occhi e fisso Grace. La mia defunta moglie..., dico. Non lo sapevo... semplicemente non ne avevo idea.
Resto sul pavimento con Lorelei ancora per qualche momento.
Mi tengo aggrappato a lei, massiccia e calda come una roccia al sole, finch sono pronto per alzarmi in piedi e allacciarle il collare per riportarla a casa.
Appena entrati, mi precipito nel mio ufficio. Adesso capisco, almeno credo, cosa stavo cercando in realt. E infatti  cos, e non mi capacito di non essermene accorto prima: SE sei bello ti tirano le pietre: apprendimento linguistico nella prima infanzia.
Io SOLO sono George Washington. L'amore nel mondo di IERI.
Se almeno ci AVESSI visto giusto!
Non  da loro che l'ho SAPUTO.
Tutto QUEL che occorre per diventare il concorrente di un quiz televisivo.
Volere o volare CHE differenza c'.
Adesso SO chi  il mio ridgeback.
Ma tu non eri qualcuno ? Dove sono finite OGGI le star di ieri. Prima TI analizzo grammaticalmente: la linguistica degli slogan su adesivi, bottoni e magliette.
Non AVREI mai detto che mi sarebbe piaciuta. La musica peggiore del mondo. STRAPPATO dalla foresta.
Giostre da brivido per GLI ardimentosi. Una festa per gli OCCHI. Ragazze dai capelli GRIGI.
Indirizzi utili PER visitare la California del Nord. Come INFILARTENE, di gol, in porta! Una storia del calcio.
Cucinare per DUE. Maschere D'ARGILLA di tutto il mondo.
A Hackensack in giardinetta E altri giochi da viaggio.
Ricette SE non hai tempo di cucinare. 796 modi SOLO per dire Ti amo.
Dimenticati di IERI e goditi il presente. Se non l'AVESSI visto non ci crederei. Cose che non avrei mai SAPUTO.
Come avere successo facendo quello CHE piace. Animale domestico, NON calpestare il DNA.
SARESTI capace di comprare un'auto usata senza farti raggirare.
Ti conviene crederci! Le burle e gli scherzi PI famosi del mondo.
Strano ma vero: sono STATO un giorno con gli extraterrestri.
Il MIO mestiere d'arte con la cartapesta.
Ho fatto un sogno: il Movimento per i diritti civili TI chiama.
AVREI se sapessi mantenere.
L'ESTRATTO mai estratto: il valore linguistico dei giochi di parole.
Al bando la competitivit e viva IL chip.
Esercizi per un CUORE sano.
A proposito DI sogni.
Ferite superficiali della CARNE.
Una stanza tutta PER s.
Vorrei METTERTENE al corrente: gestire la rabbia si pu.
La citt dell'uno.
Lezioni DI piano per imparare a suonare in quattordici giorni.
Le scarpe di PIETRA e altre fiabe.
 tratta da Tarn Lin.  quello che gli confessa la regina degli elfi prima di lasciarlo andare nel mondo dei mortali. Quando sa di averlo perduto per sempre. La volta che Lexy mi raccont la storia, pensai che erano parole amare, dette per ripicca e piene di rancore. E forse la regina degli elfi le aveva pronunciate solo per sfogare quei sentimenti negativi. A leggerle adesso, per, mi sembrano tristissime. Capisco che possano anche essere intese come parole gentili, parole per proteggere. Un incantesimo, dettato dal desiderio di non procurare dolore.
Quante volte, dalla morte di Lexy, avrei voluto avere due occhi incapaci di piangere, un cuore insensibile al dolore?
Ma adesso capisco che quanto lei mi augurava si  avverato per met. Finora ho guardato con occhi d'argilla. E adesso il mio inutile cuore, il mio cuore fallibile, il mio cuore di carne, sembra spezzarsi in due, e al suo interno trovo la verit che immagino vi fosse custodita fin dall'inizio. E finalmente so che la mia Lexy si  uccisa.
...
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...
CAPITOLO 40.
...
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...
Che aria aveva Lexy in quegli ultimi due mesi, nel periodo
trascorso fra il momento in cui concepimmo un bambino e
quello in cui si arrampic sull'albero? Stava bene, cos per lo
meno mi sembrava. Stava bene. La depressione e l'apatia seguite
al nostro viaggio a New Orleans parevano essersene andate,
e cominciava a concentrarsi su nuovi progetti. Un caff
locale, decorato con motivi che richiamavano il carnevale di
Venezia, aveva cominciato a esporre alcune sue maschere sulle
pareti, e di conseguenza Lexy ne vendette alcune. All'inizio
di settembre trascorremmo un weekend al mare e camminammo
in riva all'oceano mano nella mano. Mi bruciai la faccia che
divenne rossa come un peperone per il troppo sole e, una volta
saliti in auto diretti a casa, ci mangiammo mezzo chilo di
dolciumi gommosi. Un mio collega si spos e noi andammo al
matrimonio. Il mio compleanno arriv e se ne and, festeggiato
come di consueto. Passai una settimana a ridipingere il bagno.
Lexy si interess alla cucina cinese e fece delle spedizioni
in un supermercato asiatico per procurarsi gli ingredienti
necessari. Tutto normale, vedete? Se ai tempi non ho prestato
sufficiente attenzione,  perch sembrava tutto cos normale.
Non immaginavo che la fine fosse l dietro l'angolo.
In uno di quei giorni, per, accadde qualcosa che rivoluzion
tutto, e io non me ne accorsi nemmeno. A un certo punto,
Lexy scopr di essere incinta. Mi ricordo che una sera, a
met o fine settembre, si lament di avere la nausea. E una domenica,
forse la settimana successiva, fece un sonnellino, cosa
che non rientrava nelle sue abitudini. Furono quei sintomi a indurla
a fare il test di gravidanza? Anche nel migliore dei casi,
il suo ciclo mestruale credo non fosse molto regolare, ma forse
Lexy not che dall'ultima mestruazione era passato decisamente
troppo tempo. La questione  quando. La questione 
il lasso di tempo in cui deve aver vissuto con quella certezza.
E quanto a lungo io le sia rimasto accanto mentre lei era in stato
interessante, senza percepire nulla di diverso.
Il solo indizio di cui dispongo  quell'angolo di cartoncino
rosa che ho trovato nella spazzatura. Forse posso risalire indietro
nel tempo a partire da l. Da noi passano a raccogliere
la spazzatura una volta alla settimana, naturalmente, ma il cestino
dell'immondizia in bagno non si  mai riempito cos in
fretta da costringerci a svuotarlo tutte le settimane. Non ricordo
esattamente con che cadenza lo facessimo; quell'incombenza,
lo confesso, di solito toccava a Lexy. Vi dico solo questo:
da quando lei non c' pi, non credo di aver svuotato quel
piccolo contenitore pi di una volta al mese. Ma prima, quando
era il ricettacolo dei residui di spugnette usa e getta per il
trucco e batuffoli di cotone imbevuti di detergente di Lexy,
penso di poter dire che si sar riempito nel giro di due settimane.
E quando me ne occupai io dopo la morte di Lexy, era
pieno solo a met. Cos stiamo parlando di una settimana al
massimo;  solo nell'ultima settimana della sua vita che Lexy
scopr di essere incinta. Alla luce di quel che so adesso, e cio
che quella settimana si chiude con mia moglie che si arrampica
sull'albero, intenzionata a porre fine alla sua vita, devo cercare
di ricostruire quel pugno di giorni.
Lexy  morta di mercoled. Comincer dal gioved precedente.
Lexy si svegli prima di me, mi ricordo. Sar quella la
mattina in cui si  alzata di buonora e ha fatto il test? Oggi direi
che forse allora mi era parsa un po' pi vivace del solito, forse
quando mi disse buongiorno sorrise un po' pi a lungo di
quanto avrebbe fatto normalmente. Ma non potrei metterci la
mano sul fuoco. Facemmo colazione insieme e leggemmo il
giornale, poi io andai a fare una doccia e mi vestii per andare
a lavorare.
Cosa fai oggi?, le chiesi prima di uscire.
Ho qualche ordine di Halloween da finire, disse. E oggi
pomeriggio devo andare a fare un po' di spesa.
Niente male come programma, commentai, baciandola.
Be', buona giornata.
Vedete quanto fosse assolutamente ordinaria, addirittura
noiosa, la quotidiana routine di quella settimana? Per quanto
mi sforzi, non riesco a estrapolare alcun significato recondito,
al di l di quello che vidi allora. Andai a lavorare, incontrai uno
dei miei studenti laureandi per discutere dei suoi progressi con
la tesi. Ragionai su una domanda per una borsa di studio che
poi, ovviamente, visto come andarono le cose, non avrei mai
consegnato. Tornai a casa, e Lexy cucin pasta per cena. Guardammo
un film, seduti vicini sul divano. Era tutto cos normale.
Leggemmo a letto, ciascuno perso nel proprio libro, e io
mi addormentai prima di lei. Un altro giorno del nostro matrimonio,
e ne ero soddisfatto. Credo, a tutt'oggi continuo a
crederlo, che lo stesso valesse per Lexy.
Il venerd sera ci fu un temporale. Eravamo impegnati in
un gioco con carta e penna, basato sulla conoscenza delle parole,
che piaceva a entrambi, quando and via la luce. Trovammo
delle candele senza problemi - per qualche ragione,
avevamo ricevuto una miriade di candelieri decorativi come regali
di nozze, per cui avevamo candele ovunque - ma i fiammiferi
si rivelarono un po' pi difficili da scovare. Inciampammo
goffamente dappertutto, andando a sbattere nei tavoli e
urlando per chiamarci a vicenda al buio. Stavamo ascoltando
musica prima che andasse via la corrente, e le nostre voci ci sorpresero
come fortissime nell'improvviso silenzio. Lorelei era
sconvolta - tuoni e lampi la terrorizzavano - e io sentivo il suo
ansimare affannoso mentre vagavo per la casa. Finalmente trovai
dei fiammiferi sul davanzale sopra l'acquaio di cucina, e accendemmo
alcune candele. Nella luce soffusa distinsi Lorelei
incastrata in un interstizio fra il divano e la parete. Sussultava
scossa dai brividi e salivava dal terrore.
Oh, povera piccola, disse Lexy. And a sedersi sul pavimento
accanto a Lorelei e prese ad accarezzarla e a parlarle sottovoce.
Io mi piazzai sul pavimento vicino a Lexy, e insieme cercammo
di calmare il nostro cane che tremava come una foglia.
Mi sono sempre chiesta, disse Lexy, se la sua paura dei
temporali abbia qualcosa a che fare con quello durante il quale
si  smarrita il giorno che l'ho trovata.
Pu essere, ipotizzai. Ma penso che quasi tutti i cani siano
impauriti dal rumore.
Ti ho mai detto, mi chiese, perch l'ho chiamata Lorelei?.
No. Pensavo solo ti piacesse il nome.
Be',  cos. Ma proprio all'incirca in quel periodo il caso
volle che stessi anche leggendo un mucchio di mitologia, nella
speranza di trarre nuovi spunti per le maschere. Non ne potevo
pi di Meduse e Baccanti - o si dice Bacchi?.
S, credo sia Bacchi e basta. Baccanti si riferisce alle
sue adoratrici donne, come recita il titolo di una tragedia di
Euripide.... Facevo apposta a fare il pomposo. A volte mi divertivo
a enfatizzare il mio personaggio di trombone accademico,
affinch Lexy lo sgonfiasse punzecchiandolo.
Bene, disse Lexy, interrompendomi. Ma per tornare alla
mia storia.... Scoppiammo a ridere all'unisono.
Bene, dissi. Scusa.
E cos uno dei miti in cui mi ero imbattuta era la storia di
Lorelei.  di origine tedesca. La conosci?.
No.
Narra di una bellissima donna che si anneg perch il suo
amante le era infedele, ma poi si trasform in una sirena e si
sedette su uno scoglio del Reno dove cominci ad attirare i
marinai facendoli cadere fra le braccia della morte con la sua
meravigliosa canzone.
Cos tu l'hai letta e hai pensato: proprio il nome ideale per
un cucciolo?.
No, certo che no. Ma appena ho visto Lorelei che tremava
sotto la pioggia, mezza annegata, ho pensato che sembrava
una figura tragica molto simile. E quell'espressione preoccupata,
anche quando  felice, poi non le  mai venuta meno.
Sembrava calzarle a pennello, tutto qui.
Immaginai una donna con il muso canino di Lorelei seduta
su uno scoglio che ululava una canzone astrusa.
Ma poi l'hai mai fatta una maschera da Lorelei?, chiesi.
Quella mitologica, intendo.
S, ma non mi  venuta tanto bene. Me la vedevo con quell'espressione
ossessionata talmente straziante, ma era difficile
renderla con le fessure ritagliate al posto degli occhi. Ma non
mi ha mai soddisfatto del tutto.
Ce l'hai ancora?.
No, l'ho venduta a una coppia di tedeschi che non conoscevo.
In realt stavano cercando qualcosa di pi americano
come souvenir, tipo una maschera da Bill Clinton o robe cos,
ma appena ho riconosciuto il loro accento, ho insistito finch
non hanno comprato la maschera da Lorelei. A differenza di
tutti gli altri, conoscevano benissimo il mito, e io li convinsi
che avrebbero fatto un affare comprandola.
Si sent lo scoppio fragoroso di un tuono e Lorelei fu scossa
dai brividi sotto la mia mano.
Sst, piccola, dissi.  tutto a posto.
Ma non sembr affatto calmarsi. Quando io e Lexy andammo
a dormire, lasciammo che salisse sul letto e si coricasse in
mezzo a noi, e per tutta la notte il mio sonno fu disturbato dai
suoi tremori e dai suoi guaiti. Solo quando smise di piovere e il
sole mattutino rivel un mondo lavato e rimesso a nuovo, il corpo
di Lorelei si rilass e, intervenuto il sollievo da scampato pericolo,
chiuse gli occhi scivolando subito nel sonno.
Il mio ultimo weekend con Lexy fu di estremo relax, con
tanti momenti tranquilli che avrebbe potuto benissimo sfruttare
per rivelarmi il segreto che si teneva dentro. Era autunno, stagione
di vendite in giardino, e passammo il sabato pomeriggio
in giro per il quartiere, avventurandoci in auto in zone mai battute
prima, e cercando di decifrare la calligrafia di gente che
aveva scritto cartelli mal calcolando lo spazio, trovandosi a stipare
tutti i dettagli in un angolino in basso. Ci divertivamo a
lanciarci in quelle perlustrazioni insieme, una lieta reminiscenza
dell'occasione che ci aveva fatti incontrare. Io comprai una
maglietta senza maniche che a Lexy non piaceva affatto e un
orologio da parete per il mio studio; lei acquist un macinino
da caff elettrico e una vaschetta per fare i cubetti di ghiaccio
a forma di cuore. Disse che li adorava, perch erano cos kitsch.
Adesso la cosa che mi colpisce di pi  quanto facesse affidamento
su quegli oggetti. Immaginava ancora un futuro in cui
la mattina avremmo bevuto insieme il caff fatto con i chicchi
appena macinati, in cui avremmo lasciato cadere dei cuoricini
di ghiaccio nei bicchieri per vederli tornare a galla.
Giunti alla nostra ultima tappa per quel giorno, Lexy si
ferm davanti a un tavolo con dei giochi per bambini. Prese in
mano una maschera da Halloween di plastica, di quelle con
l'elastico graffettato ai lati per non farla scivolare via dalla faccia.
Era una maschera da Frankenstein dalle tinte sgargianti, e
alquanto inconsistente.
Secondo me le tue sono pi belle, dissi a Lexy, parlando
sottovoce di modo che la donna seduta sulla sedia a sdraio
poco pi in l non sentisse.
S, ma queste sono simpatiche. A chiunque di noi ricordano
l'Halloween della propria infanzia. Mi sa che la compro.
Pag un quarto di dollaro alla donna, e attraversammo il
prato per tornare all'auto.
Anzi, disse Lexy, e mi prende una fitta al petto a pensarci,
quasi quasi comincio a collezionarle.
La domenica dormimmo fino a tardi e Lexy fece le crpe,
seguendo la ricetta di un libro di cucina.
Non avevo idea che fossero cos facili, disse. Mia mamma
non ha mai cucinato niente che richiedesse un minimo di
applicazione, e io ero gelosissima quando andavo a dormire a
casa delle amiche e tutte avevano quel genere di mamma che
la mattina si metteva a fare le crpe per colazione. E adesso mi
rendo conto che non ci vuole niente.
Lo vedi?, dissi. Saresti una mamma perfetta.
Lexy mi fiss a lungo, e a posteriori penso che quello sarebbe
stato il momento migliore per darmi la notizia. Ma non
lo fece. Si gir dall'altra parte per versare altra pastella nel tegame
e si limit ad ammettere: S, immagino di s.
Archiviai l'informazione nel mio cervello sotto la voce piccolo trionfo. Pensai che avrei tirato fuori di nuovo l'argomento, se la questione figli si fosse presentata di nuovo in un discorso.
Mangiai le crpe felice come una pasqua, sollevato da quella piccola concessione. Forse c' speranza, pensai.
Nel pomeriggio andammo a fare una passeggiata, e poi al cinema.
Mangiammo nella nostra pizzeria preferita. Domenica fu una giornata deliziosa. E luned nulla di particolare.
Ma il marted. Marted. Marted fu il giorno del nostro ultimo litigio.
...
.
...
CAPITOLO 41.
...
.
...
Ci stiamo avvicinando. Ci stiamo avvicinando alla fine, lo sapete
eccome, l'avete saputo fin dall'inizio, a partire dalla primissima
frase che ho detto. La mia tensione aumenta sempre pi man mano che procedo, quasi volessi rallentare e accelerare allo stesso tempo.
Marted al lavoro era stata una giornata lunga... in teoria
avrei dovuto ultimare la mia domanda per la borsa di studio,
ma continuavo a distrarmi. A un certo punto mi ritrovai a pensare
al mito di Lorelei. Nella mia mente continuava a riaffacciarsi
la sagoma che mi ero immaginato la notte del temporale:
una combinazione delle due Lorelei, il cane e la sirena, una
donna con i capelli fluenti che intona una canzone letale, il volto
umano sostituito dai tratti seri e corrugati di un ridgeback.
Era un'immagine accattivante, cos come me la figuravo io, e
mi indusse a pensare che forse avrebbe potuto diventare il
prossimo grosso progetto di Lexy. Aveva un'aria un po' demotivata
da quando aveva finito di lavorare alle maschere del
Macbeth estivo, e pensai che la mia idea fosse proprio quello
che ci voleva per lei. Riuniva alcuni elementi che lei aveva utilizzato
in passato, e in pi si prestava a combinazioni infinite;
aveva a disposizione tutta la mitologia e tutti i cani del mondo
su cui lavorare. Gli egiziani non avevano forse un dio con il
muso da cane? Perch non provare a vedere come lo stesso avveniva
in altre mitologie? Mi immaginai Medusa con il muso
ringhiante di un doberman, i capelli di serpenti che spuntavano
dal lucido pelo nero della fronte. Mi vidi la Venere di Botticelli
che si levava da un mollusco bivalve con il muso dolce
di un cane da pastore delle isole Shetland. Feci alcuni schizzi
veramente maldestri. Disegnai un Cupido con il muso di un
carlino, un'Atena con la faccia da dalmata che erompeva dalla
fronte da labrador del padre Zeus. Disegnai Ermes con il
copricapo alato posato delicatamente sulle orecchie di un terrier
Jack Russell. L'idea cominciava a entusiasmarmi. I miei disegni
erano mediocri, ma di sicuro Lexy sarebbe stata in grado
di fare decisamente meglio.
Guardai l'orologio. Erano le quattro, ormai era evidente che
per quel giorno non sarei andato avanti con il mio vero lavoro.
Lasciai l'ufficio e mi diressi in biblioteca. Trovai un libro illustrato
sulla mitologia mondiale e uno sulle diverse razze canine.
Usando la fotocopiatrice, un paio di forbici e del nastro
adesivo che avevo preso in prestito dal banco di consultazione,
creai alcuni prototipi. Ed ecco saltar fuori Poseidone con
il muso di un cane da acqua portoghese. E poi Ade con una
smorfia a guance gonfie da bulldog. Scoppiai a ridere da solo
vedendo quello che avevo realizzato, attirandomi le occhiatacce
di diversi studenti l intorno (eravamo quasi a met semestre
e la biblioteca era gremita). Le immagini che avevo creato erano
grossolane e sproporzionate, ma personalmente vi intravedevo
qualcosa di significativo. Almeno sarebbero servite per
dare a Lexy una vaga idea di quel che avevo in mente. Feci
un'ultima illustrazione, con la faccia di un ridgeback in cima a
un corpo di sirena - non riuscii a trovare una figura della
Lorelei tedesca, cos usai una delle sirene greche - e mi avviai a
casa per mostrare le mie creazioni a Lexy.
Quando entrai in cucina, lei stava tagliando la verdura per
cena. La baciai sulla fronte e mi misi a sedere dall'altra parte
della tavola. Mi sorrise.
Ciao, disse. Com' andata oggi?.
Bene, dissi. Splendidamente. Mi  venuta un'idea grandiosa.
E cio?, domand. Accanton le fettine di cipolla che
aveva tagliato e mise sotto un peperone rosso.
Be', in realt  un'idea per te. Potrebbe essere il tuo prossimo
progetto.
Pos il coltello e mi guard con aria circospetta. Sentiamo,
disse. Ma lo sai che non mi va molto di utilizzare le idee
degli altri per il mio lavoro. In un qualche modo deve scaturire
da me, lo capisci vero? L'ispirazione deve venirmi da dentro.
Tipo, ti ricordi quando hai pubblicato il tuo primo testo
di linguistica, e tuo zio di punto in bianco  saltato su riferendoti
tutte le sue idee per scrivere gialli? Non mi risulta che tu
sia stato indotto a mollare tutto il tuo lavoro per elaborare le
idee di qualcun altro.
Be', no, certo che no. Le sue idee erano terribili. Ma penso
che quello che ho per te non sia niente male. Almeno lascia
che te lo mostri.
Sospir. E sia, ma prima sappi che potrei non voler accettare
i tuoi consigli.
Tirai fuori i disegni e le fotocopie dalla tasca della giacca e
spiegai le pagine sulla tavola. Lexy guard il tutto con aria scettica.
Senza accennare un sorriso.
Vedi, dissi, sono figure tratte dalla mitologia che hanno
musi canini al posto delle facce. Non  stimolante?.
Lei si strinse nelle spalle. Immagino di s, disse.
Be', queste non sono fatte molto bene, naturalmente, ma
penso che se le facessi tu.... Lei non replic. Teneva gli occhi
puntati sulla tavola, rifiutandosi di incrociare il mio sguardo.
Vedi, continuai, l'idea mi  venuta sentendo la tua storia
sul mito di Lorelei e come hai descritto la comparsa di Lorelei
il cane, che in qualche modo evocava il personaggio del
mito. E ho cominciato a figurarmi quella sirena mitica con il
muso di Lorelei, tutto qui. Passai in rassegna tutte le pagine
finch trovai quella con il ridgeback. Guarda,  questa.
Lei prese il pezzo di carta e lo guard, poi lo lasci ricadere
sulla tavola.
Solo che non  cos semplice, Paul, protest. Tutt'a un
tratto dalla sua voce trapel una certa acredine. Guarda, da
alcune non si pu nemmeno pensare di realizzare delle maschere.
Questa Venere nella conchiglia... facendo solo la testa,
nessuno capirebbe cosa rappresenta.
Be', basta mettere un titolo che lo spieghi...  quello che
fanno gli artisti, no? Puoi chiamarla Venere Pastorella delle
Shetland, o qualcosa del genere. Venere Pastorella delle Shetland n. 1.
Ah, quindi adesso dovrei anche farne pi di una di queste
maschere? Un'intera serie di Veneri Pastorelle delle Shetland?
Ed  cos che accamperei il diritto di entrare nel novero degli
artisti famosi?.
Lexy, ho passato mezza giornata a lavorarci sopra. Almeno
potresti....
Be', io non ti ho chiesto niente.
Non capisco perch te la prendi tanto, dissi, la voce gi
pi alta. Volevo semplicemente aiutarti. Sei stata qui a ciondolare
per mesi, in attesa che ti saltasse in testa una nuova idea
su cui lavorare. Perch almeno non prendi in considerazione
la mia proposta?.
Perch  una stronzata.
Non capisco per quale motivo sarebbe peggiore di certe
tue trovate. Anime come panni sporchi? Cosa diavolo
sono?.
Si alz da tavola e mi fiss con due occhi talmente pieni d'ira
che non riuscii a sostenere il suo sguardo. Non credo alle
mie orecchie, disse, la voce tremante. Serrava e riapriva i pugni.
Emise un singulto di rabbia e frustrazione strozzate, e con
un solo gesto sbatt tutto gi dalla tavola: fogli, verdure e tagliere.
Il coltello and a sbattere sul pavimento, cos forte che
fin per rimbalzarle addosso, e lei dovette fare un passo indietro
per schivare il colpo.
Non fui molto indulgente. Fantastico, dissi freddo. Ecco
che ci risiamo.
Lexy lev il pugno e lo sbatt fortissimo sulla tavola una,
due volte, poi si ferm e si sfreg la mano come se le facesse
male.
Va' al diavolo, disse, e usc dalla stanza tutta rigida e muovendosi
a scatti. Sentii la porta del seminterrato che sbatteva.
Raccolsi le mie carte dal pavimento e le distesi, ma lasciai
tutto lo sporco delle verdure che aveva pulito. Vidi che il tagliere
di legno si era spaccato in due.
Camminai nervosamente su e gi per il pavimento della cucina,
sempre pi arrabbiato. Perch tutto doveva essere cos
maledettamente difficile? C' gente, pensai, che vive con molti
meno problemi. Persone niente affatto preoccupate che il
minimo gesto di gentilezza da parte loro possa suscitare la furia
di chi amano. Fu allora che, per la prima volta, pensai di
lasciare Lexy. Per un attimo, uno soltanto, vidi la mia vita senza
di lei e mi parve migliore. Pi facile. Pi leggera. Al che il mio
secondo cuore sembr veleggiare libero nell'aria. Ma in quello stesso istante sentii un urlo dal piano inferiore.
Scesi nel laboratorio di Lexy e la trovai seduta sul divano,
che piangeva. Aveva un libro sulle ginocchia, un gran tomo con
delle foto di maschere africane, con sopra un pezzo di carta. Teneva
le mani davanti a s, e se le guardava. Erano coperte di
un liquido rosso che in un primo tempo pensai fosse sangue.
Colando sulla carta vi aveva formato una pozzettina.
Cos' successo?, chiesi.
Ero talmente fuori di me, disse. Non sapevo dove sbattere
la testa.
Cos'hai fatto?, domandai.
Be', ho pensato che forse scrivere mi avrebbe fatto bene
ma, appena ho iniziato, ho perso il controllo e ho preso a picchiare
la penna sulla carta pi forte che potevo, fino a pugnalarla,
e a quel punto la penna si  rotta.
 inchiostro, quello?, chiesi.
Annu. Abbandon la testa in avanti e cominci a singhiozzare
ancora pi forte.
Cosa mi prende?, si domand. Ho rotto una penna. Che
razza di persona  una che fa una cosa del genere?.
Rimasi semplicemente a guardarla piangere. Cercai di chiamare
a raccolta la forza necessaria per avvicinarmi a lei, per
consolarla, ma poi mi concentrai sulla penna completamente
sfasciata che aveva in mano, e solo allora la riconobbi. Una
penna d'oro che mi avevano regalato i miei genitori per la laurea.
La usavo per correggere i saggi e gli esami scritti; motivo
per cui la tenevo piena di inchiostro rosso. Era una penna a cui
ero molto affezionato e, anche se da allora non  passato un
giorno senza che mi sia pentito del mio comportamento, in
quel preciso istante non riuscii proprio ad essere tenero con
Lexy.
Io torno di sopra, dissi. Pensi che riuscirai a evitare di
fare a pezzi altre cose mie?.
La lasciai l seduta, in lacrime, con le mani coperte di inchiostro
che sembrava sangue.
Non la vidi per il resto della serata. Rimase nel seminterrato
anche dopo che fui andato a dormire. E anche se quando mi
coricai a letto la mia rabbia era ormai sbollita, anche se tolsi tutta
quella verdura dal pavimento e le lasciai un biglietto con su
scritto che mi dispiaceva, ormai il danno era fatto. Quella notte,
mentre dormivo, Lexy sollev la cornetta, chiam Lady Arabelle
e le confid il segreto che non aveva ritenuto opportuno
svelarmi. Sono perduta, disse. Non so cosa fare. E mercoled
mattina, quando si svegli, quando si vest, quando mi
chiese scusa a colazione, baciandomi una volta sulla bocca prima
che uscissi per andare a lavorare, fece quelle cose una per
una sapendo benissimo che sarebbe stato l'ultimo giorno della
sua vita.
O forse no. Ma potrei sbagliarmi su quest'ultimo punto. Conoscendo
la mia Lexy, come si affidava all'impulso del momento,
e la sua teoria che il suicidio  un attimo, credo che
non avesse deciso nulla finch non si era trovata in cima all'albero
e aveva guardato il mondo di sotto. E questa, solo ora me
ne rendo conto,  stata la grande menzogna della sua vita, e della
sua morte. Perch per la maggior parte di noi il suicidio 
l'attimo a cui non cederemo mai. Sono solo le persone come
Lexy che, consapevoli del loro desiderio recondito di farlo, credono
di dover compiere una scelta. E cos Lexy, trascorrendo
la sua giornata come sempre, lasciandomi enigmi da risolvere,
ha voluto credere che le restasse ancora la possibilit di scendere
dall'albero incolume. Garantendosi cos l'assoluzione.
Com' che accade, Lexy? Ti alzi e ti senti... cosa? Una pesantezza,
un dolore dentro, una pietra sul cuore, s. Come la
carne un po' gualcita. La sensazione che qualcuno ti abbia sfregato
tutte le superfici interne fino a scorticarle. Una voce nella
testa... no, non voci, non senti parlare qualcun altro, niente
di cos folle, bens la tua voce interiore, la stessa che normalmente
ti guida - All'angolo svolta a sinistra, o Non dimenticarti
di passare dall'ufficio postale -, solo che adesso dice:
Mi odio. E anche: Voglio morire. Comincia dal mattino,
appena ti svegli. Vedi il sole filtrare dalle tende, sar anche una
giornata stupenda, non importa. Ti giri sull'altro fianco per vedere
di dormire un altro po', ma  gi troppo tardi anche per
quello. Il giorno ti grava addosso. Vuoi nasconderti, vuoi
appallottolarti in un mucchietto, ma non  nemmeno quello che
desideri. Alla fin fine. Non placa la tua mente, macch, e il dolore
non passa. Non risolve in alcun modo. Hai tutta la giornata
davanti. Come arrivare a sera? Vuoi scappare, ma non c'
un posto dove puoi andare per liberarti di quel macigno. Ti
opprime come un senso di nausea. Non ti molla neanche nel
sonno, vedi: ti svegli con la mandibola dolorante per aver digrignato
i denti durante la notte, e con la sensazione di aver
passato tutte quelle ore a temere proprio il momento del risveglio.
Del sole splendente non sai che fartene. Piangere a volte
serve, cos come i conati di vomito possono dare temporaneo
sollievo alla nausea. E comunque ti si contorcono le
budella esattamente come prima.
Non vuoi alzarti dal letto, ma non vuoi incarnare quel clich,
sai che l si annida il pericolo. Cos ti alzi, e cerchi di trarre
piacere dalle piccole cose, il primo caff nella tua tazza preferita,
lo spruzzo fresco di menta in bocca quando ti lavi i denti,
ma ti rendi conto che lo sforzo di attribuirvi un senso  eccessivo.
Fai colazione con tuo marito, il tuo dolce marito del tutto
ignaro, che ovviamente vede solo la promessa di un nuovo
giorno davanti a s. E come al solito ti scusi - ti dispiace, ti dispiace
sempre, una sensazione familiare come assaporare l'acqua,
spinta dalla sete - e lo baci sulla bocca mentre esce dalla
porta e sparisce dalla tua vista.
Durante la mattinata te la passi come sempre, ma i rapporti
che intrattieni con le persone suonano falsi, e anche le interazioni
minime che in altri momenti dai per scontate diventano
un problema: la necessit di sorridere ai vicini lungo la
strada, parlare cortesemente al ragazzino impacciato con quella
faccia orrenda che suona per consegnarti la spesa. Il sorriso
sulla tua faccia sembra fuori posto. Guardi gli altri, e sai che
tutti hanno i loro guai, ma sembrano prendere molto meglio
l'intera faccenda. Non hanno quel risucchio nella voce quando
parlano.
Ti costringi a impegnarti nelle piccole incombenze di ogni
giorno, da farsi e basta: compilare l'assegno per pagare la bolletta
del gas, infilare i surgelati nel freezer, ma i compiti meno
impellenti, non cos cruciali in quel preciso istante ma che alla
fin fine plasmeranno la tua vita in qualcosa di degno di essere
ricordato, sono pi difficili da affrontare. Preferisci perderti in
una stupidaggine che ti fa solo sprecare il tuo tempo ma almeno
ti tiene impegnata la mente per alcuni momenti: televisione,
parole incrociate, un rotocalco di pettegolezzi. Hai passato
intere giornate in questo modo. E poi ti prende il terrore,
perch un altro giorno della tua vita se n' quasi andato, e cosa
ne hai fatto? Cosa troveranno, ti domandi, alla mia morte?
Anni interi possono passare cos. Anni. I piaceri del corpo,
cibo e sesso, camminare sotto le chiome di foglie autunnali,
tutte piccole consolazioni, ma anche cos impegnata la tua mente
non manca di ritirarsi sullo sfondo, preoccupata, addolorata,
piena d'odio, di disperazione. Quei serpenti sulla testa non
ti proteggono da nulla. Forse  sempre stato cos. Cosa puoi
fare per conquistarti un po' di felicit? In tutto il vasto mondo
sembra non esistere nulla. E allora come potresti anche lontanamente
immaginare di accogliere un bambino in questa tua
vita allo sfascio? Non ti fidi di te stessa neanche per un secondo.
Pensi di non potercela fare in niente. Come te la caverai
quando ti ridurrai di nuovo in queste condizioni? Farai dei
danni al bambino, inutile negare. Come puoi correre quel rischio?
Tuo figlio, il figlio di Paul, meriterebbe molto pi di
questo.
Vedi te stessa cedere alla tentazione di coricarti a letto a
met pomeriggio. Lasciando per terra la spesa di prodotti non
deperibili ancora dentro i sacchetti per due giorni. Noti un libro
sotto il divano, ma passa pi di una settimana prima che ti
degni di chinarti per raccoglierlo. E la polvere che intanto si accumula.
Perch un bambino dovrebbe ritrovarsi in una situazione
del genere? Non ce la faresti a crescerlo come si deve, e
la posta in gioco  troppo alta per azzardarsi. Solo, pensa un
po',  qui che hai sempre voluto arrivare. Al di sopra di tutto.
In quel momento hai sentito che c'era speranza, non  cos,
quando hai scoperto che portavi dentro una nuova vita? Hai
sentito che c'era speranza. Hai pensato: s. Forse posso farcela
dopo tutto. Ma poi abbiamo litigato e ti sei sentita invadere
il corpo dalla rabbia. Ti sei ricordata chi eri. E se solo ieri avessi
saputo quel che sai oggi...
Ma ti conosci. Non c' niente da fare. E possibile che tu
debba rinunciare a qualcosa,  quello che ti ha detto la sensitiva,
pu darsi che tu debba privarti di una cosa a vantaggio di
un'altra pi importante. E qualsiasi atto  meglio di niente. Lasciar
andare  la prova pi dura che tu abbia mai affrontato.
Ma forse la pi coraggiosa. La pi matura. Stai facendo la cosa
giusta.
Ti preoccupa solo Paul, il dolore che prover a causa tua.
Ma sai che riuscir a superarlo. Gli lasci un messaggio, con parole
tratte da titoli di libri, una frase in un collare, un puzzle
che spetter a lui ricomporre. Un antidoto perch il lutto non
si protragga all'infinito. E Lorelei... gli lasci Lorelei. Non resta
altro da fare. Passi all'azione, e non ci pensi pi.
Cos esci in giardino e ti arrampichi su un albero.  pi arduo
di quel che ti ricordi dall'infanzia, e quando arrivi in cima
ti fanno male le mani, graffiate dalla corteccia ruvida e dura a
cui si sono aggrappate. Ti sistemi su un ramo, e contempli la
vista che si gode da l. Aspetti di vedere se da quella prospettiva,
guardando tutto dall'alto, le cose sembrano pi nitide. Ed
 cos. Non ci rifletti sopra, non tentenni. Ti alzi in piedi, tenendoti
in equilibrio sul ramo. Provi una sensazione inebriante,
a startene l cos. Ti senti come se avessi infranto qualche legge
della fisica. Quasi camminassi nell'aria. Spalanchi le braccia
e chiudi gli occhi. Ti tendi indietro, slanciando la testa per sentire
il sole sulla faccia. E molli tutto, ed  un tale sollievo. E precipiti.
Finiremo qui, con Lexy ancora a mezz'aria. Un fermo immagine,
un accorgimento cinematografico che la trattiene per
sempre prima che si abbatta al suolo. Guardatela, come fluttua
nel sole autunnale, i capelli soffiati in alto dalla forza del
vento. Ha le braccia spalancate, e la camicetta, sospinta dall'aria
sotto, si  gonfiata in morbide ondulazioni. Non guarda la
terra gi che sfreccia verso di lei; guarda il cielo lass. Ma ha
la testa voltata leggermente dall'altra parte rispetto a noi, ed 
su questo dettaglio che torno all'infinito. Per quanto mi accanisca
a ricatturare quell'immagine osservandola attentamente, non riesco a vederle la faccia.
...
.
...
CAPITOLO 42.
...
.
...
A questo punto mi ritrovo alquanto smarrito. Quale sia il
passo successivo, non ne ho idea. Non ci sono altri puzzle da
ricomporre, gli indizi da seguire sono finiti. La mia ricerca 
giunta a un punto d'arresto; anche se non ci fosse il raspio ansante
di Lorelei a rammentarmi giornalmente che il mio lavoro
 destinato all'insuccesso, il ricordo di Dog J  per me un
monito costante che non tutto si pu osare in nome della scienza
o dell'amore. Eppure, evidentemente non ce la faccio a mollare.
Resto qui seduto in casa mia, la casa di Paul, circondato
da indizi, nessuno dei quali sembra tornarmi utile. Li posso disporre
come voglio davanti a me, ma non ce n' uno in grado
di suggerirmi come continuare a vivere.
Continuo a pensare alla bistecca che Lexy cucin per Lorelei.
Mi vedo benissimo la scena: mia moglie in piedi davanti
alla stufa, Lorelei che le ronza attorno, attratta dal profumo
della carne sul fuoco. Lexy che le piazza la bistecca sul pavimento.
La scia di sugo e di grasso della carne, che aspetta solo
le leccate di Lorelei. Poi, forse nel giro di pochi minuti, il corpo
di Lexy che giace per terra. Qual  il filo conduttore che
lega insieme questi fatti? Il sangue sparso sul fango e il sangue
sparso sul pavimento di cucina. Cosa significa?
 in parte per distogliermi dal logorio di questi pensieri che
decido di arrampicarmi sull'albero. Voglio solo vedere come
appare il mondo da lass. Desidero soltanto godere della stessa
vista che ha contemplato Lexy.
Chiudo Lorelei in cucina ed esco in giardino.  una giornata
calda, ma mi sono infilato i pantaloni lunghi e una camicia a
maniche lunghe. Ne  passato di tempo dall'ultima volta che
mi sono arrampicato su un albero, e un uomo di mezza et con
le ginocchia e i gomiti sbucciati  un'immagine assai patetica.
Faccio diversi tentativi prima di riuscire ad aggrapparmi saldamente
e cos iniziare la mia vacillante scalata. Mentre mi sollevo
su uno dei rami pi bassi, chiedendomi se sar abbastanza
robusto per reggere il mio peso, sento uno strano rumore di
qualcosa che gratta provenire dalla porta di cucina.  Lorelei
che tenta di uscire. Abbiamo una porticina per il cane che immette
in giardino, ma lei non la usa mai. L'aveva montata il padrone
precedente di quella casa, che doveva avere un cane di
taglia pi piccola di Lorelei, perch per lei  troppo stretta;
deve strizzarsi per passarci. Ma adesso, mentre guardo, vedo la
porticina aprirsi di scatto e il naso di Lorelei spuntare fuori.
Emettendo il suo flebile guaito fischiettante, si incunea in quell'interstizio.
Ho paura che rimanga incastrata.
Lorelei, le grido. Resta in casa.  tutto a posto, piccola.
Ma lei si divincola e si contorce finch riesce a spingersi fuori
a met, e poi esce lanciandosi a rotta di collo, a occhi sgranati
e in preda allo spavento, saltando e producendo quel rumore
che ora viene scambiato per un latrato. Balza verso
l'albero. Fissandomi con due occhi spalancati che non mi stacca
pi di dosso, salta e balla attorno alla base del tronco, abbaiando
con quel suono ridotto a un soffio.
Un'immagine mi si affaccia alla mente, quella del cane nei
tarocchi che mi ha descritto Lady Arabelle, l'animale che abbaia
al Matto sul punto di precipitare gi dal dirupo, e a un
tratto tutto  chiaro. Lorelei ha cercato di fermare Lexy.  una
botta in testa,  come cadere. Resto senza fiato. Ecco perch
mia moglie cucin la bistecca per Lorelei. Per distrarla, per tenerla
buona. Lexy usc per arrampicarsi sull'albero, con quei
pensieri di abnegazione che le vorticavano in testa, e il solo
proposito di farla finita. Ma Lorelei le fece capire che non le
avrebbe reso la cosa tanto facile. E a quel punto come avrebbe
fatto, Lexy, a portare fino in fondo quanto si era prefissata,
in che modo realizzare i suoi piani, davanti a un amore cos
indomito e feroce? Impossibile. Non c'era verso. Cos rientr
in casa e diede al suo cane un ultimo contentino. Prese la
bistecca dal tegame e la depose per terra davanti a Lorelei, senza
nemmeno rivolgerle quelle frasettine scherzose con cui i
padroni amano prendere un po' in giro i loro cani, il solito
preliminare provocatorio tipo Me la mangio io questa
bont?. E Lorelei, scodinzolante, Lorelei fu ben grata di accettare.
Provate a vedere la cosa dal suo punto di vista. Ha davanti
una bistecca tutta per s.  un dono, un premio per la sua sorveglianza.
 stata proprio brava, e quella  la prova. Immaginate
la gratitudine, il sollievo che deve aver provato. E Lexy,
trattenendosi per osservare quella manifestazione di fame e
soddisfazione animale, quell'appagamento vorace degli appetiti
che poi d il gusto di vivere, si sar fermata a domandarsi
cosa stesse facendo? L'avr fatta riflettere? L'avr portata sull'orlo
del ripensamento, anche solo per un attimo? Oppure era
troppo concentrata sul suo obiettivo per metterlo in discussione
un secondo, dato che per portarlo a termine aveva solo
il tempo che un cane affamato impiega per spazzolare un pezzo
di carne? Lorelei si perse un istante, uno soltanto, nel profumo
della carne che permeava la cucina, mossa dall'impeto di
dilaniare la carne con i denti, e quando lev gli occhi, quando
ebbe finito di leccare il pavimento ripulendolo del sugo della
carne, Lexy non c'era pi. Puff, scomparsa. Lorelei, tradita dal
suo stomaco e dal suo sensibilissimo senso dell'odorato. Depistata
dal contorcimento del naso nel sentire l'aroma della carne
sul fuoco e della saliva che sbavava dalla bocca. Basta un
momento di disattenzione, la frazione di secondo in cui la madre
si gira per rispondere al telefono mentre il suo bambino
raggiunge la finestra aperta, l'attimo in cui il viaggiatore, senza
ricordarsi che in questo paese si circola nel senso opposto,
guarda a destra anzich a sinistra. Un istante, e tutto  perduto.
Lexy distesa per terra, morta. Lorelei inconsolabile, sola,
per sempre. E tutto per un pezzo di carne.
Sotto di me, Lorelei salta e ansima, facendo ruotare il corpo
in cerchi frenetici.
Tutto a posto, piccola, la rassicuro. Adesso scendo.
Misuro la distanza da terra - sono ancora abbastanza in basso
- salto gi e atterro sui piedi barcollando leggermente.
Lorelei mi balza addosso e per poco non mi sbatte per terra. Mi
lecca le mani, le braccia, e ovunque le riesca di arrivare. Mi
chino verso di lei e la abbraccio.
Tutto a posto, piccola, dico. Eccomi qua. Non ho intenzione
di andare da nessuna parte.
Pi tardi, carico Lorelei in auto e mi dirigo al supermarket.
Adora uscire a girare, e in questo periodo, quando  possibile,
mi piace accontentare le sue piccole voglie. Le apro il finestrino
e la lascio ringhiare ferocemente a chiunque osi passare di
fianco alla sua auto, e io intanto corro dentro, diretto al banco
della carne. Compro due bistecche della migliore qualit,
una per me e una per il mio cane. A casa, mentre riscaldo il
grill, prendo il telefono e chiamo Matthew Rice.
Matthew, dico. Vorrei tornare al lavoro.
E cos, fra una cosa e l'altra,  trascorso un anno dalla morte
di Lexy. Io e Lorelei conduciamo una vita tranquilla. Usciamo
a fare lunghe passeggiate, con le foglie cadute che scricchiolano
sotto il peso dei nostri sei piedi. Faccio le mie lezioni
e chiacchiero con i colleghi, che giorno dopo giorno mi trattano
con sempre maggiore confidenza. Sto riprendendo a godermi
i piaceri della vita: mangiare, leggere e lanciare la palla
al mio cane perch me la riporti. E quando Grace la settimana
scorsa mi ha chiamato dal canile chiedendomi se mi andava
di bere un caff ogni tanto con lei, ho esitato solo un istante prima di accettare.
Non tanto tempo fa, ho sognato che io e Lorelei entravamo
in un bar, proprio come tutte le barzellette ci avevano preannunciato.
I cani non possono entrare,  saltato su il barista, fedele alla propria battuta.
Ma lei non ha idea, ho detto, seguendo un copione che conoscevo a memoria. Questo  un cane molto speciale. Sa parlare.
Okay, si  arreso il barista. Sentiamo.
Ho sollevato Lorelei su uno sgabello. Lei ha aperto la bocca,
al che io e il barista siamo rimasti in attesa del suo discorso.
Ma lei non ha detto nulla. Si  invece chinata verso di me
e mi ha leccato la faccia. Poi, distratta da un prurito, si  girata
dall'altra parte e ha cominciato a mordicchiarsi la zampa.
Cosa le avevo detto?, ho rimbeccato il barista.
Ha ragione, ha detto lui, senz'ombra di sarcasmo.  un cane formidabile.
Al risveglio mi sono sorpreso con il sorriso sulle labbra.
Mi ricordo mia moglie in bianco. Me la vedo che cammina
verso di me il giorno del nostro matrimonio, un mazzolino di
fiori rossi in mano, e l'attimo in cui si volta dall'altra parte arrabbiata,
per non guardarmi, il corpo duro come una pietra. Mi
ricordo il fruscio del suo respiro mentre dormiva. E com'era
stringere il suo corpo fra le braccia. Mi ricordo, sempre ricorder,
che ha portato sollievo alla mia vita oltre che dolore. Che
per ogni momento buio vissuto insieme, ce n' stato uno di un
tale splendore che quasi non riuscivo a sostenerne la luce. Cerco
di conservare memoria della donna che era e non di quella
che mi sono costruito riunendo a mio piacimento i pezzi sparsi
mentre ero in lutto. E scopro, sempre pi man mano che
passano i giorni e il balsamo del perdono irrora la superficie
crepata e incrinata del mio cuore, scopro che ricordarla com'era  un dono che posso fare a entrambi.
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FINE.
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Ringraziamenti.
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Ringrazio prima di tutto i miei genitori, Doreen C. Parkhurst, M.D., e William Parkhurst, la mia matrigna, Molly Katz, e mia nonna Claire T. Carney, per avermi insegnato la loro saggezza e per essere stati i miei primi lettori e sostenitori. Un grazie a Kim Alleyne, Cybelle Clevenger, Lee Damsky, Paula Whyman e Katrin Wilde per l'amicizia, i consigli, la lettura piena di attenzione e il loro humor.
Ringrazio il mio agente, Douglas Stewart, per il suo straordinario lavoro e tutti quelli della Curtis Brown, in modo speciale Ed Wintle e Dave Barbor.
Ringrazio il mio magnifico editor, Asya Muchnick, e tutta la Little, Brown, in particolar modo Alison Vandenberg, Heather Rizzo, Michael Pietsch, Laura Quinn e Sophie Cottrell.
Ringrazio tutti i miei splendidi maestri, e soprattutto Kermit Moyer, Richard McCann, Matthew Klam, Ann du Cille e Roberta Rubenstein.
Ringrazio Barbara Fuegner per tutto quello che mi ha detto dei cani e Annie Hallatt per avermi parlato delle maschere.
Un grazie a mio figlio, Henry, la cui nascita imminente mi ha imposto il termine di cui avevo bisogno per finire di scrivere questo libro e il cui viso pieno di gioia mi ricorda ogni giorno ci che  veramente importante. E soprattutto, un grazie a mio marito Evan, che mi ha incoraggiato in ogni modo e che mi ha reso l'impagabile favore di rendermi felice.
Infine, sebbene non leggeranno mai quanto sto per dire, voglio ringraziare tutti i cani che mi hanno permesso di far parte della loro vita, e specialmente Chelsea, un cucciolo cos buono quanto nessun profano potr mai capire.
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FINE.